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CRESCITA DEL PARTITO E CHIAREZZA POLITCA

CRESCITA DEL PARTITO E CHIAREZZA POLITICA

“Non ci può essere un movimento rivoluzionario

senza una teoria rivoluzionaria”

Lenin

Il difficile compito della crescita del nostro partito non può essere affrontato correttamente senza aver prima chiarito un’altra questione a cui la crescita è indissolubilmente legata: quella delle nostre posizioni politiche.

Vi è infatti una relazione inversa tra la complessità di una proposta politica e il numero di aderenti che in essa si possono riconoscere. Quanto più una linea politica inizialmente vaga acquista chiarezza, si approfondisce, si specifica e diventa più precisa, entrando nel dettaglio delle questioni particolari, tanto più essa perderà sostenitori, lasciandone per strada un certo numero ad ogni tappa della progressiva definizione. Probabilmente nessuno negherà che lo sfruttamento degli uomini è una cosa negativa; già meno persone si troveranno disposte ad ammettere che lo sfruttamento deriva dalla divisione in classi della società, e pochi daranno ragione a chi sostiene che l’unico modo per eliminarlo è la rivoluzione del proletariato.

Il grave pericolo a cui ci troviamo di fronte è che, nel tentativo di ovviare alle difficoltà che questo meccanismo crea per la crescita del partito, e avendo come obiettivo la massima espansione numerica dei nostri iscritti, noi finiamo per semplificare e banalizzare il contenuto delle nostre analisi. Da un simile errore deriverebbero conseguenze nefaste per il nostro futuro. Il disarmo teorico non può che condurre al fallimento. Quello che il partito deve fare, al contrario, è elaborare un’analisi della realtà che sia più chiara e dettagliata possibile, e trovare al contempo una forma adatta per presentarla all’esterno, che la renda comprensibile e convincente, ma senza cedere di una virgola sul contenuto.

È meglio crescere meno, ma su una base analitica e programmatica chiara, che espandere il numero degli iscritti a scapito della profondità della nostra linea politica. Non si tratta di essere settari. La setta si fonda sul dogma, sulla verità calata dall’alto, rivelata agli illuminati. Qui, proprio al contrario, si tratta non di costruire una verità astratta, ma di saper cogliere la realtà in tutta la sua complessità, di identificarne le determinanti, di rappresentarne il movimento e prevederne l’evoluzione. Questo è l’unico modo per elaborare una linea d’azione che non sia basata sul caso, sull’improvvisazione, sulla superficialità.

È facile ragionare in termini schematici, di aut- aut, per sillogismi, e sarebbe bello se la realtà fosse così semplice. Disgraziatamente, però, il movimento reale procede secondo una logica dialettica, non metafisica. Semplificarlo, ridurlo fino a farlo rientrare in uno schema lineare e immediato, per quanto all’apparenza attraente, significa condannarsi al fallimento, rinunciare alla possibilità di esercitare in esso una azione autonoma, subordinarsi alle forze che lo dirigono, quali che siano. Con riferimento al dibattito in corso nel partito sulle questioni internazionali, ad esempio, sarebbe facile affermare: appoggiamo Chávez perché il suo programma riformista va contro gli interessi della borghesia e dell’imperialismo nordamericano. Sicuramente su una posizione simile potrebbe convergere un largo consenso. Peccato però che essa non tenga il minimo conto dei limiti del progetto chavista. Chávez si muove all’interno di un orizzonte di compatibilità capitalistica. Dunque una volta arrivato al punto di rottura, oltre il quale il riformismo non può spingersi senza mettere in discussione il capitalismo, o sarà spinto dalla pressione popolare ad andare oltre (ma questo può succedere solo se i comunisti avranno messo in luce, fin da subito, senza nasconderli alla popolazione, i limiti del progetto chavista), o si tramuterà da riformista in controrivoluzionario, agendo da freno nei confronti delle spinte sociali anticapitalistiche ( e anche in questo caso, anzi a maggior ragione, sarà importante che i comunisti non si siano subordinati acriticamente al processo bolivariano, ma abbiano elaborato una posizione corretta che ne evidenzi con chiarezza i limiti e i pericoli). Tacere questi limiti e questi pericoli, fare finta che non esistano, sarebbe un vero e proprio crimine politico. Naturalmente una posizione così delineata sarà meno attraente di quella, semplicistica e riduttiva, che fa di Chávez il Lenin americano. Sostenerla vorrà dire alienarsi un certo numero di simpatie e di consensi, ma è un prezzo che è necessario pagare.

Sarebbe facile, ancora, dire: Hezbollah lotta contro Israele, dunque noi siamo con Hezbollah. Una posizione simile sarebbe indice di un infantilismo politico smisurato. È figlia di una logica stupida, identica a quella di Bush e dei neocons statunitensi, che dicono: o con noi o contro di noi. O con la guerra all’Iraq e all’Afghanistan o con i terroristi e i fondamentalisti islamici. Nessun comunista, voglio ardentemente sperare, può ritenere di avallare questa mistificazione. Nessun comunista potrebbe mai dire: contro Bush, viva Bin-Laden . Solo un idiota ragionerebbe in questi termini. La realtà, al solito, è più complessa. Non è in discussione la partecipazione alla resistenza a Israele, ma questo non significa che dobbiamo nasconderci e nascondere la vera natura di Hezbollah: un partito borghese, nazionalista, religioso. Alcuni compagni forse ritengono che non sia opportuno, in questo momento, avanzare delle riserve riguardo a Hezbollah. È sbagliato. Non si tratta di criticare la sua azione di resistenza all’imperialismo sionista (non è in discussione, ripeto, la necessità che i comunisti partecipino alla resistenza); si tratta di mettere in luce la sua reale natura di classe, di rendere evidenti gli interessi per i quali combatte, i fini a cui, nella sua ottica, è subordinata la stessa resistenza al sionismo. Tacere su questi punti non solo non sarebbe opportuno, sarebbe un gravissimo errore politico: vorrebbe dire abdicare a priori alla possibilità di svolgere una linea autonoma, subordinarsi di fatto, e lasciare che resti subordinata la resistenza, ai fini di Hezbollah. Finché i fatti, che hanno la testa dura, si incaricherebbero di dimostrare drammaticamente, a nostre spese, che Hezbollah non è un partito di compagni, e che i suoi obiettivi non erano proprio identici ai nostri. Dunque subordinare la nostra analisi su Hezbollah alla lotta comune contro Israele significa subordinare, in quella lotta, i nostri fini ai suoi. Non vedo come questo possa essere opportuno.

Sarebbe bello se la vita fosse come le favole per i bambini, dove si capisce subito chi è buono e chi è cattivo, ed è facile decidere cosa fare. Ma quelle sono, appunto, favole.

La realtà, purtroppo, è un po’ più complessa. Noi comunisti non siamo bambini, non possiamo credere alle favole e non ne possiamo raccontare. Non dobbiamo avere paura di dire le cose come stanno. Abbiamo anzi il preciso dovere politico di farlo, perché solo sulla base di un’analisi corretta e completa è possibile costruire una linea d’azione coerente. E se il prezzo da pagare è quello di suscitare qualche antipatia, pazienza. Marx, a chi lo criticava per gli attacchi mossi agli altri rivoluzionari tedeschi, rispondeva così: “Il nostro compito consiste in una critica inesorabile diretta anche più contro i nostri cosiddetti «amici» che contro i nemici dichiarati; e per assolverlo, rinunciamo volentieri a una popolarità democratica a buon mercato”.

Matteo Paoletti mcPCL Firenze

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