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Per un partito comunista dei lavoratori

Cari compagni e compagne,

L’area dei comunisti rivoluzionari oggi in Italia, assomiglia ad un terreno di acqua sorgiva da dove sgorgano mille rivoli che non riescono a confluire nello stesso fiume; questo fatto è evidente già da dentro, figuriamoci per chi guarda a noi da fuori. Ci sono persone, potenziali compagni che guardano a noi da fuori; si interessano a quello che diciamo, a quello che facciamo, ma per il momento rimangono fuori perché ancora non li abbiamo convinti ad unirsi a noi. Sono molto giovani, la loro è una età compresa tra i sedici e i ventiquattro anni e questo è un buon auspicio per noi. Poi ci sono delle persone più adulte, provenienti da altre esperienze, anche da esperienze di sinistra “storica”, le quali ne sono uscite perché molto deluse da essa e anche loro ci osservano; le persone deluse sono più scettiche delle altre, si sa; ma non ci rifiutano, li dobbiamo convincere. Credo che questa situazione dei mille piccoli rivoli non ci aiuti a convincere queste persone per il semplice fatto che trattasi, nella stragrande maggioranza dei casi, di persone che cercano di trovare nella politica e dalla politica delle risposte a grandi problemi; hanno bisogno quindi di risposte altrettanto grandi o almeno convincenti. Una risposta convincente e, a mio avviso, prioritaria, potrebbe essere propriamente la costruzione del Partito ( la p maiuscola non è ne uno sbaglio ne una scelta occasionale). La forma partito, seppur con i suoi limiti, è stata storicamente ed è ancora oggi, il modo di aggregazione più convincente e più funzionale per i comunisti di organizzare il popolo. Non a caso ho scelto di seguire i compagni del McPCL quando da gruppo di opposizione interna a Rifondazione comunista, hanno scelto di uscire da essa e costruire un vero e proprio partito. Perché il partito come prima risposta? Per tante ragioni, elencherò quelle che a me sembrano più importanti:

1. Il partito è quella cosa che innanzitutto va a definire una realtà che è già esistente ma molto poco decifrabile; mi spiego: i comunisti rivoluzionari, in Italia, ci sono già, sono una realtà e sono esistiti e potrebbero continuare ad esistere senza il PCL o altri partiti rivoluzionari; ma esisterebbero senza riconoscersi tra di loro e, cosa ancor più grave, senza essere riconosciuti dal popolo. Sapete meglio di me che senza riconoscimento popolare nessun individuo, gruppo o movimento dell’area rivoluzionaria, può pensare seriamente di mettere in difficoltà il capitalismo.

2. Il partito è la prima pietra di una costruzione che, si spera, diventerà grande fino ad assumere le dimensioni di una vera e propria casa. Ho sentito molti compagni dell’Umbria spaventati da questa prima pietra che Marco Ferrando, Franco Grisolia, Michele Terra e Luca Scacchi hanno deciso di piantare, temendo che alla pietra seguirà un muro e poi altri muri, finchè del grande “spazio aperto” che c’è ora intorno a noi rivoluzionari, rimarrà soltanto un perimetro fatto di muri. Vorrei ricordare a questi compagni che se oggi lo spazio è aperto, l’aria è salubre e il cielo sopra di noi è azzurro, lo è perché senza una organizzazione nostra, senza il partito, non diamo fastidio realmente a nessuno; quando essendoci minimamente organizzati, inizieremo a dare fastidio a qualcuno di coloro che oggi controlla le nostre società formicolanti, questo qualcuno si arrabbierà a tal punto da volerci schiacciare con i suoi pesanti mezzi; non vorrei che quel giorno tutti dovremmo rimpiangere la casa che non abbiamo mai costruito per non privarci dello “spazio aperto” e che invece ci avrebbe fatto molto comodo per difenderci dalla pioggia e dai fulmini dei padroni del mondo.

3. Il partito è un simbolo; poca cosa si direbbe; non è sempre così. I simboli possono essere molto importanti. Mi vengono in mente le bellissime immagini del film “Novecento” di Bertolucci, quando, durante gli anni della dittatura fascista, il futuro partigiano Olmo, in qualità di norcino, si aggirava per le campagne della bassa reggiana con i pochi fogli che riusciva a reperire clandestinamente e che parlavano dell’attività dell’allora PCI d’Italia. Li portava con se appositamente, rischiando ogni giorno l’arresto, perché sapeva che quei contadini che incontrava sulle aie dei casolari, la pensavano come lui, potevano essere dei potenziali compagni; ma erano stanchi, poveri e soprattutto demoralizzati; la dittatura fascista aveva vietato la stampa comunista e dichiarato fuorilegge il partito comunista; molti di loro, non avendo più notizie dal partito, pensavano che esso non esistesse più, come diceva Mussolini. Quando però Olmo tirava fuori dalle sue tasche quei pochi fogli clandestini accuratamente piegati, l’umore del piccolo gruppo di contadini cambiava, qualcuno iniziava addirittura a fischiettare Bandiera Rossa; avevano ripreso coraggio, perché avevano capito che non erano soli, che il partito c’era. Su quei fogli non c’era scritto quasi nulla, poche righe di generici comunicati che venivano dalla Francia, dove era esiliato il gruppo dirigente del partito; poche righe che i contadini neanche leggevano perché analfabeti; le leggeva Olmo, il loro uomo di fiducia; ma su quei fogli c’era il simbolo del partito, che tutti invece riconoscevano; quella falce e martello che valeva più di centomila parole. Certo, altri tempi, oggi fortunatamente tutti sanno leggere e scrivere e poiché non c’è più la dittatura fascista, le falci e i martelli abbondano ovunque, ma, ironia a parte, questo è il problema. Paradossalmente, da quando nella sinistra comunista abbondano questi simboli, il popolo di sinistra ha cominciato a non credere più nella falce e martello. So benissimo che il problema è molto più complesso ma la mia quasi comica semplificazione è voluta dal fatto di cercare di vedere se è possibile, una volta tanto, semplificare il problema anziché ingigantirlo; semplificarlo fino al punto di vederne il nodo e semplificare, spesso aiuta a capire molto di più di quando si complica un problema che è già complicato di per se. Il nodo, cari compagni e compagne, è il partito, come del resto è sempre stato nella storia dei comunisti rivoluzionari e non. Credo che Marx non abbia mai pensato, neanche per un momento, che un giorno in Italia saremmo riusciti a costruire così tanti partiti comunisti; ma è comprensibile, è al di fuori di qualsiasi logica marxista essere in così tanti a dichiararsi comunisti ma ognuno a casa sua. Credo, scherzando ma non troppo, che se continuiamo di questo passo fra non molto saranno di più i partiti comunisti rispetto ai comunisti stessi. Concludendo, vorrei rivolgere un appello ai compagni che hanno paura delle regole e dei muri: certamente c’è bisogno di discutere tra di noi; certamente è necessaria una democrazia interna; certamente i gruppi dirigenti possono poter essere messi in discussione; ma altrettanto certo è che tutto ciò ha un senso se fatto in un luogo dove tutti hanno lo stesso obiettivo: la costruzione di un partito comunista rivoluzionario; altrimenti, le discussioni, sono come i rivoli d’acqua; si sa da dove sgorgano ma non si sa mai dove vanno a finire.

Roberto Carnieri McPCL dell’Umbria

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