in questo articolo da iscritto al PRC faccio una analisi della sconfitta e pongo dei problemi con una domanda a Ferrando sulla utilità della frammentazione a sinistra.
Il risultato elettorale era largamente prevedibile, anche se la realtà è andata oltre ogni previsione.
Leggo che Sansonetti non sa individuare la causa della catastrofe.
Bertinotti pur dando le dimissioni (ma non si sa bene da cosa), dice che dovrà comunque essere questo gruppo dirigente a guidare la ricostruzione.
La realtà è che questo gruppo dirigente aveva già fallito con il governo Prodi il suo programma politico.
E’ stato già un errore ricandidare Bertinotti. Se non fosse stato presente in questa tornata elettorale, molto probabilmente le perdite sarebbero state meno consistenti.
Questo gruppo dirigente ha perseguito una politica miope ed autolesionista, riproponendo una continuità con una linea che era già stata sconfitta nell’ultima legislatura.
L’unica novità nel programma è stata determinata da fattori esogeni, ovvero il rifiuto di alleanze del PD nei suoi confronti.
Non c’è molto da meravigliarsi dell’evoluzione che è culminata con questo risultato elettorale, perché alla direzione del partito è rimasto solo un gruppo di burocrati piccolo borghesi, che ha fatto spudoratamente piazza pulita di tutte le forme di dissenso interno al partito.
Nonostante a parole la dirigenza predichi il contatto con la base, è stato fatto di tutto per recidere qualsiasi contatto non solo con il mondo del lavoro e con i movimenti, ma anche con la stessa struttura interna del partito annichilita dal dirigismo del vertice.
Dall’espulsione di Ferrando, seguita da quella di Rossi e Turigliatto, che hanno avuto la sola colpa di dissentire dalla linea tracciata dal leader maximo, con conseguente emorragia di militanti e di voti, dall’imposizione di candidature senza alcuna previa consultazione quantomeno con le federazioni regionali (vedi il clamoroso sciopero della fame del segretario Ligure), all’epurazione dalle liste dei candidati di tutti quanti facevano riferimento alle correnti di minoranza del partito, costretti a comprare pagine del Manifesto (vedi l’Ernesto) per informare di quanto stava accadendo.
La burocrazia di vertice ha figliato e si è riprodotta, creando situazioni altrettanto critiche e deprimenti nelle federazioni locali dove si sono moltiplicati i replicanti di Bertinotti, altrettanto arroganti e altrettanto dediti a rappresentare solo se stessi e a seguire fedelmente le linee tracciate dalle gerarchie di partito.
Le analisi politiche fatte immediatamente dopo il voto da questa dirigenza denotano un grave stato confusionale, al limite della dissociazione mentale, degna di essere studiata da una equipe di psichiatri. Bertinotti è arrivato a sostenere che la causa della sconfitta va ravvisata nel senso di tradimento dei lavoratori verso la sinistra che è maturato negli ultimi 15 anni e che li ha portati ad avvicinarsi ai partiti di destra, quali la Lega nel Nord Est. E’ singolare la provenienza di questo commento, che potrebbe essere fatto da un giornalista di un quotidiano straniero ma non da chi ha diretto la sinistra in Italia negli ultimi 15 anni.
Se Bertinotti si rendeva conto di tradire la classe operaia, perché ha continuato a farlo? Schizofrenia, dirigismo, culto della personalità (la propria), condita da clamorose sparate in campagna elettorale, come la solidarietà a Ferrara, con il quale sente evidentemente un rapporto di colleganza tra uomini di palazzo (o meglio ex uomini di palazzo), che rimpiazza quella che dovrebbe essere la solidarietà con migliaia di donne giustamente offese dalla politica del partito No – Aborto.
Il voler ridurre il comunismo ad una corrente di pensiero e non ad un modello di società, snaturando la ragione d’essere di un partito fortemente attaccato alla sua identità comunista, dimostra una volta di più che chi lo ha guidato lo considera un suo fatto privato, o almeno da gestire tra pochi intimi.
La condanna del boicottaggio della fiera del libro di Torino, dimostra una volta di più il legame che unisce questa schiera di burocrati piccolo borghesi alla sfera di potere ormai definitivamente ed universalmente e trasversalmente schiacciato su posizioni filosioniste.
Tutti questo ha prodotto dei segnali di malessere che non potevano essere ignorati, a partire dal rifiuto dei circoli di rifondazione liguri di fare propaganda elettorale in queste elezioni, ed i risultati di questa politica si sono visti.
Bisogna dunque considerare che questa sconfitta è stata colpa o merito, a seconda di quale è l’obiettivo che si individua, di una radicale protesta dei militanti e della base del partito, rispetto alla politica perseguita dalla dirigenza e non già di una crisi di valori e della politica di sinistra che questa dirigenza ha depresso e snaturato.
Quando la vitalità della gente di sinistra ha avuto occasione di esprimersi, la forza dimostrata è stata dirompente ed indiscutibile; basta pensare alla manifestazione del 20 ottobre a Roma, che non ha purtroppo minimamente influenzato le modalità di partecipazione al governo dei rappresentanti del partito, basta pensare alle manifestazioni contro la TAV e la Dal molin, e per andare più indietro alla manifestazioni contro la guerra, al G8, al patto di lavoro del GSF, condiviso da migliaia di associazioni.
Non è dunque una bocciatura della sinistra quella che si è verificata ma degli apparati burocratici che nulla hanno che vedere con una politica si sinistra, ma molto con l’invidia del potere che è un sentimento che non fa parte dei valori per i quali mi sento un uomo di sinistra.
Il risultato elettorale potrebbe riassumersi in due fotografie, scattate l’8 giugno a Roma alla manifestazione contro Bush; i burocrati sono stati lasciati soli, e la manifestazione vera si è svolta altrove, in un’altra piazza, ove è confluita compatta la gente di sinistra.
Già quello poteva considerarsi un segnale evidente della crisi che si avvicinava e se ci fosse stata più intelligenza, già in quella occasione avrebbero potuto iniziare a pensare a dimettersi, perché avevano dimostrato ampiamente di non rappresentare più nessuno.
Nell’urna, come l’8 Giugno, è successa la stessa cosa, e adesso ne devono prendere atto, se ne devono andare tutti, indistintamente, non possiamo continuare a consentirgli di usurpare un posto che non è loro, e impedisce alle persone di sinistra di avere una rappresentanza politica.
Per questo la sconfitta elettorale può, anzi deve, essere considerata l’occasione per ricostruire dal basso, per rifondare questo partito, che va rinnovato al 100 % dei suoi apparati direttivi, senza escludere nessuno.
Bisogna rendersi conto che questo è il primo grosso ostacolo da superare, prima ancora di elaborare qualsivoglia programma o piattaforma politica, perché come abbiamo potuto constatare sulla nostra pelle, di linee politiche Bertinotti ne ha avuto molte, dallo scioglimento del partito nei Movimenti, alla Sinistra Europea, alla Sinistra l’Arcobaleno, tutte mutate e abbandonate con grande velocità, più o meno la stessa con cui si cambia le camice per andare da Vespa o da Mentana.
Il primo punto di un vero programma di Rifondazione Comunista, come continua ancora a chiamarsi il partito cui mi fregio di appartenere, è quello di partire dal suo interno, e dotarsi di una struttura viva, recidendo quella pianta secca che attualmente tiene saldamente in mano la sua dirigenza.
È dunque importante a mio avviso, fare partire questa rifondazione dalle strutture più vicine alla base, dai circoli, che siano chiamati immediatamente a rinnovare i propri consigli direttivi, per preparare i congressi delle federazioni locali ed il congresso nazionale da tenersi al più presto.
E la rifondazione è senz’altro possibile, se l’obiettivo è chiaro, perché in questo partito le risorse umane e culturali ci sono, basta farle emergere.
Solo un nuovo congresso potrà valutare se il comunismo è da mettere in soffitta se ha ancora qualcosa da dire, se c’è ancora spazio per una formazione politica di sinistra nel nostro paese.
E sarà subito dopo necessario studiare sicuramente in modo più intelligente di quanto fatto fino ad oggi, con quali modalità dare efficacia alle lotte della sinistra, quale tipo di organizzazione ci dobbiamo dare, ponendoci come unico obiettivo il raggiungimento del risultato, che non è detto che coincida con la conquista di un seggio.
Quello che mi pare più evidente nell’analisi dell’attività politica degli ultimi anni, è la mancanza di una strategia, di una programmazione dell’azione politica, probabilmente perché chi la doveva elaborare non ne aveva particolare interesse. L’azione politica dei partiti di sinistra negli ultimi anni è stata invece guidata da dilettantismo, approssimazione, superficialità, oltre che da bieche logiche di potere (vedi il perdurante sostegno a Bassolino in Campania).
Dovremo chiederci quanto sia dannosa la frammentazione della sinistra, dovremo ricucire in primo luogo il rapporto con i compagni che si sono allontanati perché è impensabile che delle persone che hanno le stesse idee sul modello di società da perseguire, siano costrette a portare avanti azioni separate e dunque ovviamente più deboli.
Quello che dobbiamo capire è che, al di là delle schermaglie tra Ferrando e Bertinotti, tra Di liberto e Giordano, Turigliatto e Rossi, la gente che li sostiene, rappresentino essi il 2% o lo 0,5 %,dell’elettorato, sono persone che hanno la stessa cultura, i medesimi ideali, sono lo stesso popolo, che si fraziona artificiosamente seguendo i tiramenti del capetto di turno.
L’esempio più negativo di questo modo di fare politica lo ravviso nelle dichiarazioni di Ferrando, che non vuole avere alcun contatto con i compagni di Sinistra Critica perché hanno sostenuto troppe volte il Governo Prodi. A Ferrando vorrei chiedere se questo suo giudizio sulle singole persone può essere esteso anche ai singoli militanti, se crede che chi ha votato Sinistra Critica fosse d’accordo con le missioni militari all’estero, o se non la pensi allo stesso modo di quelli che hanno votato PCL. O anche se un compagno non possa sbagliare, possa riconoscere i propri errori, possa aver fatto errori di valutazione, e questo non impedisca di continuare a discuterci.
Mi chiedo se tutto sia sufficiente per creare una distanza insuperabile tra due gruppi di persone, che pregiudica definitivamente una lotta in comune, in un contesto dialettico e non mummificato.
Mi chiedo quale danno faccia Ferrando, ai suoi stessi elettori, se l’obiettivo non è quello di raggiungere la purezza del pensiero, ma gli obiettivi concreti, a partire dal ritiro delle missioni militari su cui tutti, indistintamente gli elettori ed i militanti di sinistra concordano, indipendentemente dai sofismi che possano fare i loro delegati.
Il particolarismo, la frantumazione, tradiscono secondo me il fatto che anche la sinistra è stata permeata da quei valori individualisti e neoliberisti che hanno ormai vinto nella nostra società, e che fanno parte della nostra cultura, anche di noi militanti di sinistra.
Tra chi costruisce un partito dello 0,6 % e chi invece si ritira a vita privata, uscendo da qualsiasi contesto politico organizzato non c’è poi tanta differenza. Sempre di scelta individualista si tratta, è solo questione di dimensioni.
E solo dopo avere riaffermato la propria identità, dopo averla individuata e metabolizzata, dopo aver teorizzato quanto si vuole la lotta di classe, e l’anticapitalismo, sarà possibile e soprattutto necessario interagire con quei larghi settori della società che pur avendo una cultura ed una estrazione del tutto diverse, sono sicuramente interessati a perseguire gli stessi risultati pur passando per altre vie, pur avendo maturato le stesse convinzioni seguendo altri percorsi.
Anche su questo sarà necessario riflettere a lungo, per capire perché pur essendo certi valori (vedi il disarmo, l’ambientalismo etc.) comuni a vasti settori della popolazione, non si sia mai riusciti a concordare delle azioni comuni, a dotarsi di una politica efficace, a cercare delle modalità di rappresentanza che valorizzassero le differenze e non le livellassero, in modo brutale come ha fatto peraltro la Sinistra L’Arcobaleno rispetto alle sue varie componenti interne.
Solo rispettando le individualità si può sperare di allargare la base di condivisione delle lotte; e non solo lotte di piazza, ma a tutti livelli, anche per ottenere delle rappresentanze nelle istituzioni, per organizzarsi e strutturarsi politicamente.
Ciò che va superato con uno sforzo oltre che organizzativo anche culturale, è proprio la frammentazione delle varie anime comuniste della sinistra, che è un problema che riguarda solo i nostri quadri dirigenti e non i militanti; e allargando il raggio, la frammentazione di tutte le realtà che lottano per il pacifismo, per la supremazia dell’uomo sul capitale, sulla macchina, per il rispetto dell’ambiente.
Una punto di partenza, se non di arrivo per questa base allargata è rappresentato dal Patto di lavoro del GSF del Luglio 2001, che ha ottenuto l’adesione di migliaia e migliaia di associazioni di tutti i generi. Non per niente quel movimento ha fatto paura ed è stato necessario annegarlo nel sangue.
Così come la manifestazione del 20 Ottobre, altrettanto imponente e vitale.
L’errore più grande, in questo momento sarebbe quello di interpretare la sconfitta elettorale come una sconfitta della sinistra, perché non è vero, alle elezioni non si è presentata la Sinistra, ma un suo prodotto malato.
Sarebbe altrettanto grave disperdersi e frammentarsi ulteriormente invece che capire quali potenzialità abbia la Sinistra vera, quella composta da persone, quella viva.
dario rossi
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