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Crisi finanziaria attuale e nuova sinistra

Il nuovo capitalismo e il keynesismo finanziario(aumento della domanda globale attraverso il credito facile) e la crisi attuale dei mercati finanziari

Una nuova sinistra per un diverso sistema di creazione della moneta circolante che abbatta il debito pubblico riaffermando la proprietà sociale della moneta (nazionalizzazione delle banche centrali)

Una nuova sinistra per un nuovo welfare che migliori il mercato tramite un aumento dei diritti dei lavoratori

Con la crisi del 1929, sull’onda di una prolungata recessione, il capitalismo ha visto crollare per la prima volta la fede incontrollabile nei meccanismi automatici di regolazione del sistema economico e l’idea di un mercato controllato si è fatto strada anche tra i suoi economisti . Con keynes si elaborò infatti la teoria in base alla quale la domanda globale, in una libera economia di mercato,

va aiutata con un aumento della spesa pubblica. Questa acquisizione teorica divenne ben presto pratica costante sottraendo il capitalismo dalla crisi del 1929 e permettendo l’edificazione del c.d.

welfare o capitalismo corroborato da un massiccio intervento dello Stato a sostegno delle classi lavoratrici. Ma a partire degli anni 80 soprattutto con l’aumento del petrolio e l’innescarsi di un processo inflazionistico preoccupante si è di nuovo fatta strada l’idea invincibile del mercato libero e svincolato, la c.d. deregulation (una parola chiave circolante in maniera diffusa allora nella politica del presidente USA Reagan). Questa deregulation applicata al mondo della finanza ha fatto crescere enormemente le possibilita’ di ricevere prestiti introducendo una nuova forma di sostegno alla domanda globale tanto da far parlare di una nuova forma di keynesismo a carattere finanziario. Il lavoratore/consumatore (ed eccoci ai gg nostri) dove non arriva con il reddito presente ipoteca il suo reddito futuro. Un momento di recessione un po’ piu’ prolungato del solito(generato dal debito pubblico incombente e dall’aumento del prelievo fiscale) ed un aumento imprevisto dei tassi di interesse hanno dato luogo in maniera diffusa negli USA a un processo di insolvenza e alla crisi della piu’ importante banca d’affari del mondo.

Cosa fare, oggi, difronte a questo scenario dominato dalla crisi dei mercati finanziari generata a sua volta dalla prolungata recessione economica che ha visto scomparire, da tempo, una crescita del PIL a due cifre?.

Innnanzitutto sgombrerei il campo da ogni ipotesi di crollo immediato del capitalismo e da ogni

politica del “tanto peggio tanto meglio” e mi farei promotore di una politica seria e approfondita di

sostegno al reddito (si riscopra il valore del c.d. reddito minimo garantito o reddito di cittadinanza) Tale politica restituisce sicurezza, fiducia e solvibilità al lavoratore consumatore rilanciando la

domanda globale e infine permette la liberalizzazione del mondo del lavoro, ora mortificato da vincoli, che il piu’ delle volte vengono elusi o con il lavoro nero o con la delocalizzazione o in

ultima istanza con la rinuncia agli investimenti e allo sviluppo.

Ovviamente, una politica siffatta richiede un impegno in termini di liquidita’ assai elevato per le

attuali casse dei paesi occidentali avanzati, ora devastate da un debito pubblico incalzante e autoriproducentesi. Tale liquidità va cercata restituendo la sovranita’ monetaria agli Stati e ciò può avvenire attraverso la nazionalizzazione delle Banche centrali di emissione (BCE, Federal Riserve, Banca d’Inghilterra e così via) che sono tutte possedute dai privati (spesso dalle stesse banche che devono controllare, a loro volta possedute da privati).

Il primo a denunciare magistralmente questa gigantesca truffa è stato Carlo Marx nel Capitale :

“Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili. Non ci volle molto tempo perchè questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato. A poco a poco essa divenne inevitabilmente il serbatoio dei tesori metallici del paese e il centro di gravitazione di tutto il credito commerciale. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote. Gli scritti di quell’epoca, per esempio quelli del Bolingbroke, dimostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di quella genìa di bancocrati, finanzieri, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di Borsa.”

Karl Marx, Capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma 1974, {pp. 817-818}

Oltretutto la sovranita’ monetaria allo stato è un problema di democrazia: creare moneta circolante attraverso il debito ,ovvero in cambio di titoli del debito pubblico come avviene oggi, mina le radici stesse dello Stato sovrano e democratico, ora alla mercè di un potere spesso occulto ed estraneo alla collettivita’ stessa. Che senso ha ,comunque, che un organismo privato (la Banca Centrale), possa emettere moneta circolante dal nulla (non esiste piu’ da tempo la convertibilità in oro) come se fosse sua e poi prestarla, oltretutto facendosi pagare anche gli interessi ? Al massimo può chiedere i costi di produzione della moneta piu’ un utile di esercizio ma non il valore nominale delle monete stesse che crea . Ed immaginate l’immensa portata del reddito che si è accumulato nella casse di queste banche ora quantificabile nella somma di quasi tutto il debito accumulato dagli Stati .

Non è forse il caso che da sinistra si apra un nuovo dibattito sulle mutate caratteristiche oggi assunte dai rapporti di produzione nel sistema capitalistico dove è prevalente il sistema del credito sul possesso diretto dei mezzi di produzione ?. Detiene il potere chi possiede la moneta o la potesta’ monetaria e non piu’ chi ha la titolarita’ formale della proprieta’ dei mezzi di produzione.

Una più approfondita analisi in tal senso consentirebbe alla sinistra, oggi, di capire meglio le vere manifestazioni del potere e dove e come contrastarlo. Si potrebbe anche capire meglio perché oggi molti non riescono piu’ a distinguere la sinistra ufficiale dalla destra e quali sono gli spazi effettivi lasciati dal potere economico alla politica ufficiale oramai ridotta al servilismo totale.

LUCIANO SIBIO

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