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Capitale Azionario e Capitale Monetario. Parte 2

VALORIZZAZIONE ANNUA DEI FONDI DI CAPITALE FINANZIARIO.

Essi sono forme di investimento alternative e in contrasto con quelle bancarie classiche, che mettono sotto la luce, il conflitto tra capitale azionario e capitale bancario. Si basano sul fatto che essi, insieme ai fondi pensione, in qualità di fantasmi occulti della nuova finanza, tendono a controllare il 50% del capitale bancario, determinandone la politica economica basata sulla completa liberalizzazione del credito, piazzando azioni e obbligazioni per capitalisti industriali, imprenditori e risparmiatori.

Sottraggono quindi quote di capitale-plusvalore alle casse delle banche. Possono essere forme di investimento di reddito di risparmiatori che vogliono capitalizzare i loro risparmi, o capitalizzare aprendo un fondo con piano pensionistico.

Posto attraverso il Piano Investimento Capitale (PIC) un investimento iniziale pari a € 50.000 il valore finale, dopo 12 mesi, è pari a € 50.000. cioè

T (12) = Tempo finale annuo

Valorizzazione = Valore x 1 anno / Tempo di circolazione

Valorizzazione = € 50.000 x 12 mesi / 12 mesi = € 50.000

Con il PAC (Piano Accumulo di Capitale), la somma anziché essere versata interamente all’inizio, viene versata mensilmente, o entro determinati archi periodici, con la possibilità di investire, in tempi successivi, multipli dell’investimento iniziale. Si dice addirittura che l’investimento può produrre entro trent’anni, in base ai trend e congiunture economici, anche un incremento di valore pari a 2000 volte l’investimento iniziale. Alla base del processo c’è la contrazione del tempo di circolazione e l’investimento in multipli del valore mensile o periodico.

Poniamo che il tempo di circolazione si riduca di ¼, cioè aumenti di ¼ la velocità di circolazione del valore investito. La valorizzazione anziché aspettare 12 mesi, avviene in 9 mesi. La valorizzazione annua maturata sul conto di investimento aumenta di 1/3.

Valorizzazione annua = € 50.000 x 12 mesi / 9 mesi = € 66.666, 66

In 12 mesi il valore sarà aumentato del + 33 1/3% grazie ad una velocità di circolazione aumentata del 25%. Poiché l’investitore o il risparmiatore hanno comprato ad esempio due quote al tempo T3, concentrandovi l’ammontare che sarebbe stato aggiunto al tempo T4. Vengono quindi immessi nel mercato, al tempo T3, € 50.000 aggiuntivi, cioè un incremento di valore pari a 1/3.

Onde chiarire esplichiamo

Valore Totale = T1 + T2 + T 3

Anziché

Valore Totale = T1 + T2 + T 3 + T4

T1 = € 50.000

T2 = € 50.000

T3 = € 100.000 (T3 + T 4 = 2 quote)

Valore totale = € 150.000 + 50.000 = € 200.000

cioè

Valore totale = € 150.000 + 33 1/3% = € 200.000

Gli incrementi di accumulazione finanziaria, contraggono quella quota di plusvalore spettante in precedenza al profitto; possono contrarre il tasso di profitto industriale oppure sviluppare, in alleanza con il capitale costante industriale, una contrazione del tempo sociale medio di produzione del salario in linea con la contrazione dei tempi di circolazione finanziaria. D’altro canto essi costituiscono per l’industriale un mezzo di investimento azionario, per tamponare, tramite accumulazioni distribuite negli anni, la caduta tendenziale del saggio di profitto. Nel libro III de Il capitale Marx introduce, tra le cause antagonistiche che si oppongono e tamponano la caduta tendenziale del saggio di profitto, anche le azioni. Oltre al prolungamento dell’orario di lavoro giornaliero.

Dunque la contrazione del tempo sociale medio atto a reintegrare il salario, cioè la riduzione reale del suo valore, è effetto e al tempo causa della contrazione dei tempi di circolazione dei valori finanziari. La questione è tale che, su quest’onda, il valore della forza lavoro, per mezzo della metrica produttiva a + ¼, si contrae del 25%, con un incremento del 33 1/3% dei pezzi di merce prodotti nello stesso tempo. Ovvero produrre la stessa quantità di merce in 3 ore anziché in 4 ore

Saggio plusvalore p = pluslavoro / lavoro necessario (salario)

p = 5 ore / 3 ore = 166 2/3%

anziché

p = 4 ore / 4 ore = 100%.

Il contrasto tra gli industriali di destra e quelli di centro sinistra, non è altro che questo: o aprire al capitale azionario il plusvalore d’azienda con la possibilità, nel lungo periodo, di crediti attivi sul proprio investimento, grazie alle azioni e obbligazioni, o rimanere ancorati ai vecchi rapporti con le banche, dove l’interesse è per il profitto un costo da detrarre dal plusvalore. Questo duopolio si configura all’interno del conflitto tra credito azionario “attivo” di lungo periodo e credito bancario “passivo” per l’industria. Tale contrasto si accentua nel 2008 (ma era già presente dal 2005-2006) con la crisi di sovrapproduzione delle merci che partorisce e rifocilla, a fasi alterne, la nuova e vecchia Socialdemocrazia politica e sindacale pro-borghese. Già dal 2006 il centro sinistra comprese l’instabilità del ceto medio e dunque il suo serbatoio elettorale doveva essere il reddito medio, compreso quello studentesco, e non il proletariato. Oggi capiamo che la paura di una instabilità sociale, quindi la comprensibile paura di una rivoluzione sociale mette tutti d’accordo, a destra e a manca, nel nome della “urgente” stabilizzazione del Capitale. Utopistici aumenti di salari, stipendi e pensioni, ammortizzatori sociali per contrastare, si crede, il sottoconsumo, quindi, la sovrapproduzione capitalistica.

La cessione di 1/5 di salario degli operai ha alimentato reintegrazioni del capitale costante (macchine e impianti), investimenti dell’azienda in azioni, come enucleano i titoli tecnologici, Nasdaq, Dow Jones Industrials, ecc. Ha alimentato la componente finanziaria dei fondi pensione che estende il grasso del plusvalore sul TFR e sulle pensioni stesse. Il TFR affidato dai lavoratori al Fondo Cometa si spostava su Mediolanum, Mediobanca e su una fabbrica di missili ( Anno Zero del 18/10/2007).

Ma siccome alla mole di titoli finanziari non corrispondono reali vendite di merce a causa della sovrapproduzione, ne conseguono i crac finanziari. Aggiungendo alla differenziazione di salari individuali e di gruppo, la “finanziarizzazione” del salario, cioè la sua spontanea cessione al plusvalore capitalistico, si determina la concorrenza dei lavoratori, a rischio della rissa; il loro tifo al “marchio aziendale”, il far dipendere, pensano, il loro destino da quello della produttività di fabbrica o dalla “vagabondaggine” dei loro colleghi salariati. A ciò si aggiunge un più o meno cosciente senso di ricatto padronale sul tavolo della contrattazione individuale.

Francesco Lupinacci

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