Dopo la caduta di Rinaldini, mi ero ripromesso di dire per lo più a voce le cose che seguono. Ma la richiesta da parte di più di un compagno, in fabbrica e fuori, unita alla questione Unilever, che ripresenta in forma scritta quanto avvenuto sul palco il 16 Maggio a Torino, mi ha fatto cambiare idea.
Non c’ero alla manifestazione, quindi mi è difficile dire quello che è successo, anche se le immagini sono abbastanza eloquenti. Non mi piace pensare male delle persone non avendo prove, per cui credo alla buona fede di Cremaschi quando scrive che, allo Slai Cobas che la richiedeva, era stata concessa la possibilità di parlare. D’altra parte non credo nemmeno alla malafede dello Slai Cobas quando ribadisce che il parapiglia sia stato dovuto a «qualcuno dei confederali, che evidentemente non condivideva questa decisione». Probabilmente la verità sta nel fatto, confermato dalle parole di Cremaschi, che ognuna delle due confederazioni voleva la parola per prima. Evidentemente non tutti gli operai erano al corrente della scaletta degli interventi, e vedendo rimandare il loro turno, hanno cominciato a pressare le dirigenze. In questo non faccio fatica a riconoscere la resistenza irritante e sciocca dei nostri tanti burocrati che ci han messo lo zampino per far volgere al peggio la situazione. Dico sciocca, perché mettersi a litigare su chi abbia diritto a parlare per primo, mi par proprio una cosa da burocrati. Davanti a un tale impeto, io sarei stato il primo a mettere in mano il microfono al rappresentante dello Slai Cobas, visto che parlando per ultimo mi sarebbe stato ancora più facile infilzarlo. «Vuoi parlare piccolo Mosè – gli avrei detto – parla allora, accomodati, il palco è tutto tuo!». Le cose purtroppo non sono andate così, ed è inutile adesso star qui a discutere su chi abbia ragione, visto che di fatto non è successo granché. Cose simili sono sempre successe e ancora succederanno. Chi le teme, teme di fatto la lotta di classe e la mobilitazione degli operai che non avverrà mai pura e perfetta come pretendono tutti i bambocci che li vogliono guidare. Ma la cosa emblematica è che mentre discutevano su chi avesse ragione, nessuna delle due organizzazioni si è accorta del torto marcio di entrambe nel punto nevralgico della vicenda: il prosieguo. Anche partiti e sette varie commentavano l’accaduto incentrandosi su tutto ciò che, di importanza, poteva avere solo quella secondaria, dimostrando se ancora ce ne fosse bisogno quanto tuttora siamo distanti da un gruppo che corrisponda davvero al continuo ciarlare che ognuno fa sulla sua immaginaria “coscienza di classe”.
Cremaschi ha giustamente rilevato che i contestatori «verranno soltanto usati per dimostrare che anche il sindacato considerato più a sinistra in Italia, la Fiom, è contestata dai lavoratori». Va da sé che il soggetto che li userà è la stampa padronale. Ma il problema di Cremaschi non dovrebbe essere come i borghesi tenteranno di strumentalizzare un gruppo di operai, ma come lui, sapendolo in anticipo peraltro, si sia adoperato per impedirglielo. Inutile sperare di trovare sull’altro versante sensibilità per il tema. Mai in anticipo o in ritardo, lo Slai Cobas, come tutte le altre sette di base, si ferma, come un orologio rotto, al piagnisteo della checca contro la mancanza di rispetto e il linciaggio di stampa e Cgil in combutta. Che la Cgil sia un sindacato di regime potrei concederlo solo se fossi grossolano come gli amici dello Slai Cobas, ma che la Cgil al suo interno sia infestata da rappresentanti padronali è la pura verità, non sarebbe un vero sindacato altrimenti, sarebbe finto come lo Slai Cobas. E sono precisamente questi rappresentanti padronali in seno alla Cgil, e non tutta la Cgil come scrivono, a maltrattare lo Slai Cobas. Se lo Slai Cobas ha rappresentanza essenzialmente proletaria, significa semplicemente che per i padroni è poco meno che innocuo. Nessun padrone perde tempo più di tanto a infiltrare i suoi uomini in un sindacatino, sa che basta il suo settarismo a metterlo fuori gioco da solo. Qualche bastonata della polizia, un reparto confino, un colpo basso qua e là e il sindacatino è sistemato anche quelle poche volte che sembra fare qualcosa di più del solito solletico. Solo un padrone stupido come un settario perde tempo a combattere un sindacato che non mobilita nessuno. Ma tutti i padroni, che settari non sono, sono pronti a fare carte false per corrompere un sindacato in grado di trascinarsi dietro l’intera classe operaia. È facile essere democratici, cioè esercitare all’interno della propria setta la democrazia proletaria, quando, proletari a parte, dentro non c’è quasi nessun altro. Difficile invece quando nella propria organizzazione di democrazie ce ne sono due, quella proletaria e quella padronale. Naturalmente, un discorso simile, non lo può capire chi straparla di democrazia “universale”. La Cgil non è democratica semplicemente perché il “demo” che dovrebbe governarla non è attualmente formato dal popolo lavoratore, ma dai leccapiedi del capitale nel suo seno. Se lo Slai Cobas in linea generale non ha al suo interno veri e propri rappresentanti diretti dei padroni, mentre tutto il pianeta è sotto il giogo stritolante del capitale come mai lo è stato fino ad oggi, vuol dire soltanto che come tutte le sette si colloca fuori dai rapporti di forza tra Capitale & Lavoro, fuori cioè dal mondo. Come sempre! Perché da sempre la debolezza dei settari si colloca al di là dei rapporti di forza, solo così infatti può vantarsi di essere ancora più debole, dando maggior forza ai calci dei padroni e sentirsi così ancora più in diritto di lamentarsi. Tutto questo non dimostra altro che mentre la classe padronale sa fare il suo gioco, allo Slai Cobas non hanno ancora capito che l’abc del loro consiste proprio nel saperlo, cercando di evitare di dare ai padroni e ai loro tirapiedi l’occasione per sputargli addosso.
La mancanza di democrazia nella Cgil, cioè la contraddizione insanabile al suo interno tra la democrazia proletaria e la dittatura dei rappresentanti del capitale, è la riprova della superiorità schiacciante del primo sindacato italiano rispetto alle sette di base. Il grande spirito democratico che pervade i sindacati di base, ammesso per pura magnanimità che sia così anche se non lo è affatto, non è che l’assenza, al suo interno, del conflitto di classe che dilania invece tutta quanta la nostra società. Non male per dei fenomeni da baraccone che vogliono fare dalla mattina alla sera la lotta di classe! La lotta di classe, non sarà vano ricordarglielo ogni tanto, si fa in due – operai contro padroni – lo Slai Cobas assieme a tutte le altre sette di base, riesce nell’impresa di farla da solo! Solo un sindacato di massa è credibile qualora al suo interno non abbia rappresentanti padronali, perché in quel caso vuol dire che la classe operaia sta vincendo fuori la sua battaglia contro gli sfruttatori. Non si può perderla fuori senza perderla anche dentro le proprie organizzazioni. Se i padroni dominano in lungo e in largo la classe operaia ma non penetrano nei sindacalismi di base, vuol dire semplicemente che Cobas e compagnia non sono vere e proprie organizzazioni operaie. Purtroppo per loro, solo gli operai possono fare la lotta di classe. I sindacati di base di conseguenza possono fare soltanto la guerriglia di casta: la lotta contro i mulini a vento dei tanti Don Chisciotte che tutto attaccano senza mai scalfire né conquistare nulla. I diritti smantellati negli ultimi vent’anni, infatti, non sono venuti dai colpi assestati ai padroni dalle sette, ma sono stati conquistati, in forma contraddittoria, dagli operai e dalle loro organizzazioni storiche. Solo chi ha conquistato dei diritti epocali è capace anche di difenderli, magari non oggi, ma certamente domani come tante volte ha già fatto ieri. La lotta dura e pura, fuori dalla corruzione confederale, visto che non riesce nemmeno a difendere i diritti portati ieri dalle lotte di altri, è solo un appoggio, consapevole o meno, alla conquista dei diritti futuri dei padroni di sempre.
Se lo Slai Cobas, come tutte le sette di base, è congenitamente incapace di comprendere che i padroni e i loro rappresentati, siano questi in Confindustria o infiltrati tra le nostre fila in Cgil, prenderanno sempre a calci i lavoratori, tocca a Cremaschi, cioè a chi dovrebbe avere più coscienza, fare da scudo a tutta la nostra classe perché i padroni non la strumentalizzino. E se una parte di classe va ancora dietro ai sindacati di base, perchè un piccolo incidente del genere non diventi un incendio gigantesco, Cremaschi ha il dovere di prendere subito le misure perché la stampa padronale non ci marci sopra. Subito dopo l’accaduto, Fiom e Slai Cobas avrebbero dovuto fare fronte comune contro la strumentalizzazione dei giornali, anche mandando sonoramente a quel paese Stampa, Corriere e Repubblica. Qualunque cosa sia successa a Torino non riguarda i padroni ma noi lavoratori e solo noi. Nessun altro ci deve mettere il becco. C’è forse qualcuno che crede che alla stampa, questa sì di regime, interessi qualcosa di Rinaldini? Se lo difende è perché tanto galantuomo come pensa ad esempio Beppe Grillo non è. La stampa padronale non difende Rinaldini ma il burocrate in lui che firma accordi al ribasso e fa poco e niente per restituire il sindacato ai lavoratori, cioè fa di tutto perché rimanga ben saldo nelle mani dei padroni e dei sindacalisti che a loro si sono venduti in cambio di una poltrona. Provi Rinaldini a tuonare contro i burocrati e a portare a casa un diritto o un rialzo consistente dei salari e vedrà come il giudizio sulla sue future cadute, sempre se ci saranno, cambierà, vedrà come tutti i padroni saluteranno nei suoi tonfi la contestazione ai soliti estremisti della Cgil. Per me, “galantuomo”, vuol dire cosciente dalla testa ai piedi di essere un rappresentante dei lavoratori. E come può Rinaldini non sentire puzza di bruciato, quando dando dei teppisti ai lavoratori dello Slai Cobas riceve piena solidarietà dalla Marcegaglia e da tutta la casta parlamentare a guardia giorno e notte dei padroni? La solidarietà della prima rappresentante dei padroni, se è vera, c’è al momento giusto, al momento delle trattative, se non c’è lì, non c’è nemmeno quando qualcuno dei “nostri” ruzzola giù da un palco. Il compito di Rinaldini era di rispedire al mittente, nella maniera più energica, la solidarietà di quell’assassina. «Ci auguriamo che episodi come quello accaduto a Torino, ieri, non si ripetano mai più» ha dichiarato la prima sanguisuga dei lavoratori, preoccupata del ritorno di scene da anni sessanta che vorrebbe «dimenticate per sempre». Nei suoi cantieri scene del genere sono all’ordine del giorno, visto come ancora si muore per la sua negligenza sulla sicurezza, ma lei si preoccupa più della zuffe tra noi che del terrorismo suo e dei suoi compari che ogni anno, nelle fabbriche, fa ancora fuori centinaia di operai. I padroni si augurano dimenticati per sempre gli anni ‘60, non certo per la violenza, ma perché sanno che la protesta di quegli anni significò aumento consistente dei salari e conseguentemente riduzione dei profitti. Dell’intolleranza, della violenza e del teppismo, a meno che siano loro a promuoverli, se ne fottono altamente. Il compito del sindacato dovrebbe essere appunto quello di fare in modo che i padroni non si scordino mai degli anni ’60 e ce li abbiano sempre davanti in una riproposizione continua. La mobilitazione permanente è lo scopo di un qualunque sindacato che si rispetti, e tanto più di quello che si propone come alternativo alla concertazione. Episodi come questo, purtroppo, hanno il merito o la disgrazia di mostrare, per chi ancora non se ne fosse accorto, dove tenda la presunta opposizione dell’ala più a sinistra della Cgil, la Rete 28 Aprile. Le dichiarazioni di Cremaschi seguite alla vicenda sono inequivocabili e quanto di più triste si potesse sentire. Il dirigente della nostra Rete teme derive simili alla banlieu francesi, quando la sua unica preoccupazione dovrebbe essere quella di fare in modo che proteste analoghe non si disperdano come quelle francesi in semplici guerriglie urbane. Non riuscire a incanalare la protesta in qualcosa che l’aiuti a divampare, significa non tanto lasciare alla deriva gli operai, ma mandare allo sfascio la Rete 28 Aprile che dovrebbe organizzarli. È possibile, infatti, assolvere un simile compito proponendosi come “punto di equilibrio” del sistema? L’equilibrismo della Rete 28 Aprile è l’interclassismo che si oppone a tutto, tranne che all’unica cosa a cui dovrebbe opporsi: il sistema capitalistico. Non esiste un punto di equilibro tra padroni e operai, tra due forze in campo squilibrate tra loro. Cercare il punto di equilibrio tra padroni e operai, è la garanzia perché il rischio banlieu diventi concreto. Per evitarlo è necessario l’esatto contrario. Non il punto di equilibrio deve diventare la Rete 28 Aprile, ma il punto di rottura, il perno che si faccia davvero carico di tutte le proteste d’Italia, di Francia e possibilmente del mondo, per farne un’unica banlieu che invece di darsi alla disperazione, si organizzi per marciare ordinata e compatta verso l’abolizione del capitalismo.
Purtroppo con le sue dichiarazioni, non potendo esistere un punto di equilibro tra padroni e operai, Cremaschi è diventato solo il punto d’appoggio per la burocrazia sindacale e la sua insolenza che si è sentita ancora più garantita e protetta avendo dalla sua anche l’ala più a sinistra della Cgil. Infatti, mentre dava dei teppisti ai lavoratori dello Slai Cobas il “galantuomo” Rinaldini, se solo avesse avuto un Cremaschi dietro a tiragli le orecchie, forse si sarebbe accorto di avere tutta la cricca padronale, dalla casta parlamentare ai giornali, a fargli gli occhi dolci e l’eco. Quanto meno ci avrebbe pensato due volte prima di esternare tanta superficialità. Se ogni volta che aprissi la bocca per difendere i lavoratori, trovassi l’applauso dei padroni e dei loro servi, io mi chiederei se c’è qualcosa che non va. E tanto più lo farei se qualcuno dei miei me lo facesse notare. Il “galantuomo” Rinaldini, burocrate forse meno di altri ma pur sempre burocrate, no! Rialzatosi dalla polvere, invece di fare autocritica, aumenta la dose di spudoratezza diventando paladino della democrazia e delle sue questioni in nome di un sindacato che, senza che lui mi risulti abbia mai protestato più di tanto, ha ormai espropriato i suoi iscritti di tutti i diritti democratici, lasciandogli però il dovere di pagare sonoramente, con l’iscrizione e la tessera, la dittatura dei burocrati.
I padroni fanno solo il loro gioco, e nessun lavoratore dovrebbe piagnucolare più di tanto davanti ai loro insulti, ma un nostro rappresentante dovrebbe vergognarsi dalla testa ai piedi di dare dei teppisti ai migliori lavoratori del paese. Se non si può sperare che un “nostro” burocrate si vergogni, si deve però trovare qualcuno vicino che lo svergogni prontamente! Nei reparti confino di Nola, infatti, ci stanno i deportati di Pomigliano, i lavoratori più combattivi e intransigenti che abbiamo. Certo che sono una minoranza! Ha mai sentito dire, Rinaldini, che i coraggiosi siano in maggioranza rispetto ai codardi e ai vigliacchi? A Nola finirà sempre una minoranza di lavoratori. Una minoranza, però, che da sola varrà più di tutta la restante maggioranza rimasta a Pomigliano assieme ai tanti svergognati, confederali in testa e purtroppo, che hanno firmato la resa ai padroni per spedirceli. Il compito dei sindacalisti è aiutare gli operai, non gridare come le comari della stampa contro le normali vicende della lotta di classe. E per aiutare gli operai bisogna essere i più coraggiosi tra i coraggiosi. Il sindacato deve stare alla testa dei più coscienti, per spiegare ai siberiani di Nola che hanno tutto il diritto di fischiare la Cgil e di pretendere che il microfono sul palco senta per prima la loro voce, cioè la voce più coraggiosa e ruggente, ma hanno il dovere di farlo da dentro la Cgil, cioè da dentro la classe operaia, non da fuori. Da fuori il loro ruggito si disperde in un miagolio, e diventa un coraggio sprecato. Non sono teppisti gli operai della delegazione siberiana di Nola, di teppisti ci sono solo i padroni, i burocrati e i loro tirapiedi della stampa di regime, ma sono purtroppo estremisti, e bisogna dirglielo in faccia senza sconti né pietà. Estremisti non nel senso che a questo termine dà tutta la stampa borghese e il coro delle burocrazie sindacali, ma nel senso dato dal nostro più grande maestro dopo Marx ed Engels: Lenin. Per Lenin era estremista quel compagno che si rifiutava di lavorare nelle organizzazioni di massa dei lavoratori, solo perché infestate di rappresentanti padronali. Bisognava starci dentro a tutti i costi per fare una irriducibile opposizione di classe contro gli infiltrati della classe nemica. In due parole, bisognava starci dentro per combattere strenuamente l’interclassismo. Per i borghesi e i loro leccapiedi, imitati purtroppo da tutti i comunisti opportunisti che da Togliatti in avanti li hanno seguiti, estremista è precisamente chiunque rifiuti l’interclassismo, cioè la demagogia fatta oggi dai burocrati sindacali sul “bene del paese”, come quella di ieri sull’ “Unità Nazionale” presentata dagli stalinisti per far fallire la rivoluzione. Morale: se per Lenin era estremista chi si rifiutava di fare la lotta di classe da dentro la classe, per padroni opportunisti e burocrati diventa estremismo il leninismo. Potenza, tristezza e limiti del marxismo revisionato dall’operetta insulsa di Ercoli!
I compagni di Nola sono degli estremisti e devono essere recuperati alla Cgil. Il compito della Rete 28 Aprile, appena finita la manifestazione, era organizzare un’assemblea pubblica assieme allo Slai Cobas per chiudere la vicenda tra noi. Un’assemblea chiarificatrice non all’insegna del piatto buonismo, ma per spiegare in faccia ai “sinistri” tutti gli errori del loro infantilismo presuntuoso. Guerra al sindacalismo senza base marxista-leninista e a tutti quelli che isolandosi dalla classe operaia, si portano via un numero consistente di lavoratori. Questa guerra deve riportare a casa, in Cgil, tutti i lavoratori che il loro estremismo tiene ancora “prigionieri”. Anche i generali dello Slai Cobas come di tutte le sette di base devono rientrare, ma qualora non lo vogliano fare, che restino da soli senza reggimento. Questo è lo scopo della lotta al sindacalismo esterno alla classe. Una simile guerra deve essere dura e senza sconti, ma leale, cioè democratica nel senso nostro e proletario del termine. Ai Cobas deve essere dato il diritto di esprimere tutte le parole che vogliono e tutte le repliche scritte che reputano necessarie. Solo chi ha paura di soccombere sotto le loro critiche teme il dibattito aperto. E se solo i nostri burocrati o anche i nostri migliori luogotenenti dessero un’occhiata alla letteratura di base, scoprirebbero che non dovrebbe essere poi così difficile distruggergliela riga per riga, argomentazione per argomentazione. Ma – dirà il pavido – qualora non ci riesca di convincere gli operai dello Slai Cobas a rientrare e addirittura riesca a loro di convincere i nostri ad uscire? Gli operai devono venire al marxismo, ma non ci devono venire con la forza, ma con la forza della persuasione. Qualora in questo frangente l’estremismo sia più forte del marxismo, alla Cgil non resta che aspettare il giorno in cui gli operai sbatteranno da sé contro il muro delle loro scelte sbagliate. Il marxismo infatti può avere torto oggi per avere ragione domani, perché ha sempre torto o ragione nella storia, l’estremismo torto o ragione che abbia, ce l’ha sempre fuori dalla nostra storia.
La Rete 28 Aprile ha perso l’occasione per fare il suo dovere di classe. Il vasto panorama della gruppettinite sedicente marxista non le ha certo dato una mano. Il marxismo interno a Rifondazione, quello di FalceMartello, s’è guardato bene dal prendere in esame l’avvenimento, come se neanche fosse successo, probabilmente perché è meglio non toccare Cremaschi e le rendite di posizione che grazie a lui i compagni di quella corrente hanno ottenuto. Il marxismo invece esterno a Rifondazione, quello di Alternativa Comunista, «si schiera dal lato giusto della barricata: contro i padroni, con i lavoratori». Su quale perno debba far leva l’appoggio ai lavoratori, i compagni dell’Alternativa Comunista si sono dimenticati di dircelo. I marxisti sono certamente contro i padroni, ma appoggiano i lavoratori solo quando questi a loro volta poggiano sul marxismo, in caso contrario i marxisti fanno appoggio critico ai lavoratori. E non è affatto la stessa cosa. Sono oltre cento anni che queste cose sono l’abc risaputo della nostra tattica, ma ancora l’idea dell’appoggio critico non entra nella zucca vuota dei militanti. L’appoggio ai lavoratori dello Slai Cobas può essere fatto solo ed esclusivamente da dentro la Cgil, rimarcando nella maniera più energica che per quanto possano aver la ragion pura, stando fuori dalla Cgil, otterranno sempre storicamente di aver torto. Ed è questo che in ultima analisi decide, non le questioni puerili su Giustizia & Libertà e su tutte le altre categorie eterne del cretinismo liberale. Appoggiare in maniera acritica lo Slai Cobas, perciò, significa stare di fatto dalla parte dei padroni. Poiché nessuno, diceva a ragione Lenin, rende maggior servigio ai padroni dei settari che si isolano dalla classe operaia, lasciandola da sola in balia dei burocrati. Opportunisti e carrieristi sono l’appoggio attivo dato ai padroni dai venduti e i ruffiani della nostra classe; estremisti e settari rappresentano invece l’appoggio passivo. Dimenticando di dire queste cose, evitando di scegliere da che parte stare, in perfetto gruppetto in stile italiano, la costola di Rifondazione – che di passata, come unico risultato, finora ha ottenuto solo di aver già figliato un’altra setta – più che un’Alternativa Comunista, andrebbe chiamata col suo vero nome: Alternativa Centrista.
Atteggiamento non diverso per il caso analogo dei 200 licenziamenti alla Unilever, ha tenuto il Partito Comunista dei Lavoratori dei compagni Ferrando-Grisolia (che credo siano pressoché gli unici iscritti del gruppo, e sia chiaro qua non si critica la quantità, ma la qualità infima di altri due settari che staccano con tanta leggerezza un’altra quota di classe dal resto del corpo). Il compagno Grisolia ha sicuramente ragione quando lamenta i metodi burocratici a cui anche la Rete 28 Aprile sembra talvolta ricorrere per avere ragione in una discussione. E certo, anche qualora fosse vero, non si può piagnucolare come una donnicciola perché qualcuno, constatata a suo dire la resa senza lotta, ha definito il compagno Carelli “un sindacalista opportunista, che agisce in funzione dei propri interessi personali”. Neanche l’avesse sgozzato! La presunta gravità dell’accusa è niente di fronte alla gravissima mancanza di una pronta risposta di cui siamo ancora in attesa. Di tutto si può accusare Grisolia, ma non di non aver fornito una spiegazione esauriente. Ed è triste vedere come compagni che vogliono costruire un’opposizione interna alla Cgil, non siano capaci ancora oggi di rispondere a quelle venute da fuori se non con slogan di quattro frasette, difesa di principio della propria parrocchia, inviti ad andarsene e pretesa di esser al di sopra di un qualunque e necessario chiarimento in merito. Non si stupiscano i compagni dirigenti della Rete 28 Aprile se poi a qualcuno venga il dubbio che il compagno Grisolia tutti i torti non li abbia. In attesa della smentita, per ora non ancora arrivata, una bastonata sicura al compagno Grisolia, possiamo darla lo stesso su un altro fronte: il solito. Quand’anche abbia ragione di lamentarsi dell’arrendevolezza del compagno Carelli e dei metodi antidemocratici della Cgil, il compagno Grisolia, che riempie il sito del suo Partito Comunista Dei Lavoratori di richiami a Lenin e alla Quarta Internazionale, si merita di veder presi a pesci in faccia alla Unilever i suoi iscritti, visto che non è stato capace di insegnargli dove devono stare. Non lo invito ad andarsene, ma a fare forse la cosa più difficile per le persone di questo paese: scegliere! Non si può stare nel gruppo di continuità nazionale della Rete 28 Aprile e dirigere un Partito con gli iscritti alla Cub. O di qua o di là, perché i comunisti che stanno alla Cub lavorano per travasare nella loro setta gli iscritti della Cgil. Viceversa i comunisti che stanno in Rete 28 Aprile si sforzano di farci cadere dentro tutti i lavoratori, quelli della Cub compresi e soprattutto. Mi spiega come può conciliare le due cose il compagno Grisolia? Cosa dice ai compagni della Cub dopo ogni convocazione del gruppo di continuità della Rete 28 Aprile? «Continuate a lavorare per la discontinuità della Rete 28 Aprile, mentre io dall’interno provo a ricucirne le maglie» ecco l’unica cosa sensata che può dire. Peccato solo che così perda di senso la sua appartenenza alla 28 Aprile. Del resto che senso può avere avallare, come ha fatto Grisolia, la scelta dei suoi compagni di stare nella Cub, perché – ma pensa! – la Cgil è poco democratica? Qui abbiamo né più né meno la cantilena di tutta la letteraturina di base: una noia mortale! A titolo d’esempio prendiamo questa volta il comunicato della RSU Slai Cobas della New Holland di Modena. Anche per questi compagni l’unico problema sembra essere quello di sapere se quelli della Cgil siano o meno cani da guardia dei padroni. Che dietro le pretese di rispetto, di democrazia e di solidarietà non ci sia altro che la lotta di classe così come di fatto è, manco gli viene in mente. La lotta di classe è confusa con un gara kantiana a chi fa più sue le categorie eterne di Giustizia, Libertà e Uguaglianza. Siccome le trovano solo da una parte, la loro, ne concludono che noi della Cgil siamo i cani da guardia dei padroni. E sia, mettiamo pure per un attimo che sia così, ma a questo punto però loro sarebbero i primi compagni paladini dei lavoratori a marciare con le bandiere del liberalismo in testa. Solo i liberali infatti credono a giustizia e libertà e compagnia kantiana come a qualcosa di indipendente dai rapporti di forza tra le classi. Quella che queste aquile del sindacalismo di classe chiamano mancanza di democrazia, altro non è che la lotta senza tregua che il padrone conduce contro i lavoratori. Non è in gioco la democrazia, ma la vita o la morte di due gruppi sociali contrapposti. Senza infiltrare continuamente i suoi emissari tra le nostre fila, il padrone e il suo sistema non sopravviverebbero un secondo. E secondo i nostri geni della lotta di classe, il padrone dovrebbe lasciare l’esito della questione a una semplice discussione democratica. Se poi l’esito lo mandasse al patibolo, lui dovrebbe salirci contento perché comunque decapitato in onore e rispetto delle regole democratiche. Ma questo non è un padrone, ma un coglione! Ma crepa te e la tua democrazia, dice il padrone! Un posto qua, una poltrona là, una mazzetta lì, una categoria in più ed ecco come trasformo la tua presunta avanguardia difensiva, in un colabrodo inoffensivo. Così fa il padrone e non ha nemmeno bisogno di comprare tutti, molti sono corrotti dalla semplice propaganda incessante che ci bombarda dal mattino alla sera, dall’incultura, dal conformismo d’apparato e in ultimo dalla presunzione di tanti irriducibili che credono d’essere alieni dalla sua ideologia, ma che invece staccandosi dal grosso della classe operaia e rendendogli così più facile la penetrazione tra le masse, dimostrano di non averne una completamente autonoma. Infatti, una volta estromessi dalla classe, confinati in periferia, ecco che dopo l’aggressione a Rinaldini, ricominciano con la solfa della mancata consultazione per la loro interpretazione dei fatti; ecco che esclusi dalle trattative alla New Holland, umiliati e offesi da RSU “cialtrone” che non han difeso un loro iscritto quando loro, gli iscritti Cgil cacciati ingiustamente dal padrone, li difendono, non riescono a far altro che scoprire l’acqua calda dei cani da guardia dei padroni. Ed è così che rappresentanti ipercoscienti della nostra classe, che giustamente difendono tutti i lavoratori dai soprusi del padrone, rinfacciano ai cani da guardia della Cgil, cioè ai rappresentanti dei padroni in seno al nostro sindacato, di non difendere i loro. Si domanda: ma quando mai s’è un visto un padrone o un suo rappresentante che si prende cura di un lavoratore? Perché padroni e loro rappresentanti dovrebbero prendere in considerazione la versione dei fatti sul caso Rinaldini dei presunti rappresentanti dei lavoratori? Per amore d’informazione? Ma non è in gioco la libertà di stampa, bensì l’interesse molto più spiccio e frivolo del profitto. I comunisti con la testa sulle spalle, queste cose le sanno in partenza e benissimo, sanno perfettamente che contro di loro congiura tutto il ciarpame che va dalla Confindustria alla stampa passando per la burocrazia sindacale. Sono ben coscienti d’essere i primi a venir spediti su Marte, se solo ai padroni qualcuno offre l’occasione. Ma chi gliela fornisce questa occasione, se non il primo compagno citrullo che lascia ai padroni e ai loro tirapiedi la possibilità di spadroneggiare anche nel più importante sindacato del paese? Essere iscritti al sindacato dei quattro gatti dello Slai Cobas, all’interno di uno stabilimento in mano pressoché come tutti gli altri a CGIL-CISL-UIL, vuol dire firmare in bianco la propria deportazione a Nola! Hai voglia dopo a piagnucolare, ma lo Slai Cobas se lo merita! Forse se invece che allo Slai Cobas, i compagni di Nola, fossero stati iscritti alla Fiom, per i nostri burocrati sarebbe stato più difficile spedirli in Siberia! Ma la Fiom non è democratica, strillano di nuovo le comari dello Slai Cobas! In termini marxisti democrazia vuol dire dittatura, e all’interno della Fiom come in tutti gli altri sindacati di massa, gli ultimi vent’anni di sconfitte del movimento operaio, hanno determinato ai vertici quella dei padroni e dei loro rappresentanti, sia che siano coscienti di esserlo sia che non lo siano. E i borghesi, quando ci riescono, cacciano a pedate i comunisti dal sindacato. Ci mancherebbe anche che non provassero a farlo. Non è facile per un comunista restare in un sindacato infestato da agenti del Capitale. Il pericolo di espulsione è sempre in agguato. Ma se ci riescono in molti, possono riuscirci anche la maggior parte dei compagni dello Slai Cobas. Quei pochi che non dovessero farcela, non hanno comunque alcun motivo per frignare sulla democrazia. Solo dei comunisti sprovveduti, possono mettere la lotta di classe, all’interno del movimento operaio, sul piano della democrazia, cioè del più piatto liberalismo. I padroni che così fessi non sono, che sono cioè liberali solo a parole, usano tutti i cavilli possibili per aggirarla e papparsi prima ancora del voto due terzi delle RSU. Se questo non basta per escludere anche dall’ultimo terzo i comunisti, pensano ai reparti confino di Nola per limitarne l’influenza. I comunisti arretrati invece di rendere pan per focaccia occupando prima di tutto i posti che i borghesi hanno preparato per sé stessi, per poi espellere da lì tutti i burocrati dalle nostre fila, se ne escono già loro dalla Fiom, rendendo ancora più facile ai suoi burocrati il compito di spedirli a Nola. Ma che la deportazione sia dovuta alla firma della Fiom, è solo un giudizio dettato dalla superficialità dello Slai Cobas e da tutti i comunisti settari che vi si sono iscritti. È lo stesso Slai Cobas a riconoscerlo quando scrive che la colpa è anche degli operai che nonostante tutto, continuano a votare i burocrati sindacali: «Operai, la colpa però è anche nostra non si può più concedergli tutte queste cambiali in bianco, dobbiamo intervenire in prima persona, il delegato deve sentirsi il fiato sul collo, non deve essere eletto per farsi i cazzi suoi». I “nostri operai” però, cari compagnuzzi dello Slai Cobas, se ancora non ve ne siete accorti, persi tra le nuvole dei vostri stupidi fumetti, sono appunto la classe operaia: è la classe operaia che ha spedito a Nola i settari dello Slai Cobas! E ci mancherebbe anche che la classe operaia non spedisca in Siberia con un sonoro calcio nel culo, i suoi presunti paladini che invece di aiutarla a combattere i padroni, la lasciano sola in balia dei burocrati sindacali che ne fanno le veci. Quando recupererà un barlume di coscienza, la pedata sarà ancora più vigorosa e potente da spedirli oltre il sistema solare e non averli mai più tra i coglioni. Perché più dell’incoscienza, fa schifo la coscienza a metà del compagno che fa il primo passo per emanciparsi dal liberalismo, ma non il secondo per abbracciare in pieno il marxismo! Il reparto di Nola è il castigo meritato in cui la classe operaia confina d’istinto tutti i settari che non ne vogliono sapere di marciare al fianco dei suoi difetti. Ed è giusto che i settari ci stiano fino a quando non impareranno la lezione. È probabile che non la impareranno mai – quando mai i settari hanno imparato qualcosa? – tuttavia alla classe operaia e ai suoi unici veri rappresentanti, i marxisti-leninisti, spetta solo impartirgliela. A riprova ulteriore del fatto c’è che mentre piagnucolano come femminucce isteriche contra la loro “ingiusta” condizione di deportati a Nola, sognano di comportarsi alla stessa maniera contro i burocrati che ce li hanno spediti. Se il delegato burocrate non fa il suo dovere infatti si «può anche cacciare a pedate nel culo! Non ci si può lamentare e poi non sostenere attivamente gli operai e i delegati che si danno da fare!». Disgraziatamente per i compagni dello Slai Cobas, gli operai non comprendono la sofistica che vuole insegnar loro qualcosa da una cattedra piazzata fuori dalla classe, e invece di prendere a pedate i burocrati, imprimono un calcio nel culo a tutti i settari che credono di meritare il loro rispetto semplicimente perché “si danno da fare”. Di chi la colpa se non di chi si dà da fare senza venir mai sfiorato dal dubbio di darsi da fare male? Non basta darsi da fare, bisogna farlo bene, non alla cazzo. È necessario in due parole darsi da fare come marxisti e non come estremisti. L’imperterrita iscrizione dei lavoratori alle organizzazioni di massa, con la relativa elezione dei loro rappresentanti, non è che il fortissimo istinto di classe che permea da sempre tutti gli operai. Ma gli istinti di classe possono essere solo due. Chi è fuori dalla Fiom, dentro le sette di base, è permeato lo voglia o no dall’istinto della classe avversa. Infatti l’istinto che fa iscrivere gli operai nelle organizzazioni di massa, è la coscienza del “gruppo”, quello che porta al tesseramento tra i quattro gatti d’una setta, non è che lo spirito dell’ “individualismo”. E non si chiama forse liberalismo l’ideologia dell’individualismo? La mancanza di democrazia nelle organizzazioni di massa dei lavoratori, non è che la dittatura padronale instaurata ai loro vertici. Per contrastarla è necessario l’ingresso in massa dei comunisti in Cgil. Ma i comunisti in Cgil non sono la democrazia che avanza, ma solo la dittatura del proletariato che riequilibra e contrasta quella padronale fino alla vittoria. Uscire dalla Fiom-Cgil, vuol dire preparare la sconfitta degli operai. È giusto quindi che paghi per primo e nella maniera più rovinosa chi ha offerto il miglior contributo alla causa del padrone.
Speriamo che non si offendano i compagni dello Slai Cobas, del resto se si vuol dar dei cialtroni e dei cani da guardia ai compagni della Fiom, bisogna anche essere pronti a buscarle. Un pugile che vuol solo darle senza essere pronto ad incassarle, è il primo che finirà suonato al tappeto, quando sarà raggiunto dal sinistro d’incontro, sferrato dal guantone del marxismo-leninismo che lo scaraventerà all’angolo con il più sonoro dei ceffoni. Per loro la Cgil fa schifo, è solo un covo di cialtroni, di svergognati e di cani da guardia dei padroni. I marxisti vengono pure incontro ai compagni dello Slai Cobas, confermando che l’immagine che hanno del primo e unico sindacato degli operai rivoluzionari, è fin rosea. La verità è che la Cgil va sempre più assomigliando ad una corporazione fascista. Ma anche così, non basta perché qualcuno si senta autorizzato ad uscirne.
Per i marxisti la Cgil fa ancora più schifo dello schifo più nero che ognuno può immaginare, ma quanto più schifo fa un sindacato di massa, quanto più possiamo essere certi che nei sindacati alternativi, i militanti fuoriusciti, non riuscendo a travasarci dentro la classe, hanno soltanto aperto un altro grande sacco in cui buttare il pattume dei comunisti.
La Cgil, vale a dire la classe operaia, è insozzata da cima a fondo, come la stiva di una petroliera. Bisogna ripulirla, e per ripulirla bisogna ramazzarla come si deve dall’interno. Chi lo vuol far da fuori, va in definitiva a scopare il mare.
È solo dal letame della Cgil che il marxismo farà rinascere il fior fiore della lotta di classe! Dalla serra, per quanto ordinata pulita e profumata dei sindacalismi di base, la puzza padronale non se ne andrà mai. Ma senza il naso da tartufi della classe operaia, che solo i marxisti-leninisti hanno davvero affinato e infallibile, i settari non la sentiranno mai.
Nota: per la documentazione si vedano i seguenti testi: per le dichiarazioni di Cremaschi il Corriere della Sera 19 Maggio 2009; per quelle di Rinaldini Liberazione 17 Maggio 2009; per quelle della Marcegaglia e dei suoi cani da guardia, Il Messaggero 17 Maggio 2009; per i comunicati dello Slai Cobas si veda, tra gli altri, “Cgil Cisl e Uil: i cani da guardia del capitale” sul sito Sottolebandieredelmarxismo; il post di Beppe Grillo sul “galantuomo Rinaldini” è quello pubblicato sul suo blog il 17 Maggio 2009 col titolo “Il gioco della torre”.
Lorenzo Mortara
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