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LA “LUNA” E IL “DITO”. PAOLO FERRERO PROVA A REPLICARE, MA PEGGIORA
LA SITUAZIONE.

Paolo Ferrero ha deciso di rispondere, con un editoriale di prima

pagina su Liberazione (23/12), alla vasta reazione critica suscitata

dalle sue interviste a Il Manifesto e a Repubblica. E’ comprensibile.

Ma disgraziatamente la sua lunga risposta conferma, e perciò stesso

aggrava, la misura delle divergenze. Su tutta la linea.

Tre sono gli argomenti “difensivi “ che Ferrero porta. 1) Il fronte

“democratico” con PRC e UDC è solo elettorale, e non riguarda il

governo. 2) Nelle elezioni regionali l’accordo di governo può essere

ricercato “su contenuti programmatici chiari”.3) Il fronte democratico

con PD e UDC non va confuso col fronte sociale, dove la federazione

interverrà con una campagna referendaria che “ avrà al centro

l’abrogazione della legge 30”. Infine l’appello accorato a “discutere

della luna e non del dito”.

Proprio perché facciamo interamente nostro quest’ultimo appello,

andiamo subito alla sostanza.

L’ACCORDO “ ELETTORALE” CON PD E UDC RIGUARDEREBBE NECESSARIAMENTE IL GOVERNO.

Un fronte elettorale con Bersani e Casini riguarderebbe

necessariamente il governo. Persino a prescindere dall’eventuale

volontà di Ferrero, è del tutto evidente che Bersani e Casini non

potrebbero indicare una soluzione di governo che veda una parte del

fronte elettorale all’opposizione, senza esporsi al ridicolo. Peraltro

l’attuale legge elettorale ( quella in vigore in caso di elezioni

anticipate) comporta l’obbligo per una coalizione di configurare

un’alleanza di governo, con tanto di indicazione del candidato

premier: potrebbe Ferrero siglare un accordo elettorale di coalizione

attorno alla candidatura a premier di Casini o D’Alema, dicendo al

contempo che il governo non lo riguarda? E soprattutto potrebbero

Casini o D’Alema accettare un simile pasticcio? E che così stiano le

cose lo rivela implicitamente lo stesso Ferrero quando continua a

rimuovere la questione della collocazione politica della Federazione

verso l’eventuale governo Casini-D’Alema. Il “non ingresso” nel

governo, infatti, non chiarisce affatto il nodo politico vero per le

sinistre: appoggio esterno o opposizione? E’ la questione decisiva che

Ferrero nasconde. Perché la nasconde? Perché se dicesse” opposizione”

salterebbe immediatamente tutto il castello di quell’”accordo

elettorale” con Bersani e Casini cui punta ostinatamente; e se dicesse

“ appoggio esterno”, in omaggio alla verità, gli si rivolterebbe

contro il partito. Peraltro lo stesso Ferrero ha ripetutamente fatto

riferimento al programma minimo “ democratico” di un “governo di

garanzia” ( su legge elettorale, conflitto di interesse, equilibri

istituzionali) ben al di là di un semplice accordo elettorale per

battere Berlusconi: ciò che implica esattamente una soluzione

d’appoggio al governo. Ma c’è di più : la stessa formula del CLN, che

Ferrero ha fatto sua, richiama storicamente un’alleanza di governo,

non un semplice accordo elettorale. Non è un caso che nell’editoriale

che voleva essere rassicurante Ferrero dichiari: “ Non ci piace la

UDC, come immagino ai partigiani non piacessero particolarmente i

monarchici con cui pure si allearono in funzione antifascista”. Il

piccolo dettaglio è che l’alleanza di fronte popolare voluta da

Togliatti coi partiti borghesi , liberali, e persino monarchici contro

il fascismo ( con la “svolta di Salerno” e la benedizione di Stalin)

non si limitò affatto ad una convergenza militare contro il nemico

comune, ma subordinò il movimento partigiano alle forze borghesi, al

successivo governo di unità nazionale, al suo programma di

ricostruzione del capitalismo italiano e dello Stato borghese: con la

sconfitta non solo delle aspirazioni sociali della classe operaia, ma

anche di tanta parte delle sue aspirazioni democratiche ( amnistia per

i fascisti del ministro Togliatti, difesa del Concordato con la

Chiesa..). L’argomento di Ferrero non poteva dunque essere più

infelice, e al tempo stesso rivelatore. Il riferimento al CLN che

Ferrero rivendica- e Diliberto osanna- richiama non l’accordo

elettorale, ma la compromissione governativa, diretta o indiretta che

sia, con la borghesia italiana.

LE ALLEANZE REGIONALI CON PD (E UDC) SU.. “ CONTENUTI CHIARI E CONDIVISI”.

L’editoriale di Ferrero sfiora appena il terreno delle alleanze

regionali, forse per paura di scottarsi le dita, ma lo fa con parole

illuminanti. A differenza che sul piano nazionale, afferma Ferrero,

gli accordi regionali di governo sono possibili e “ possono essere

ricercati sulla base di contenuti programmatici chiari e condivisi”.

Bene. Siccome Prc e Pdci siedono da molti anni nelle giunte regionali

di mezza Italia, e siccome stanno ovunque confermando le coalizioni

d’appartenenza ( talvolta allargandole alla UDC), si deve dedurre che

tutte le porcherie compiute dalle giunte Bassolino ( Campania), Loiero

( Calabria), Burlando( Liguria), Spacca ( Marche), Martini (Toscana),

Lorenzetti ( Umbria), ( in fatto di politiche sanitarie, speculazioni

affaristiche, danni ambientali, sostegno ai padroni, soldi a scuole

private e cliniche private, sfruttamento di precari..) appartengono..

“ ai contenuti programmatici chiari e condivisi” richiesti da Ferrero.

La verità è che i famosi “ contenuti”sono l’ultimo dei problemi delle

alleanze locali di governo: che rispondono invece in primo luogo alla

domanda di assessorati e di un maggior numero di consiglieri ( con

relativi vantaggi di cassa); e in secondo luogo alla ricerca di una

relazione territoriale con Pd e Udc che possa pesare un domani sul

negoziato nazionale con tali partiti. Ciò spiega quello che altrimenti

sarebbe inspiegabile: l’assoluta impermeabilità di questa politica

alle lezioni dell’esperienza concreta delle politiche di governo. Così

come spiega la clamorosa caduta di quella “pregiudiziale” verso la UDC

che Ferrero aveva formalmente esibito contro Vendola quando si

trattava di ottenere i voti congressuali nel nome della “svolta a

sinistra”. Su tutto fa premio il cinismo della politica borghese. La

caduta della pregiudiziale verso la UDC sul piano locale, non serve

solo a difendere assessorati o a sperare di guadagnarne, ma anche ad

aprire la via di un possibile CLN nazionale; così come l’apertura ad

un governo Casini sul piano nazionale serve a sbloccare la via degli

accordi locali con PD e UDC, con relativi benefici assessorili.

LA TEORIA DELLA SEPARAZIONE TRA QUESTIONE DEMOCRATICA E SOCIALE, E

IL BLOCCO “DEMOCRATICO” COI PARTITI BORGHESI LIBERALI

La teoria improvvisata di Ferrero – nel suo editoriale- circa la

separazione tra questione democratica e questione sociale, non solo

non supporta l’indipendenza di classe della Federazione, ma serve a

coprire la sua subordinazione alla borghesia liberale. Vediamo come.

Dichiara Ferrero : “ Questione democratica e questione sociale oggi

non coincidono, perché non esiste in Italia un fronte riformatore che

possa essere protagonista coerente della lotta sui due fronti. La

nostra capacità politica risiede nell’ottenere il massimo possibile su

entrambi i piani agendoli distintamente e a partire dal massimo di

autonomia politica della Federazione della sinistra”. Di conseguenza,

da un lato si fa il CLN con Casini e D’Alema ( piano democratico), e

dall’altro si fa il referendum contro la legge 30 ( piano sociale).

Questa intera impostazione capovolge l’abc del marxismo . E

soprattutto serve a giustificare, sul piano teorico, una concreta

politica subalterna. La teoria dei blocchi “democratici” con la

borghesia liberale- propria di tutta la tradizione storica del

riformismo, socialdemocratica e staliniana- si è sempre rivelata

disastrosa non solo per i lavoratori, ma spesso per le stesse ragioni

della battaglia democratica. La borghesia liberale è incapace di una

coerente battaglia democratica. Lo è persino nei paesi arretrati e

dipendenti. A maggior ragione lo è nei paesi imperialisti. Peraltro

tutta la lunga storia italiana, dal Risorgimento ad oggi, ha

confermato nel modo più inconfutabile l’incoerenza democratica della

borghesia liberale tricolore ( compromissione con la monarchia e il

baronato feudale, compromissione col Fascismo e col Vaticano,

collusione con la mafia e lo stragismo, leggi antisciopero, leggi

antimigranti, varo della “seconda” Repubblica..). La ricerca oggi di

un “patto” con Berlusconi da parte di PD e UDC è solo l’ultimo

capitolo di questa lunga storia. In questo quadro non è un caso che

tutti i compromessi delle sinistre con la borghesia liberale italiana

si siano risolti non solo nel tradimento dei lavoratori, ma

nell’arretramento democratico ( dalla legislazione d’”emergenza” del

compromesso storico con la DC nella prima Repubblica, sino alle

revisioni costituzionali e alle guerre della seconda Repubblica). Né è

un caso che, qui e ora, una coerente battaglia “democratica” sia

incompatibile con l’alleanza politica con PD e UDC, su tutti i terreni

decisivi: indipendenza dal Vaticano, piena uguaglianza dei diritti

civili, ritiro dalle missioni di guerra, cancellazione della

legislazione reazionaria antimigranti, ritorno ad una vera legge

elettorale proporzionale. Non uno di questi punti puramente

“democratici” potrebbe essere raccolto da quel CLN che Casini e

Ferrero rivendicano. Qual è dunque “il massimo possibile”, sul piano

democratico, che Ferrero ricerca da quel patto? In buona sostanza un

sistema elettorale “tedesco”, cioè un sistema proporzionale basato su

una soglia di sbarramento del 5%. Meglio dell’attuale”porcata” del

maggioritario? E’ indubbio. Ma lasciamo in pace la “democrazia”: ogni

soglia di sbarramento è di per sé la negazione del più elementare

principio democratico ( uguaglianza dei voti, principio della

rappresentanza proporzionale); e nel concreto costituisce una

minaccia, in altra forma, al diritto di rappresentanza istituzionale

delle sinistre. Fu istituito in Germania nel dopoguerra per tener

fuori “ i comunisti” dal parlamento. Ed oggi difficilmente lo

sbarramento del 5% garantirebbe il Parlamento a Ferrero, Diliberto e

Salvi. Peraltro l’ipotesi di un sistema elettorale tedesco è già fatta

propria da Casini e D’Alema, senza aspettare Ferrero, in funzione dei

propri giochi politici di ricostruzione di una rappresentanza politica

centrale della borghesia. A cosa si riduce dunque la “ missione

democratica” del CLN che Ferrero ricerca? Alla speranza di Ferrero di

poter negoziare la soglia di sbarramento del sistema elettorale

tedesco, in modo da renderla compatibile col ritorno di PRC e PDCI in

Parlamento. E’ in cambio di questo dunque che la Federazione della

sinistra è disposta al blocco elettorale con D’Alema e Casini e al

sostegno esterno al loro governo.. confindustriale e di guerra? Sì.

Oltre naturalmente alle immediate contropartite, già citate, in fatto

di assessori regionali nelle giunte di centrosinistra. E

all’irresistibile speranza di tornare nella “Grande” politica “che

conta”.

UNA PROPOSTA OPERAIA “COMPATIBILE” CON IL BLOCCO COI LIBERALI.

Ma Ferrero qui inalbera il vessillo della questione sociale, l’altro

“piano” della battaglia, per rivendicare la propria autonomia dal

liberalismo. E qual è il “massimo possibile”, per usare le sue parole,

che su questo terreno Ferrero propone? La raccolta delle firme per un

referendum abrogativo della legge 30. Naturalmente ben venga anche la

raccolta firme per il referendum ( per il quale il PCL è totalmente

disponibile): tanto più se abrogativo di una legge infame che il

governo di centrosinistra e il ministro Ferrero hanno riconfermato

appena due anni fa con il famigerato accordo sul Welfare. Ma davvero

si pensa che la proposta di una raccolta firme per un futuro

referendum possa rappresentare la risposta centrale al più grave

attacco sociale cui i lavoratori sono sottoposti da generazioni, nel

quadro della più profonda crisi capitalistica degli ultimi 80 anni?

Davvero si ritiene che possa indicare una via d’uscita alla gravissima

im passe in cui versano la classe operaia e i movimenti di massa di

fronte alla valanga dei licenziamenti? Nessuna proposta centrale

d’azione al movimento operaio ( vertenza generale unificante, sciopero

generale prolungato..); nessuna proposta centrale sul terreno delle

forme di lotta ( generalizzazione della occupazione delle aziende che

licenziano, e cassa nazionale di resistenza sotto il controllo dei

lavoratori); nessuna proposta centrale sul terreno

dell’autorganizzazione democratica ( coordinamento nazionale delle

aziende in lotta e assemblea nazionale di delegati eletti). Neppure

l’elementare sostegno alla battaglia congressuale della Fiom in CGIL

contro la politica di Epifani. Nulla di nulla. In compenso..la

raccolta firme per un referendum che, nel caso, si terrà tra due anni.

Sarebbe questo il “massimo possibile” che la sinistra..”radicale” sa

mettere in campo?. Ma sbaglierebbe chi non vedesse una logica in tutto

questo. Non è la logica del “massimo possibile”. E’ la logica del

“massimo compatibile” con la ricerca del CLN con D’Alema e Casini.

Contrariamente a quanto afferma Ferrero, i due piani non sono affatto

“separati”. Se ricerchi l’alleanza elettorale nazionale con PD e UDC,

se realizzi l’alleanza di governo con PD ( e UDC) nelle regioni, non

puoi puntare sull’esplosione sociale concentrata e radicale, non puoi

muoverti sulla linea dell’occupazione generale delle aziende che

licenziano e rivendicare il loro esproprio, non puoi neppure

contrastare Epifani in CGIL ( grande elettore di Bersani) ; puoi

invece promuovere una raccolta firme: per recuperare l’immagine “

sociale” della Federazione dopo le compromissioni antioperaie dei suoi

gruppi dirigenti; cercare un po’ di voti per le regionali (

nascondendo con la propaganda “sociale” il profilo antioperaio dei

Governatori che si sostengono); accumulare una massa critica

contrattuale da spendere sul terreno negoziale con PD e UDC, per non

essere scaricati da un eventuale CLN. In conclusione: si subordina

l’interesse generale del movimento operaio e la necessità di una

svolta di lotta generale e radicale, all’interesse particolare dei

gruppi dirigenti della sinistra nel loro negoziato con i partiti

borghesi.

PER UNA DIREZIONE OPERAIA DELLA BATTAGLIA DEMOCRATICA. CACCIARE

BERLUSCONI PER UNA ALTERNATIVA VERA.

“E’ questo il prezzo da pagare per liberarsi da Berlusconi” diranno

alcuni. Ma non è così. In un certo senso è vero l’opposto. Solo

un’esplosione sociale concentrata e radicale potrebbe incidere sui

rapporti di forza, incrinare il blocco sociale reazionario, creare le

condizioni per cacciare Berlusconi. Rimuovere la prospettiva

dell’esplosione sociale, per ricercare il CLN con Casini e D’Alema

significa di fatto contribuire a tenere in sella Berlusconi per i

prossimi tre anni.. e favorire la successione ( eventuale) di un nuovo

centrosinistra allargato a destra. E’ quello che è avvenuto nella

precedente legislatura di centrodestra e che oggi, in altra forma, si

vorrebbe replicare, come se nulla fosse accaduto. Guardiamo in faccia

la realtà: Berlusconi è stato per 15 anni il principale beneficiario

delle politiche del centrosinistra e della subordinazione ad esse

delle sinistre italiane. Tuttora si avvale dell’esperienza traumatica

delle politiche antipopolari del governo Prodi per minare la stessa

credibilità di un’alternativa al proprio governo. E già oggi, nel

momento stesso in cui apre all’”inciucio” con D’Alema e Casini,

continua a denunciare demagogicamente l’ammucchiata del CLN nelle

regioni ( dall’UDC al PRC) come manifesto del trasformismo e della

corsa alle “poltrone”. La verità è che più la sinistra è subalterna ai

liberali nel nome della “lotta a Berlusconi”, più aiuta di fatto

Berlusconi e la sua agitazione populista contro i liberali e le

sinistre, ad esclusivo vantaggio della reazione. Quanto hanno

avvantaggiato Berlusconi, nelle stesse regioni, le compromissioni

innaturali con i Bassolino, i Loiero, i Burlando,i Penati?

Ma il punto vero e di fondo è, in ogni caso, un altro: è il movimento

operaio che deve prendere nelle proprie mani la direzione della lotta

contro il berlusconismo per costruire la propria alternativa. Questa è

la vera lezione degli ultimi 15 anni. All’opposto di quanto teorizza

Ferrero, il piano democratico e il piano sociale non possono essere

“agiti separatamente”. Solo una mobilitazione sociale radicale guidata

dal movimento operaio può portare sino in fondo la stessa battaglia

democratica per cacciare Berlusconi e aprire la via di una vera

alternativa anticapitalistica, contro ogni soluzione di alternanza. E

solo la rottura con PD ( e UDC) può consentire il pieno dispiegamento

di questa lotta radicale per l’alternativa. Rompere il cordone

ombelicale che subordina il movimento operaio al liberalismo, è l’asse

decisivo di una politica comunista. Così è sempre stato. E così è

oggi. Gramsci non disdegnò l’incontro e il confronto con l’intero arco

delle opposizioni ( liberali inclusi) contro il fascismo, al punto di

partecipare inizialmente all’Aventino e di proporre un Antiparlamento.

Ma tutta la sua politica, in quelle stesse sedi, denunciò

sistematicamente la subordinazione delle sinistre ( riformisti e

massimalisti) ai liberali : e contro il compromesso paralizzante con i

liberali propose la via dello sciopero generale contro il fascismo.

Pur di fronte a Mussolini ( ben più impegnativo di Berlusconi),

Gramsci non solo non si sognò di fare il CLN con i liberali. Ma

diresse tutta la sua politica contro ogni blocco con i liberali, nel

nome della lotta per un fronte unico di classe e di un’alternativa

proletaria al fascismo. Era l’esatto opposto di quella che sarebbe

stata, 20 anni dopo, la politica di unità nazionale di Togliatti.

GRAMSCI, NON TOGLIATTI. RICOSTRUIRE SUI PRINCIPI L’UNITA’ DEI COMUNISTI.

Il PCL propone di ritornare alla politica di Gramsci, cioè alla

politica di Lenin e di Trotskij. Perché solo il recupero dei suoi

principi, e la conseguente rottura col riformismo, possono aprire una

nuova via per la giovane generazione. Chi , con le migliori

intenzioni, continua a ricercare la cosiddetta “unità di comunisti”

fuori e contro quei principi, continua a battere la testa contro il

muro. Si può ignorare la storia. Ma la storia presenta sempre il conto

a chi la ignora. L’unità dei comunisti o riparte dai principi del

leninismo o non è. O recupera il programma della rivoluzione o si

trasforma in un’icona vuota contro la prospettiva rivoluzionaria,

magari al servizio dell’ennesimo CLN. Questa è “la luna”, caro

Ferrero, il resto è il “dito”.

MARCO FERRANDO

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