1. Le cause della presente crisi economica non sono da ricercarsi nella speculazione e
nell’indebitamento. Esattamente al contrario, la gigantesca espansione dei mercati
finanziari era ed è espressione di una profonda crisi del lavoro e della valorizzazione
capitalistica, la cui origine risale almeno a 30 anni fa.
2. Dal Crash dei mercati finanziari del 2008 rimproverare a “speculatori” e “banchieri”
la loro “avidità” e la loro “ fame di profitto” è diventato uno degli sport più in voga. Ma
la caccia al profitto sempre più alto è il motore fondamentale del modo di produzione
capitalistico, che funziona secondo il principio “dal denaro fare sempre più denaro” (D-
M-D1). È ciò che viene chiamata la “valorizzazione del capitale”. La produzione di merci
e lo sfruttamento della forza lavoro per la produzione di queste merci sono solo i mezzi
per raggiungere questo fine. Dal punto di vista della valorizzazione capitalistica è perciò
del tutto indifferente quello che viene prodotto (dalle bombe a grappolo alla salsa per
gli spaghetti), così come il modo in cui viene prodotto (intensificazione dei ritmi del
lavoro, precarizzazione, lavoro minorile…) e quali conseguenze tutto questo possa avere
(distruzione della natura etc.)
3.La logica della valorizzazione capitalistica porta però in sé una fondamentale
contraddizione, che è irrisolvibile. Da un lato per poter garantire la valorizzazione del
capitale deve essere utilizzata sempre più forza lavoro per la produzione di merci –
poiché il fine in sé della moltiplicazione del denaro attraverso l’utilizzo di forza lavoro è
astratto e quantitativo e non conosce alcun limite logico. Dall’altro lato, l’onnipresente
concorrenza obbliga ad un aumento permanente della produttività attraverso la
“razionalizzazione” della produzione. Questo significa produrre sempre più prodotti per
unità di tempo, dunque ridurre il tempo di lavoro necessario e rendere “superflua” la
forza lavoro.
4.La fondamentale crisi in potenza che questa contraddizione comporta è stata rinviata
al futuro sin dagli anni ’70 grazie ad un accelerazione dei ritmi di crescita. Attraverso
l’espansione della valorizzazione capitalistica al mondo intero e a nuovi rami della
produzione la domanda di forza lavoro aumentò in modo esponenziale e con ciò vennero
compensati gli effetti della razionalizzazione. La “terza rivoluzione industriale” (basata
sulle tecnologie informatiche) ha tuttavia reso inefficace questo meccanismo di
compensazione. Essa ha portato ad un allontanamento massiccio della forza lavoro da
tutti i campi della produzione. Nonostante l’intensificazione e la globalizzazione della
produzione, sempre più persone sono considerate “superflue” ai fini della valorizzazione
capitalistica. Così si è però avviato un fondamentale processo di crisi che mina
inesorabilmente il modo di vita e di produzione capitalistici.
5.Ma cosa c’entra la bolla dei mercati finanziari con tutto questo? La crisi di
valorizzazione capitalistica significa innanzitutto per il capitale non trovare più
opportunità di investimento soddisfacenti nell’“economia reale”. È per questa ragione
che ripiega sui mercati finanziari e determina così un rigonfiamento di “capitale fittizio”
(speculazione e credito). Questo è esattamente quello che è accaduto a partire dagli
anni ’80. Questo spostamento verso i mercati finanziari non è che una forma di
differimento della crisi. Il capitale in eccedenza trova così una nuova (anche se
“fittizia”) possibilità di investimento scongiurando la minaccia di svalorizzarsi. Al tempo
stesso il rigonfiamento del credito e della speculazione crea anche un potere d’acquisto
addizionale, che può indurre un allargamento della produzione (per esempio il boom
dell’industrializzazione in Cina)
6.Tuttavia il prezzo per questa proroga della crisi è l’accumulo di un sempre più grande
potenziale di crisi e una estrema dipendenza dai mercati finanziari. L’“accumulazione”
di capitale fittizio non può fermarsi. Quando scoppia una bolla, per salvare banche e
investitori ai governi e alle banche centrali non resta che pompare liquidità non coperta
nei mercati, così da riformare una nuova bolla. È dunque una mera illusione quella che
si fanno i dirigenti politici di tutte le parti quando reclamano una maggior limitazione
della speculazione. Misure momentanee di regolamentazione sono forse possibili, ma in
realtà quello che importa è che la speculazione e il credito vadano avanti, perché il
sistema capitalistico può ancora funzionare solo su queste “basi”. Non è perciò un caso
che la “realpolitik” si sia condotta secondo questo modello ed abbia rimesso in moto la
dinamica dei mercati finanziari.
7.La crisi attuale rappresenta però un salto qualitativo, poiché il crash poteva essere
recuperato solo attraverso un indebitamente massiccio degli stati. Per questo la crisi, in
quanto crisi delle finanze statali, si rovescia sulla società (“programmi di ‘austerity’”).
Ma quando oggi ci dicono che dobbiamo fare sacrifici, perché “viviamo al di sopra delle
nostre possibilità”, ci presentano le cose esattamente al contrario di come invece sono.
Se oggi è possibile produrre più ricchezza materiale con sempre meno lavoro, questo
apre in via di principio la possibilità di una vita migliore per tutta l’umanità. Dal punto di
vista capitalistico invece comporta solo una riduzione della produzione di valore. È per
questo e solo per questo che ci viene imposto l’“imperativo del risparmio” per una
società che da questa produzione di valore è dipendente. Il gigantesco indebitamento è
espressione del fatto che il potenziale produttivo creato dal capitalismo fa esplodere la
sua propria logica e che la ricchezza in senso capitalistico può essere mantenuta solo
con la violenza. La società deve liberarsi di questa forma di produzione di ricchezza, se
non vuole essere trascinata nell’abisso con essa .
http://www.krisis.org/2010/die-finanzkrise-ist-eine-krise-der-kapitalistischen-produktionsweise
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