Da qualche giorno i giornali italiani (anche i cosiddetti “comunisti”) ci propinano le false notizie sul ritiro degli americani dall’Iraq e la fine della guerra.
Tutto questo ci dimostra lo stato di servitù dei giornali italiani alle versioni dell’imperialismo made-in-Washington. Del resto, si sa, siamo tutti sulla stessa barca.
Ci dimostra, tuttavia, anche un’altra cosa, ci dimostra l’esistenza di un piano, sottile, impercettibile, degli agenti dell’imperialismo per manipolare le coscienze e le menti della gente.
Il trucco è sempre quello, da anni: dare una falsa verità, fare in modo che la gente vi creda e renderla un dogma. È un po’ come il gioco degli opposti semplici (USA bene-Venezuela male, avremo modo di parlare anche di questo).
Bene, è ora di finirla con queste mistificazioni e gridare ad alta voce la verità: gli Stati Uniti non si sono ritirati dall’Iraq, la guerra imperialistica non è finita.
Semplicemente gli USA hanno cambiato strategia. Le truppe non si sono ritirate, sono solo diminuite in numero passando da 100000 a 56000 unità.
Le loro funzioni sono di:
1) addestramento (50000 unità, un numero troppo grande perché possa essere vero)
2) logistica (6000 unità)
A questi si devono aggiungere i contractors al soldo degli Stati uniti e delle altre potenze occupanti, mercenari in un numero indefinito.
Si può parlare di ritiro a queste condizioni?
Certo, i filoamericani e obamisti più incalliti potrebbero obiettare il fatto che le 56000 unità saranno ritirate entro il 2011. Sappiamo tutti che la data è solo indicativa, non è un dogma. Non ci sorprenderemmo, anzi, se le truppe non si ritirassero o ricominciassero a crescere, viste le dichiarazioni di alcuni generali americani e l’escalation di attentati negli ultimi giorni (cosa che dovrebbe far riflettere).
LA QUESTIONE DELLE BASI
Supponiamo per un istante che, entro il 2011, le 56000 unità di cui sopra tornino in patria. Il ritiro delle truppe statunitensi potrà quindi dirsi completo? Ovviamente no.
Sul suolo iraqeno rimarrebbero comunque delle basi militari nordamericane. Si verrebbe a formare una situazione simile a quella italiana del secondo dopoguerra: ufficialmente gli USA non occupano più militarmente il territorio, di fatto però si nota ancora una massiccia presenza di truppe.
La cosa appare più inquietante se ci si stacca un poco dall’Iraq e si guarda la situazione mondiale.
La militarizzazione della Colombia, la creazione di quella immensa base che è diventata Haiti, le esercitazioni militari congiunte USA-Corea del Sud, il distaccamento di una flotta americano-israeliana armata con testate nucleari al largo dell’Iran ci portano alla irrimediabile conclusione: gli USA si preparano ad un controllo militare, politico ed economico del pianeta. E per farlo sono pronti ad eliminare chi si opporrà.
La caduta dell’Unione Sovietica e la capitalistizzazione della Cina di certo gli facilitano il compito.
Detto questo si comprenderà meglio l’importanza strategica che le basi in Iraq assumono per gli Stati Uniti.
La vicinanza all’Iran e la posizione centrale nel Medio oriente permettono agli yankee di avere una posizione di vantaggio in un eventuale conflitto (e nel mercato del petrolio). Ecco perché gli imperialisti non cederanno facilmente le basi iraqene.
LA GUERRA IN IRAQ È UNA GUERRA IMPERIALISTICA?
Come per l’Afghanistan la risposta è sì. La guerra in Iraq scatenata da Bush è una guerra imperialistica per salvaguardare i grandi monopoli petroliferi e per sostituire un governo favorevole ad uno oramai insostenibile per gli USA.
Di fatto tutta la politica estera statunitense è imperniata sull’imperialismo (basti pensare ai tentativi di golpe contro Chavez, Morales, Correa…).
È quindi ora che tutti i popoli del mondo comprendano la situazione e reagiscano contro l’imperialismo e i suoi lacchè.
Davide Galluzzi
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