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Arrubba Arrubba

Arrubba Arrubba.

E’ come dopo un terremoto, un alluvione, uno tsunami.

Gli avvoltoi si levano in volo. Gli sciacalli iniziano il loro lavoro.

L’avvitamento neobonapartista di Berlusconi ne ha solo amplificato le dinamiche. Lo scontro mediatico fra i cultori del “voyerismo” politico ed i tutori dell’extraterritorialità di Arcore riempiono le pagine dei giornali nascondendo il disfacimento politico e la cancrena istituzionale di una democrazia allo sfascio, in cui le fiction si travestono da reality e la realtà perde i suoi legami con la verità.

Nessuna delle democrazie borghesi occidentali era mai arrivata a tanto.

Gli avvenimenti travalicano a tal punto la più fervida fantasia tanto da sembrare anche ai più accorti talmente irreali da sembrare impossibili.

E’ questa la metrica del “berlusconismo”, uno dei suoi tratti salienti: la realtà dell’impossibile e l’impossibilità della realtà replicata mille volte attraverso tutti i media.

In questo scorcio da fine impero il distacco fra il mondo della politica da quello reale è totale. Siamo perfino oltre la casa a Montecarlo, siamo , abolita ogni ipocrisia ed ogni parvenza di rispettabilità, al vuoto di una casta di giullari e cortigiane che si occupano a tempo pieno della loro sopravvivenza e di quella del loro datore di lavoro.

Mentre le finte opposizioni, così occupate dal comporre e ricomporre le geometrie elettorali, allo scopo di preservare la pura sopravvivenza dei propri apparati di partito e delle segreterie dei potentati vari, non si accorgono di aver perso le truppe durante la notte, chi fuggite sui monti dell’indifferenza, chi accolte dalle sirene leghiste, chi attratte dal qualunquismo dell’antipolitica, chi rifugiate nella fatica di sopravvivere.

In questo 8 Settembre della politica è la solitudine il sentimento preponderante. La solitudine ad esempio in cui i lavoratori di Pomigliano e Mirafiori sono stati costretti, con la pistola alla tempia, a decidere sul futuro dei rapporti capitale-lavoro nell’industria metalmeccanica, quello loro e quello delle prossime generazioni, per l’intero comparto(per ora).

A parte la FIOM, che è riuscita a coinvolgere in qualche misura gli intellettuali e si è spesa con grande coraggio ed abnegazione per tradurre ai più le ragioni dei lavoratori, solo il Partito Comunista dei Lavoratori ha saputo mantenere una presenza costante per tutto il periodo della vertenza offrendo agli operai FIAT una proposta strategica.

In questo paese allo sbando dove vige la legge della giungla il motto è: prendi tutto ciò che i rapporti di forza ti consentono, acchiappa tutto e subito scappa col bottino.

Arrubba Arrubba gli avvoltoi si muovono, le fabbriche si possono delocalizzare, i diritti calpestare, i precari licenziare, le scuole abbandonare, le università privatizzare, la ricerca asservire, la sanità svilire, le coscienze annebbiare.

Lo ha capito bene Marchionne che non ha perso tempo per strappare con un referendum iniquo un contratto dell’auto e la nascita delle “newco” fuori da Confindustria ed oltre la Costituzione.

Lo ha capito Confindustria che di quell’accordo vuole fare il grimaldello per abolire il contratto nazionale proponendo la sostituzione di questo con il contratto aziendale.

Lo hanno capito i poteri forti che sperano di trarre da questo braccio di ferro con i lavoratori una compressione “cinese” dei diritti e dei salari in una funzione tendente a zero.

Lo hanno capito i sindacati filo padronali che sperano di conquistarsi il ruolo di “maggiordomo onorario” confidando negli avanzi della cena dei potenti.

Lo hanno capito i partiti riformisti che nella frantumazione e nella solitudine della classe sperano di mantenersi un posto in parlamento nell’interesse della borghesia che li mantiene.

E’ il mondo del lavoro che oggi ha bisogno di riappropriarsi del proprio ruolo e del proprio peso.

Abbandonato dai più ma non da tutti, deve ritrovare “in sé” stesso la forza di contrastare la deriva in atto, respingendola al mittente, indicando “per se” il ruolo egemone che le compete nell’economia produttiva.

Solo il Partito Comunista dei Lavoratori ha il coraggio e la chiarezza di indicare nel governo dei lavoratori la vera liberazione di questi dalle catene che li affliggono, dalla solitudine in cui versano.

E’ necessario che lo sciopero della FIOM-CGIL del 28 Gennaio si trasformi in uno sciopero generale nazionale confederale, come chiesto a pieni polmoni dalla splendida piazza del 16 Ottobre 2010 e puntualmente disatteso dalla CGIL, a carattere continuativo, spezzando l’isolamento in cui si vorrebbe restringere la classe operaia.

E’ finito il momento di tatticismi, equilibrismi, mediazioni al massimo ribasso, manovre auto conservative, uniamoci al grido :che se ne vadano tutti, governino i lavoratori.

Claudio NALLI

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