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Taranto Che fare?

L’Ilva di Taranto pone una prova di maturità al movimento dei lavoratori. Al di là delle prospettive strategiche , così come propone Ferrando sul governo di lavoratori come alternativa e via di sbocco, occorre però che questa strategia cammini sulle gambe di proposte concrete , immediate. E allora una domanda ci si pone. La compatibilità fra ambiente e lavoro è possibile ora , a Taranto? Il movimento dei lavoratori coscienti e liberi possono lanciare come parola d’ordine questo slogan? O ci dovremmo rassegnare e dire che le due cose sono inconciliabili e solo la decrescita è la strada da percorrere. E se la due cose non sono tra di loro alternative come renderle conciliabili. E’ credibile la proposta governativa e padronale di qualche rattoppo qua e la e poi avanti tutta come se nulla fosse?.

Incominciamo con qualche dato tecnico. L’alternativa, così come avviene in altri paesi è la soluzione tecnologica Corex e Finex. Cioè saltare il ciclo preparazione del minerale ( agglomerato, cokeria ecc ecc ) e il passaggio degli altiforni. Questo vuol dire buttare giù tutto il ciclo a caldo e ricostruirlo. Miliardi di investimenti , che nessuno oggi ha, e decine d’anni di lavoro. Al termine resterebbero comunque i parchi minerali a poche centinaia di metri dal quartiere Tamburi e dal comune di Statte. Si abbasserebbero i livelli di inquinamento , che comunque resterebbero inaccettabili per una città ed una natura ormai satura di elementi tossici ed inquinanti.

Allora?

Ci sarebbe un’altra via . Far a meno del ciclo a caldo , cosa che fin dal 2000 Riva attua se pur in misura ridotta. Importare le bramme dal Brasile, dalla Turchia e produrre i prodotti semilavorati ( coils, lamiere, tubi,) ad alto valore aggiunto. Impiegare i 2000-3000 operai impiegati nel ciclo a caldo ( con corsi di riqualificazione) insieme ai giovani universitari ( la Università di Bari con base a Taranto sforna centinaia di laureati in scienze ambientali ) su un progetto bandito a livello europeo in cui vengono coinvolti tutti i migliori scienziati , e tecnici per la bonifica su come bonificare con quale tecnica e in quali tempi certi, sotto il controllo e la partecipazione diretta dei lavoratori. Riutilizzo di quell’area ( centinaia di ettari) a parchi e verde pubblico, polmone per la città e impiantare cooperative di giovani per la rinascita di masserie per l’allevamento di ovini ( centinaia di capi sono stati ammazzati per la diossina) e per l’agricoltura ( migliaia di campi sono stati abbandonati per l’inquinamento) E sopratutto il risanamento del mare e la rinascita della miti cultura vera vocazione sia naturale( si pensi al sito ideale del Mar Piccolo) che di quella popolazione che per millenni l’hanno coltivato. Tutto questo però può essere percorribile, solo con lo stop della produzione di una parte , la maggior parte dell’inquinamento ( perché non dimentichiamoci che a Taranto esiste anche una raffineria, un cementificio, e una base navale Nato per navi e sommergibili a propulsione nucleare)

Chi paga?

Naturalmente vale la legge europea che chi inquina paga.

Riva non ha soldi, non vuol pagare?

Allora quella è la porta e vai dove ti porta lo sfruttamento!.

I lavoratori ringraziano( sic) e salutano. Allora diventa credibile, reale percorribile la ripresa in mano pubblica della fabbrica, su un progetto vero e credibile, concreto e che coinvolge tutta la cittadinanza e non solo. Un nuovo modello di sviluppo e una visione “altra”

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