Una prima doverosa precisazione va fatta, nel differenziare il concetto marxiano di universalità dell’uomo (che fa della natura un oggetto della sua volontà e della sua coscienza) da quello borghese che ha la sua legittimazione filosofica nello “giusnaturalismo”,che finirà per ispirare tutto il costituzionalismo dalla fine del XVII secolo (la seconda e “gloriosa” rivoluzione inglese del 1688) in poi: ovvero, dell’inalienabilità di alcuni diritti umani, in quanto l’uomo trovandosi nello stato di natura pre-politico libero ed uguale, non può alienare questa sua condizione nel momento del passaggio allo Stato-politico attraverso il contratto sociale (naturalmente ogni autore si differenzierà nell’attribuire un significato diverso allo stato di natura di partenza, il che comporterà una diversa visione dello Stato politico). Proprio contro il costituzionalismo moderno, Marx scaglierà la sua iniziale battaglia contro la società capitalista:nello scritto “sulla questione ebraica” riprendendo la separazione hegeliana fra Stato-politico e società civile, Marx condannerà radicalmente il costituzionalismo settecentesco capace di legittimare l’unità dualistica dello Stato-nazione grazie all’idealismo universalizzante dello Stato-politico, lasciando in questo modo alla società civile il dominio della realtà, del mondo sensibile e permettendo alla proprietà privata di essere privilegio.
Ma perché l’uomo è un ente universale e cosa lo contraddistingue dall’animale nella sua appartenenza ad un genus? E perché regredisce ad animale nella società capitalista? Questa è una questione fondamentale nella comprensione del concetto di alienazione, sia dal punto di vista teoretico, che da quello pratico come verrà sviluppato nel Capitale.
Un primo testo di riferimento per rispondere alle due domande sono i “Manoscritti economico-filosofici del 1844” ed in particolare il primo manoscritto che si conclude con un paragrafo dedicato al lavoro estraniato. La risposta alla prima domanda viene data in modo chiaro e netto: ”l’animale costituisce una cosa sola con la sua attività vitale; non si distingue da essa; è essa stessa. L’uomo fa della sua attività vitale l’oggetto della sua volontà e della sua coscienza. Egli ha un’attività vitale e cosciente;non c’è una sfera determinata in cui immediatamente si confonda. L’attività vitale consapevole distingue l’uomo immediatamente dall’attività vitale dell’animale. Proprio per questo egli è un essere appartenente a un genere,è un’ente consapevole…Soltanto per questo la sua attività è libera attività”. Volontà e coscienza sono le due parole chiave nella concettualizzazione marxiana:la prima rimanda al principio di soggettività,cioè l’uomo in quanto ente universale è perciò libero ed ha la possibilità, a differenza dell’animale, di crearsi il proprio mondo e quindi i rapporti tra gli individui appartenenti al suo genere. Con la coscienza, invece, l’uomo si identifica col reale superamento oggettivo, col superamento dell’oggetto, con l’azione sensibile.
Ma non a caso Marx pone in rapporto l’uomo con l’animale, infatti è proprio grazie all’univocità dell’attività vitale dell’animale che Marx riesce ad elaborare un processo simile nel lavoro estraniato: ”Il lavoro,l’attività vitale,la vita produttiva,appaiono anzitutto all’uomo come un mezzo per la soddisfazione di un bisogno,del bisogno di conservare l’esistenza fisica. Ma la vita produttiva è la vita del genere. È la vita che crea la vita. L’intero carattere di una specie,il suo carattere specifico,risiede in una determinata attività vitale; e l’attività libera e consapevole è il carattere specifico dell’uomo. La vita stessa appare soltanto mezzo di vita”. Anche l’uomo quindi,perdendo il proprio genus universale,si incatena all’oggetto della sua sopravvivenza attraverso un processo di soggettivazione dell’ oggettuosità,perdendo la propria soggettività e quindi la propria libertà, determinata come abbiamo visto dalla volontà e dalla coscienza.
In ultima analisi bisogna vedere come Marx sviluppa questa regressione animalesca dell’uomo, sotto l’aspetto pratico della società della mercificazione: ”il venditore della forza-lavoro,come il venditore di ogni altra merce, realizza il suo valore di scambio e aliena il suo valore d’uso. Non può ottenere l’uno senza cedere l’altro. Il valore d’uso della forza-lavoro, il lavoro stesso, non appartiene affatto a colui che la vende, come al negoziante d’olio non appartiene il valore d’uso dell’olio venduto.”.
Prendendo le mosse dalla teoria del valore-lavoro ricardiana, Marx riesce a sviluppare la concettualizzazione del plus-valore dato dalla differenza tra l’alienazione del valore d’uso e il valore di scambio realizzato dal lavoratore, cioè riducendo il lavoro a merce: ma ciò è possibile soltanto riducendo l’uomo ad animale,grazie ad un processo di soggettivazione,di incatenamento all’oggetto che può essere superato soltanto con un processo inverso di soggettività,di recupero della propria universalità umana.
Stanislao Poli
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