In queste settimane la sinistra è attraversata dal dibattito circa la formazione di una “lista Tsipras” alle prossime elezioni europee, che si configura sempre più come l’ennesima minestra riscaldata riformista dell”Europa dei popoli” e del compromesso tra capitale e lavoro. Una storia già vista troppe volte e che si è perennemente rivelatasi fallimentare. E a cui chiamiamo ad un bilancio tutti i sinceri militanti di sinistra.
Il fulcro del progetto della lista Tsipras è senz’altro il successo elettorale e di massa che ha avuto l’organizzazione di Syriza in Grecia e il richiamo che ha suscitato, e suscita, nei più vasti settori della sinistra in tutta Europa, compresa quella italiana dopo i vari insuccessi di rivoluzioni “civili” (vedi Ferrero) o dopo esser stati scaricati in malo modo dal PD (come oggi nel caso di Vendola). Ma qual è la verità al di la della retorica? Per rispondere a questa domanda è necessario guardare in faccia alla realtà, ovvero al programma e al ruolo che ha, ed ha avuto, Syriza nella catastrofe greca. Syriza certo respinge il memorandum della Troika e per questo ha raccolto il voto delle masse in rivolta alle ultime elezioni; ma proprio in quell’occasione il suo gruppo dirigente ha difeso l’Unione Europea. Syriza rivendica il principio della “rinegoziazione del debito” verso le banche, contro la sua abolizione; propone il “controllo pubblico” sulle banche private (come il Front de Gauche), contro la loro nazionalizzazione senza indennizzo; difende persino l’appartenenza della Grecia alla Nato. Mentre il fuoco della rivolta ha attraversato la Grecia e mentre raccoglieva elettoralmente quel bacino, Syriza si è subito affrettata a rassicurare le classi dirigenti nazionali ed europee circa la propria volontà di rispetto delle compatibilità strutturali di sistema; fino ad arrivare al tradimento della lotta degli insegnanti greci del Maggio dello scorso anno, in cui Syriza frenò lo sciopero ad oltranza contrariamente alla volontà degli stessi insegnanti.
La lista che oggi si vuole costruire ripropone la politica fallimentare sia di Syriza che della sinistra radicale italiana negli ultimi anni: l’illusione di riformare il capitalismo, a livello nazionale come a livello europeo; per di più nel contesto della grande crisi del capitalismo in cui qualsiasi spazio di manovra “riformista” risulta un’utopia irrealizzabile. A partire dal primo equivoco di fondo che possiamo rintracciare nei vari appelli per la formazione della lista che si susseguono, a cominciare proprio da quello di Tsipras: quello dalla difesa dell’”Europa dei popoli”. Come se fosse possibile che l’Unione Europea, nata su basi capitalistiche, possa da un giorno all’altro passare dalle politiche di austerity, per conto delle banche e dei grandi gruppi industriali, ad una politica che possa “cambiare gli equilibri in Europa a favore delle forze del lavoro contro le forze del capitale e dei mercati”! Continuare a vagheggiare queste illusioni utopiche significa nel migliore dei casi disarmare l’alternativa e le stesse lotte di resistenza sociale; nel peggiore predisporsi a nuove corresponsabilità di governo contro i lavoratori (com’è accaduto in passato alla stessa sinistra italiana).
La verità è che il capitalismo non ha più nulla da offrire ma solo da togliere agli sfruttati, chiunque governi; che l’Unione Europea si regge sul patto (faticoso) di mutuo soccorso tra le banche e i loro governi di ogni colore, pagato dalla distruzione progressiva di ogni conquista sociale; e che solo una rottura anticapitalistica e rivoluzionaria può liberare una svolta per i lavoratori e le masse oppresse.
E’ questo l’obiettivo e la ragione fondante del Partito Comunista dei Lavoratori. Non è possibile riformare il capitalismo, né è possibile continuare ad affidarsi alle personalità “salvifiche” di turno (ieri Vendola, oggi Tsipras) che si rivelano l’ennesima illusione. Occorre dare una prospettiva concreta alle lotte contro l’austerity a partire dalla loro unificazione e darle uno sbocco rivoluzionario: per la distruzione dell’Unione Europea capitalistica, per un governo dei lavoratori e per un’Europa socialista. Al di fuori di questa prospettiva vi è solo l’utopia del riformismo e la sconfitta. Tertium non datur.
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