Alexis Tsipras è l’uomo della “Syriza”, la multiforme alleanza di forze politiche e civili , a capo della quale si è candidato alle elezioni greche del 2012, ottenendo il 30% dei voti e sfiorando, così, la possibilità di rientrare in parlamento.
Movimento Socialista Panellenico e Nuova Democrazia, però, hanno preferito propendere, anche in Grecia, per il governo delle larghe intese. Così, in un attimo, il progetto “Syriza” è sfumato, e Alexis Tsipras è stato tagliato fuori dal governo.
Tentativo fallito in Grecia, Tsipras ci riprova in Europa, aspirando alla presidenza della Commissione Europea.
L’obiettivo è di schierarsi contro la politica di austerità, di rideterminare le regole del neoliberismo, di ridiscutere di questo “debito”, et caetera.
In tutta Europa e in Italia, quindi, stanno nascendo delle liste elettorali per Tsipras presidente.
Rifondazione, PCdI, i Verdi, tutte le sinistre extraparlamentari, quindi – con in più SEL – si uniscono (come ormai paiono avere il vezzo di fare da dieci anni a questa parte; quasi che verrebbe da chiedersi perché si ostinino a conservare l’intralcio della distinzione nominale) a sostegno di Tsipras, arrivando, ad oggi, si dice, a un totale di 19mila firme.
Il PCL non si annovera tra queste fila.
Alexis Tsipras propone una rinegoziazione del debito dei padroni, e non una recisa opposizione ad esso e un non-riconoscimento, etico e sociale, della classe lavoratrice dello stesso.
Non prospetta una lotta proletaria contro il capitale e la sua inesorabile guerra agli sfruttati, ma propende, ancora una volta, per una politica a-classista di riforme e di temperati compromessi.
Una politica che ha dimostrato la propria totale fallacia ed impossibilità d’essere, e che è stata l’imperdonabile causa di sfiducie, rassegnazioni e migrazioni di enormi fette della società verso i porti rovinosi del qualunquismo e del populismo, alle quali abbiamo assistito in questi ultimi tempi.
Ma fosse anche, Alexis Tsipras, la più nuova e promettente avanguardia rivoluzionaria di questo Paese, il Lenin dei giorni nostri (che, tra l’altro, si diverte a citare), a fianco di quelle forze politiche il PCL non lo sosterrebbe ugualmente.
Perché c’è un’altra cosa che abbiamo imparato dalla Storia e, particolarmente, da questi ultimi anni.
Le coalizioni-ostaggio impediscono ai singoli partiti di muoversi per la propria via, nel migliore dei casi, neutralizzandoli e servendosene solo “per far numero”; ma nel peggiore, obbligandoli a sostenere politiche di massacro sociale, azioni di guerra, et similia, come abbiamo già visto fare.
Il capitalismo non è un mostro solo un po’ burbero che è possibile rabbonire con chissà che delicatezza e inusitate buone maniere.
Il capitalismo vive dello schiacciamento altrui. E più si vedrà minacciato e in crisi, più schiaccerà per sopravvivere.
Oggi il capitalismo collassa per le contraddizioni che gli sono implicite e va contrastato con speculare forza, con radicalità direttamente proporzionale alla radicalità della guerra che ogni giorno perpetra ai danni della classe lavoratrice, in Italia e in tutto il mondo, per tenersi in piedi.
Non ci sono vie compromissorie che possano essere tentate, non esistono riformismi cui rinnovare la fiducia.
I padroni non si “riformano”. Si abbattono.
Salvo Lo Galbo
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