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Il nazionalismo russo è perdente

Il problema politico di Putin è triplice:

1)lasciare mano libera all’imperialismo per liquidare l’insurrezione del Donetsk, che si è arricchita il 23 aprile con lo sciopero dei minatori nelle miniere di Rinat Akhmetov e andare incontro al disprezzo di coloro che lo ritenevano un difensore;

2) fronteggiare la recessione che è alle porte;

3) contrattare al meglio il perdono dell’imperialismo per l’avventura militare in Crimea, la trappola in cui è caduto nella penisola del Mar Nero.

Lo sciopero dei minatori arricchisce di contenuti la guerra civile in Ucraina. La lotta per gli aumenti salariali attacca direttamente il capitalista più ricco dell’Ucraina, Rinat Akhmetov proprietario delle miniere. Questo magnate è legato al Partito delle Regioni. L’11 aprile i minatori erano entrati a Kharkov allarmati dall’incontro del padrone delle miniere con Yasteniuk. Lo sciopero dei minatori è l’elemento dinamico chiaramente classista a cui Putin non sa come rispondere, se non con la repressione o direttamente o con quella attuale dei mercenari della Nato. La lotta è iniziata con la mobilitazione contro il licenziamento di trenta compagni. L’insurrezione ha incoraggiato i minatori: il 23 aprile, in duemila si sono radunati davanti alla sede della Krasnodonugol, a Lugansk, e poi hanno occupato gli uffici. L’insurrezione del Donestk è iniziata con l’occupazione di sedi dell’apparato statale, dai municipi e sedi di governo alle stazioni e caserme di polizia. L’insurrezione è iniziata nel cielo della politica, con la giornata dei minatori di Lugansk l’insurrezione mette i piedi per terra. Si pongono le condizioni per lo sviluppo del federalismo degli insorti del Donetsk nella direzione socialista. Quanto più si svilupperanno le lotte economiche dei salariati in tutta l’Ucraina, tanto più emergerà che la base materiale del federalismo rivendicato dagli insorti non può che essere quella ereditata dall’Unione Sovietica, un’immensa macchina economica distesa su 22 milioni di km². Una macchina economica costruita in poco più di un mezzo secolo. In Inghilterra su una superficie insignificante, rispetto a quella dell’URSS, l’industria e le sue infrastrutture sono apparse dopo una transizione durata tre secoli. L’avanzata dell’imperialismo distruggerà quella gigantesca impresa resa possibile solo dalla espropriazione della classe dominante dopo il 25 ottobre 1917, dobbiamo impedirglielo.

Per Oleg Tsarev del Partito delle Regioni, candidato alle presidenziali del 25 maggio (aggredito e picchiato dai sicari di Settore Destro), il governo di Kiev ha paura che l’insurrezione del sud est si sposti al centro e a ovest del paese (glagol.in ua). Tsarev, membro della banda di Yanukovitch, ha assicurato che la crisi in Ucraina si risolverebbe in “pochi giorni” se il governo “ascoltasse” le richieste delle popolazioni del sud est e si offerto come “mediatore” tra governo e “manifestanti” e afferma che il governo dovrebbe concedere l’amnistia agli insorti del Donetsk-Donbass. Tsarev ha soffiato sulla brace per conto di Putin, ma adesso ha perso il polso della situazione. Come può pensare dopo essere stato pestato e umiliato dai sicari del governo di diventare un suo interlocutore. Chiedere l’amnistia per gli incorsi significa lavorare per disarmarli. Si muove secondo gli accordi di Ginevra come il suo protettore Lavrov. Da Putin a Tsarev, sono tutti intrappolati dagli accordi di Ginevra, a ricordarglelo è stata Merkel :”considerati i mancati risultati, dobbiamo pensare, e anche mettere in pratica, ulteriori sanzioni nell’ambito del livello due”(RAI NEWS 25 aprile).

L’elemento politico centrale è che gli insorti tengono testa alle milizie fasciste e ai mercenari (a Kramatorsk è stato abbattuto un elicottero ed hanno in ostaggio i messi dell’OSCE) e che dal 13 aprile, inizio dell’insurrezione, alla fine di aprile, si può constatare il disfacimento dell’esercito ucraino.

A Putin come agli altri governi dei Brics l’estate scorsa ha tolto molte illusioni. Nel maggio dello scorso anno, alla conferenza annuale della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) furono riviste le previsioni di crescita della Russia, dal 3,5 all’ 1,8%, determinate dal calo delle esportazioni di materie prime. La gravità della crisi indusse uno degli accademici più ascoltati, Kenneth Rogoff, a fare del sarcasmo: “ Sembra solo ieri, quando gli analisti di Goldman Sachs celebrano il miracolo della cresita dei Brics”, e il Fondo Monetario Internazionale, nel World Ecnomic Outlook prevedeva un’altra ripresa guidata dai mercati emergenti” (Febbraio 6 febbraio 2014, P&S). Una settimana prima Nouriel Roubini prendeva atto dello stesso fallimento : “per un lungo tempo di moda, i famosi BRICS sono essi stessi costretti a ritornare alla realtà. Tre di essi (Brasile, Russia e Africa del Sud) conosceranno quest’anno una crescita più lenta di quella degli Stati Uniti, mentre le economie degli altri due (Cina ed India) si trovano di fronte ad un rallentamento”( 31 gennaio 2014, P&S9). Da quando il Cremlino ha infatti mosso le truppe in Crimea, sono 70 i miliardi di dollari di capitali esteri fuggiti dalla Russia. La Russia è un paese che dipende dall’esportazione di materie prime, il 75% della valuta estera è prodotto dalla vendita di gas e petrolio. Putin, che è tonto, si era convinto di poter contrattare alla pari con la Germania e con l’UE perché queste, secondo la sua analisi, “dipendevano” dal gas russo. UE e Germania gli stanno provando il contrario. La valuta estera non viene investita per sviluppare l’apparato produttivo ma per mantenere in piedi l’apparato di stato e quanto intascano gli oligarchi russi lo investono e lo spendono in Occidente non hanno nessun interesse ad inasprire i rapporti con l’imperialismo USA ed UE. Dopo l’accordo di Ginevra, “i mercati internazionali cominciano a mettere sotto pressione le obbligazioni sovrane russe e quindi la sostenibilità del debito di quel Paese sul medio-lungo termine. Il rendimento del bond decennale denominato in rubli è salito di 94 punti base dall’inizio della crisi in Crimea all’inizio di marzo, ma già da inizio anno, giustificando il fatto con “sfavorevoli condizioni di mercato”, Mosca ha annullato otto aste obbligazionarie, l’ultima la scorsa settimana. I funzionari del Tesoro russo usano toni tranquillizzanti, ricordando come la nazione – grazie ai quasi 500 miliardi di dollari di riserve – possa permettersi di rimandare le operazioni di finanziamento e sottolineando come il mercato abbia ben accolto i passi avanti diplomatici ottenuti a Ginevra, ma sempre più osservatori ritengono che i recenti stop-and-go di Mosca verso le aste obbligazionarie sovrane siano un segnale chiaro che giunge dai mercati di capitale Dopo aver toccato il 9,8% nel mese di marzo, la scorsa settimana il rendimento del decennale russo era sceso al 9,1%, un livello che però sembra non spaventare nell’immediato il Cremlino, il quale scommette tutto su un miglioramento a breve delle condizioni di mercato, ipotesi che ovviamente va a braccetto con quella di un abbassamento dei toni bellici in Ucraina. C’è però il fatto che la Russia, in questo modo, ha varcato il Rubicone della fiducia degli investitori, creando un danno serio alla propria reputazione in fatto di investimenti esteri occidentali: ogni minimo miglioramento della percezione dell’economia russa sui mercati internazionali può facilmente e rapidamente tramutarsi in una paralisi di lungo termine se in Ucraina si arrivasse a una guerra aperta con coinvolgimento diretto di Mosca”( Maurizio Bottarelli 22 aprile).

Proprio l’acutizzarsi della crisi inarrestabile con il fallimento dei BRICS, ha spinto l’imperialismo ad una prova di forza in Ucraina per ridurre drasticamente il potere dello stato russo sul prezzo di petrolio e gas. Proprio l’acutizzarsi della crisi inarrestabile con il fallimento dei BRICS che ha spinto l’imperialismo ad una prova di forza in Ucraina per ridurre drasticamente il potere dello stato russo sul prezzo di petrolio e gas. Per questa ragione, il principale alleato degli USA, nell’avanzata nell’exURSS è la Germania. Sul settimanale economico Handesblatt il 18 gennaio del 2013, si riportava quanto aveva dichiarato, nel maggio 2010, Horst Koelher, presidente della Confindustria tedesca sulle preoccupazioni del grande capitale tedescosulla libertà di accesso al petrolio, ai gas e ai minerali e sulla richiesta di sostegno al governo e se necessario l’uso dei militari per garantire la sicurezza di approvvigionamento. Il padrone tedesco manifestava i suoi timori “per la fornitura delle principali materie prime e per la libertà di scambio”, cioè al gas e al petrolio russo. Dierk Paskert, presidente dell’Alleanza per la sicurezza delle materie prime, fondata nel 2012 da Bayer, Bosch, Thyssenkrupp, VW e BMW, ribadiva, sempre nello stesso articolo, quanto dichiarato da Koeller tre anni prima: la Germania deve “assumersi maggiori responsabilità nella politica estera sulle quistioni economiche e sulla sicurezza”. Quasi tutte le aziende che hanno fondato l’Alleanza sono le stesse che portarono il nazismo al governo.

La sinistra non ripeta gli errori fatti con l’insurrezione albanese del 1997. Dopo il lungo silenzio da quella prima reazione popolare condotta con metodi rivoluzionari alla restaurazione capitalistica, da due anni è ripresa la lotta di massa contro i governi restauratori in Bulgaria, Romania, quest’anno in Bosnia e, ora, in Ucraina.

La Prima Internazionale è nata nel contesto di una campagna a sostegno dell’indipendenza polacca e contro l’espansionismo zarista. Al Congresso della I Internazionale del 1866, a Marx domandarono per quale ragione i lavoratori erano a favore della causa polacca, questa fu la sua risposta: “In primo luogo, perchè i pubblicisti e gli agitatori della borghesia sono tutti d’accordo nell’ucciderla, malgrado prendano sotto la loro protezione qualunque causa nazionale del continente, perfino quella dell’Irlanda. Come mai questo silenzio? Perchè tanto gli aristocratici quanto la borghesia considerano la cupa potenza asiatica [la Russia]che sta alle loro spalle come ultimo rifugio contro l’avanzata della classe operaia. Questa potenza può essere abbattuta realmente solo ricostituendo la Polonia su basi democratiche”

Gian Franco Camboni sezione sassarese del PCL 25 Aprile

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