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«Caro maestro…»

Carissimi compagni,

invio questo articolo politico-letterario per l’importanza che, credo, rappresenti nel mettere un punto di sintesi alla nota querelle (sia letteraria che politica, appunto) circa la nota poesia di Pier Paolo Pasolini sugli scontri tra studenti e poliziotti a Valle Giulia nel ’68.

Credo personalmente che tutto e il suo contrario si sia detto riguardo a quel testo, ma ci si sia poco o punto approssimati alla verità; ovvero a ciò che realmente volesse dire, Pasolini, con quella poesia, la sua collocazione ideologica e politica dinanzi alla “violenza”, alla repressione delle forze dell’ordine, e soprattutto lo propongo perché, dal fare chiarezza su ciò che, di là della chiacchiera di massa, si fece e si fa sul Sessantotto e su Pasolini (e su Pasolini in sé e sul Sessantotto in sé) anche, si evince chiaramente, alla luce degli “errori” (o limiti) del passato, quale sia la strada da percorrere in futuro.

E quindi oggi.

Una riconsiderazione a questo proposito, la considero quanto mai necessaria.

Calorosi saluti a pugno chiuso

e grazie!

Caro Maestro,

rileggevo in questi giorni quel tuo scritto celebre ormai.

Tanto celebre che qualcuno ti conosce solo per quello. O per quello prima che per altro.

Quel tuo j’accuse su L’Espresso del 16 Giugno ’68.

Quello dove parlavi degli scontri di Valle Giulia, tra gli studenti e i poliziotti.

L’imbarazzo è tale che non si riesce a leggerlo. La recrudescenza, la …sodomia (e non esagero con le parole, Maestro; quello che si sente, quel che si ha la sensazione di subire è un vero e proprio gesto di sodomia. E nemmeno da parte di un carnefice. Si ha come l’impressione di viaggiare su un treno – è questa la nostra Storia, è così che me la figuro – di compagni, di rivoluzionari, di fratelli, e d’essere bloccato all’improvviso, immobilizzato, una mano davanti la bocca, e violentato da un compagno, rivoluzionario e fratello. Così. Per il solo gusto di farlo. Perché gli è presa la buzza, l’impulso irrazionale); questa sevizia, ti dicevo, paralizzante. Ché si fa fatica, fatica fisica, a deglutire rigo per rigo, parola per parola… Sì, come la merda che mangiano gli attori del tuo film. Eppure, io continuo. Continuo a leggerlo, perché? E, dopo un po’, proprio come una possessione sessuale, tutto ciò sembra anche piacere. (Sto facendo dello scandalo, qui, Maestro. Come mi hai insegnato tu. Sto dicendo, da comunista, che provo piacere ad essere processato come anticomunista, ed essere, per tale ucciso da uno dei miei più insigni mentori.) Di questo ci accusavi, tu, Maestro, quel giorno. Di essere degli anticomunisti, perché borghesi. “Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti/ a bandire dalla sua anima, una volta per sempre,/ l’idea del potere.” E noi, che invece i diritti li chiedevamo, e noi che invece il potere lo volevamo (e come lo berciavamo! E lo sbandieravamo! E lo spraiavamo su tutti i muri!), eravamo, perciò, dei borghesi irredenti, non comunisti. E dico noi, anche se non ero nato. “Non ha nessuna importanza”.

Di più: non ti è bastato definirci “non comunisti”. Ci hai tacciato addirittura di “anticomunismo”, e di essere “una nuova/ specie idealista di qualunquisti”, come i nostri padri. Mancava solo “fascisti”, nel bollettino, ma in qualche maniera ce l’hai schiaffata pure. Ci hai detti “teppisti” di un “sacro teppismo/ (di eletta tradizione risorgimentale)”, del “teppismo conformista del fratello maggiore/ (naturalmente avviato per la strada del padre)”; d’essere affetti da un certo “moralismo provinciale”, con il quale ci si credeva di spingerci “più a sinistra (…) abbandonando il linguaggio rivoluzionario/ del povero vecchio togliattiano ufficiale/ Partito Comunista/” (che, pure, trovavi giusto criticare).

“Ne avete adottato una variante ereticale/ ma sulla base del più basso idioma referenziale/ dei sociologi senza ideologia”. Sociologi senza ideologia! Li ho mandati a memoria, quei righi. Quante volte li ho letti! Quante volte sono tornato dal mio stupratore. Che, però, non aveva più voglia. Anche se io, in qualche modo, con la mia presenza, la mia tentazione, sembravo offrirmigli.

Non era il momento. Avrebbe deciso lui.

E ha deciso. Davanti agli ultimi scontri con la polizia, studenti e operai picchiati, ecco riaffacciarsi l’atavico bisogno di tornare in cantina, dal mio orco.

E sono qui, con alla mente le facce dei poliziotti, dei tuoi repubblichini in Salò, prezzolati e crumiri, che massacrano il popolo indifeso, e, davanti, le tue parole. Inerme.

A un tanto dalle lacrime e conati di vomito a mézzo. Ma sono io, sempre io che ti voglio. Io che ti amo.

E l’amore, questo alchemico equilibrista universale, sappiamo come va:

le attrazioni, le fascinazioni, esistono sempre in due. E non nascono proprio, se non sono ricambiate. Si ama perché si è amati.

Così, io credo, provo questa irrefrenabile tentazione per te: perché tu, Maestro, l’hai provata per me.

Per tutti noi.

Tanto si è detto, e troppo, su “Vi odio, cari studenti” (titolo deciso a posteriori da L’Espresso su testo originariamente anepigrafo).

Ognuno, dal pulpito della sua sacra ignoranza, sente il dovere di pronunciarsi a favore o contro, “Pasolini era un traditore!”, “Pasolini aveva ragione! Il Sessantotto è stato uno schifo!”

Anche allora. E anche se meno ignoranti.

Franco Fortini furioso, ti accusava di essere “prigioniero di una definizione meccanica di “borghese” e di “piccolo-borghese”. Diceva che non capivi la possibilità dell’incarnarsi, di volta in volta, in elementi sociali diversi, dell’antagonismo di classe.

In tali luoghi e tali momenti possono essere i contadini, gli antagonisti della borghesia; in altri, gli operai, e in altri ancora (ciò che ti rifiutavi di accettare, vittima di una mistica, di un ontologismo evangelico-morale del “ricco” e del “povero”) gli studenti piccolo-borghesi.

Successivamente, finanche di crogiolarti nel gusto della provocazione fine a se stessa; divertirti a creare carte acchiappamosche per far abboccare i più suscettibili di scandalo, i meno acuti e “colti”, se vogliamo, ma di non contribuire seriamente ad alcunché di politicamente edificante.

Vittorio Foa, ti rimproverava di avere una visione immobilistica della lotta di classe. Di non capire gli studenti perché non erano gli operai. E anzi di fare – che te ne rendessi conto o meno – persino il gioco della borghesia che in quel momento di destabilizzazione forte stava cercando, con tutti i mezzi e sopra a tutti l’informazione, di disunire i ribelli. Di mettere gli operai contro gli studenti e gli studenti contro gli operai. E gli studenti che avrebbero avuto bisogno di sostegno e coraggio, magari, da uno dei poeti che più avevano amato e sul quale si erano formati, da questi ricevevano ‘sti bei pesci in faccia!

Addirittura, Claudio Petruccioli, segretario nazionale della Fgci, disse che per te non esisteva realmente la lotta di classe e la classe operaia. Per te l’umanità si divideva in due entità poetiche contrapposte: gente che puzza (che avevi a cuore) e gente che non puzza (che detestavi). “Gli sfugge che il ruolo politico degli strati sociali non è legato alla loro “miserabilità”, ma alla loro collocazione concreta nel processo produttivo e quindi alla possibilità di acquisire una coscienza rivoluzionaria”, ti diceva.

Insomma, a sorbirti scomuniche, censure, interi processi da parte della borghesia, ci eri abituato, e c’eravamo abituati tutti.

Persino alle tirate d’orecchi da parte del PCI.

Ma sollevare lo scandalo, la confusione e l’ira anche dei compagni indipendenti, degli extraparlamentari, quelli veramente, diciamo, un po’ più liberi di dire l’accidenti che gli pareva e di criticare il mondo senza paura di perdere una leadership che non avevano, arrivare a quel livello, era fuori d’ogni aspettativa.

La poesia contro gli studenti ce l’aveva fatta.

Ma nessuno ci aveva mai capito niente e nessuno l’ha capito fino ad oggi.

Poesia contro gli studenti. Soltanto nella sua definizione, secondo me, ci sono gli unici due elementi, fuori dalla chiacchiera di massa, su cui si dovrebbe riflettere. E sono i soli alla luce dei quali, forse, ci possiamo spiegare l’enigma magnetico di quelle parole.

E’ una poesia, ed è contro gli studenti.

Che sia una poesia non dice poco. Ed una poesia anche particolare, una poesia al cubo, se mi passi l’orrida espressione, Maestro.

Voglio dire che è una poesia che ci tiene a tutti i costi ad essere una poesia. E quindi, le ragioni del suo esser poesia andrebbero tanto più approfondite.

Una poesia che non presenta né le forme né i contenuti tipici e topici di una poesia.

Vale a dire: non si dispiega in versi specifici (dallo specifico poetico), non presenta strutture metriche tipicamente poetiche; è un maremoto asfittico di ipermetri, subordinate prosastiche, allocuzioni e digressioni, iterazioni colloquiali, citazioni, parentesi, versi che son solo parentesi… Che, se leggi trasvolandole, interi versi scompaiono… E in più: nessuna figura retorica. Nessuna iperbole, nessuna metafora…

Né sul piano immaginifico (diciamolo di contenuto) né su quello euritmico-retorico (diciamolo di forma), c’è “poesia”.

I versi sono liberi, – tranciati, versi che potrebbero esser nati dall’aver sciabolato qua e là i righi di uno scritto in prosa così come veniva. Versi che potrebbero anche non essere versi, quindi. Versi “non-specifici”, perché quando si dice quel che si dice e come lo si dice, nello stesso modo della prosa, con la poesia, lo specifico della poesia non c’è.

E sono proprio questi non-versi/versi che ne mostrano la volontà imperiosa di affermarsi, malgrado tutto, come poesia.

La ragione?

Dare alle proprie parole la costituzione di una poesia, significa sottrarre, volutamente e violentemente, l’argomento al cribro della ratio, del manifesto, della realtà osservabile così come si mostra.

Significa dire “Attenzione, signori! Quanto scritto va inteso come allegoria, non in quello che dice espressamente. Il senso vero di queste parole va cercato fuori d’esse, per ciò che significano, non per ciò che dicono. Loro ne sono l’ombra, ingigantita perché portino ad indice l’oggetto, che è altro e altrove.”

E compreso questo, compreso cioè che, semmai, sarebbe stato il motivo per il quale scrivevi ciò che scrivevi, Maestro, e non lo scritto in sé, il vero argomento di discussione; compreso che, quindi, non c’è nessun valore letterale, ma che l’apologia del poliziotto è “ars retorica”, “captatio malevolentiae”, come tu stesso le definisti, e che la poesia va analizzata da un punto di vista dei simboli, con lo strumento dell’interpretazione simbolica, non con quello del giudizio politico – perché non è un fatto politico, ma addita un fatto politico – già ci si sarebbe sparagnati la metà del dibattito in merito.

L’altra metà s’è tenuto sul contenuto, invece.

Ché, non avendosi mai fornita la giusta chiave d’interpretazione formale, quella contenutistica non poteva che seguire sul catafascio della prima.

Contro gli studenti. Perché contro gli studenti? Perché, ammesso e non concesso che fossi stato contro le nostre azioni, hai voluto provocarci, attirarti l’attenzione?

Perché interpellarci? La poesia ci ha per destinatari diretti.

Perché venirci a cercare, come io vengo a cercare te?

Perché in fondo ti piacevamo. E so che suonerà assurdo dirlo, dopo parole come “leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,/ nei vostri pallori snobismi disperati,/ nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,/ nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo!/ (…) Riformisti! Reificatori!”, ma era lo sbatterci in faccia, con la rudezza di un papà, i nostri limiti e le nostre contraddizioni. E non era paternalismo, era il richiamarci al dovere, alla rivoluzione proletaria, la vera meta che il Sessantotto doveva prefiggersi per sfondare. Non chiedere riforme e “diritti” alla borghesia. Non chiedere al papà le chiavi della macchina per le vacanze. E ci chiamavi “cari figli”.

Dicevi di nutrire per la borghesia un odio così viscerale da non riuscire neanche a scriverne, neanche a frequentarla, ma di noi scrivevi e ci frequentavi!

Capivi la nostra forza, la nostra (anche nostra) ribellione. Era l’ultima cosa nella quale t’era rimasto di sperare. Come noi. Come tutti.

La amavi, ma ne scorgevi già i germi di inesorabile declino. E, con noi, del comunismo tutto.

Riconoscevi la grande minaccia che rappresentavamo; tu vedevi, come vedevano tutti, che il Sessantotto poteva essere una grande rivoluzione, la prima, vera rivoluzione socialista italiana.

Il Sessantotto poteva riuscire o non riuscire.

I più facili agli entusiasmi (i più stupidi, e pressoché tutti politici) valutavano solo gli elementi in favore della riuscita. Pochi, invero.

Altri, volevano più mettersi al sicuro da quelli di compromissione.

Oggi, nelle cariche della polizia, nella crisi, nel mercato libero come un libero assassino, nella scomparsa dolosa della coscienza di classe, la Storia ci presenta il redde rationem, di quel Sessantotto. E non che la colpa di come ci troviamo sia del Sessantotto, frivolo e borghese movimento di rivendicazioni meramente sessuali e di costumi (come vanno cianciando in molti), ma che il Sessantotto avrebbe potuto avere il ruolo storico di arginare questo sfacelo, sì.

E la considerazione è una:

il Sessantotto fa arrabbiare non tanto perché ha fallito. Ma perché poteva vincere.

E tu, maledetto chiaroveggente, tu l’avevi capito in medias res. Altro che non capire!

E la tua scelta di denunce così schiette, così ancestrali e “infantili”, se vogliamo,

questo tuo tenerti bimbo e far la voce da padre, sconfessa in germe qualsiasi paternalismo. Che non hai mai avuto, infatti.

Avresti potuto stendere un bell’articolo, lucido, ponderato, sulle tue perplessità riguardo a Valle Giulia.

Ti avrebbero certamente sbranato in molti di meno, e ti saresti senz’altro fatto più sostenitori di quanti ne avesti, ovvero nessuno.

Ma “ Se il Gran Lama sa di essere il Gran Lama/ vuol dire che non è il Gran Lama”.

Il tono da maestro non ti è mai piaciuto.

Ciò che rifiutavi del Sessantotto era ciò che rifiutavi in te stesso;

era la tua rivoluzione umana, il tuo rifiutare di atteggiarti a più di quello che eri.

Perdere più tempo a costruire il mito di se stesso piuttosto che se stesso è stato il vero vizio borghese del Sessantotto; e la ragione della sua sconfitta. Ma pochi, individualmente, si ponevano questo problema. Solo quando i nodi vengono al pettine, ci si accorge che le masse sono fatte di individui. E che la coscienza di ciò non deresponsabilizza, ma iper-responsabilizza.

Ora bisogna ricominciare daccapo. Fare tesoro degli errori del passato. E smetterla di pretendersi “maestri”. Di lottare per riformare o accattonare. Di volere anche noi il nostro diritto a diventare i borghesi di domani.

Quel che è perso è fortunatamente perso, e non tornerà.

E’ stato un peccato di gioventù, durato quarant’anni. Ma riprendiamo da lì.

Quanto a me,

continuerò a chiamarti maestro fin quando non avremo imparato a non essere maestri.

Maestro del non essere maestri.

Salvo Lo Galbo

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