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Il modello Putin: dalla normalizzazione politica alla crisi Ucraina

Si suole considerare la Russia come un paese che ha sofferto la crisi

economica mondiale meno degli altri. In realtà, nel 2008 il paese

sopravvisse a una violenta depressione, nella quale la caduta della

produzione risultò più significativa che nella maggior parte delle

economie sviluppate. Tuttavia, già nell’anno seguente cominciò un

periodo di crescita, anche se abbastanza limitato. A questa

ricomposizione contribuirono le moderate misure keynesiane, destinate

a stimolare la domanda. Queste misure, inoltre, furono dettate non solo

dalla tendenza del governo ad allontanarsi dalla usuale ortodossia

neoliberale, ma anche dal timore di insoddisfazione della popolazione

che si manifestò alla fine del 2011. Nelle condizioni in cui si scatenarono

manifestazioni di protesta a Mosca e San Pietroburgo, i circoli dirigenti

non rischiarono di portare a termine una serie di misure antisociali

pianificate anteriormente, che minacciavano di ampliare seriamente la

quantità di insoddisfatti.

Come conseguenza di questi stimoli, l’economia russa mostrò nel 2012

risultati relativamente ragionevoli, il che, come qualcosa di straordinario,

attirò l’attenzione dell’Europa occidentale, dove si scatenava una crisi

finanziaria. Anche il livello di vita e l’occupazione si ripresero abbastanza

rapidamente. Una questione diversa è fino a che punto risultarono seri i

“danni” causati dalla crisi alla stessa struttura della società e dello Stato.

La ricomposizione dell’economia occultò le contraddizioni strutturali, e la

relativa tranquillità politica, dopo il declivio delle proteste del 2011-2012,

mascherò la modifica radicale nella correlazione delle forze sociali e il

crescente potenziale nella società per una esplosione nuova e molto più

seria.

Il “dialogo sociale” di Vladimir Putin

Le manifestazioni degli anni 2011 e 2012 si suole leggerle come una

protesta della classe media, che è irritata nei confronti del governo

autoritario di Vladimir Putin e aspira alla democratizzazione del sistema

* Boris Kagarlitski: sociologo e storico. E’ il direttore dell’Istituto di Studi sulla Globalizzazione e Movimenti Sociali

(IGSO), con sede a Mosca. Ricevette il Deutscher Memorial Prize per il suo libro The thinking Reed: Intellectuals

and the Soviet State (Verso, Londra, 1988.

** Nota: Traduzione dal russo allo spagnolo di Fulvio Franchi. L?articolo è copia fedele di quello pubblicato nella

rivista NUEVA SOCIEDAD N° 253, settembre-ottobre 2014, ISSN: 0251-3552, www.nuso.org.

***Nota: Traduzione dallo spagnolo all’italiano di Laura Buluggiu.

politico. Tuttavia, la classe media di Mosca e San Pietroburgo, che

costituì la base fondamentale della protesta, fu esattamente un prodotto

della politica di Putin, edificata sullo stimolo al consumo dovuto alla

crescita degli introiti del petrolio. La politica tributaria del governo,

eccessivamente liberale rispetto alle grandi imprese, e la disposizione

dello Stato a chiudere gli occhi di fronte ai cosidetti “schemi grigi”,

attraverso i quali le medie e piccole imprese evadevano il pagamento

delle imposte, crearono le condizioni per una certa ridistribuzione del

reddito a beneficio della classe media. Come nelle organizzazioni

statali, anche nelle corporazioni private crebbe rapidamente la quantità

di collaboratori con funzioni indefinite e alte retribuzioni. Sorse uno

strato di gerenti, consultori, esperti, rappresentanti di una “classe

creativa”, che nel loro momento crearono una domanda di servizi

specifici, cominciando dal business del turismo, che crebbe

velocemente, e arrivando a progetti culturali e a tutti i tipi di

intrattenimento. Prima a Mosca e San Pietroburgo, e dopo in altre grandi

città, cominciarono ad aumentare rapidamente i prezzi degli immobili.

Questo, a sua volta, stimolò un “boom” delle costruzioni, che fu

accompagnato dalla scarsità sempre più acuta di alloggi nel settore

degli edifici di “classe economica”: la schiacciante maggioranza dei

nuovi edifici venivano progettati per clienti ricchi, e il vecchio fondo per

gli alloggi sovietico caducava e veniva sostituito da alloggi più costosi,

per i quali le persone non avevano abbastanza soldi.

Anche se la crisi del 2008 portò a una drastica riduzione

dell’occupazione e degli introiti della classe media delle capitali1, lo

shock non fu continuo né profondo. Durante gli ultimi due anni, questi

gruppi recuperarono la loro posizione precedente e altresì la

consolidarono. Ancora, la crisi dimostrò che il livello raggiunto e la

qualità di vita non venivano garantiti per loro. Inoltre, l’aumento dei

prezzi, che proseguì nel 2010, superò chiaramente l’incremento dei

salari. Nella classe media, crebbe una particolare tensione sociale, più

vincolata a una sfiducia verso il futuro che ai suoi problemi più

immediati. L’irritazione sembrava diretta soprattutto contro lo Stato, che

spendeva troppo denaro in aiuti ai poveri, programmi sociali,

industrializzazione, difesa, ecc, invece di creare le condizioni favorevoli

per lo sviluppo di quella “classe creativa”.

Anche la situazione rispetto alle spese sociali risultò essere molto

contradditoria. Malgrado la sua visione filantropica, il governo riusciva a

destinare sempre più fondi a sostegno di programmi sociali ed elevava

1 Mosca e San Pietroburgo.

così il livello di vita degli strati più poveri della popolazione, dei

pensionati, dei medici, dei maestri e degli impiegati statali, che negli

anni 90 conducevano una vita di miseria. Tale munificenza si spiegava

dagli introiti, che crescevano costantemente, grazie alla vendita di

petrolio e altri combustibili. Come risultato, l’aumento delle spese sociali

non ridondò per le grandi imprese in una carica tributaria troppo

pesante, anche se gli ideologi imprenditoriali, si capisce, affermerebbero

il contrario.

Il motto e l’ideologia del governo Putin -sia nella sua funzione di

presidente che di primo ministro- furono la “stabilità”2. Nel piano politico,

il sistema di governo costituito fu spesso considerato una “democrazia

dirigista”. Da un lato, erano presenti i segni esterni di un governo

formalmente democratico, dalle competenze dei candidati alle elezioni

fino ad una effettiva libertà di parola che non influì in nessun modo

nell’operato del governo. Gli introiti petroliferi sembravano sufficienti per

soddisfare tutti, anche se non nella stessa misura.

Un’altro conseguimento importante dell’ epoca di Putin fu la

stabilizzazione dell’ elite. Il governo ebbe successo nel mettere fine alla

guerra tra clan che lacerò l’oligarchia russa nella decade del 1990. Si

celebrò un principio di compromesso coercitivo: lo Stato era disposto a

considerare gli interessi di tutti i gruppi, a condizione che questi

rispetassero determinate regole del gioco. Gli oligarchi che non

obbedivano a tali regole venivano sottomessi non solo alla repressione

da parte del potere, ma anche, il che non è meno importante,

all’ostracismo da parte dei loro colleghi di affari. Il disgraziato destino

dei milionari Vladimir Gusinski, Mijail Jodorkovski e Boris Berezovski

(scomparso nel 2013)- i cui affari comprendevano petrolio, banca, mass

media e altri elementi strategici- non fu estraneo a questi cambiamenti.

Questi tre imprenditori facevano parte del gruppo delle persone più

influenti negli anni del governo di Boris Yeltsin e non vollero rinunciare

alla loro posizione di privilegio con il nuovo presidente. Perciò minarono

la logica del compromesso generale che radicava alla base del “sistema

Putin”. Il risultato dello scontro fu prevedibile: i tre dovettero emigrare e

Jodorkovski, inoltre, passò dieci anni in carcere.

Nel contesto dell’aumento dei prezzi del petrolio, si incrementarono

anche le quotazioni delle compagnie russe nelle borse nazionali e

straniere. L’esclusione dalla scena del settore “indiscipinato” della

comunità delle grandi imprese rese possibile una trasformazione

strutturale del capitalismo russo, che rapidamente passò da una fase

2 Putin esercitò la Presidenza della Russia tra il 2000 e il 2008 e ritornò all’incarico nel 2012; nel frattempo occupò

l’incarico di primo ministro, con Dmitri Medvedev -il suo “delfino”- a capo del Potere Esecutivo.

oligarchica a una fase corporativa. La personalità dell’imprenditore

significava sempre meno, per cui il potenziale dell’organizzazione e le

risorse della compagnia giocavano un ruolo sempre più importante. La

burocrazia economica spersonalizzata occupò il posto dei coloriti

capitalisti mafiosi dell’ epoca di Boris Yeltsin. Il ruolo crescente nella

formazione di una nuova cultura corporativista lo giocarono le

compagnie quasi-statali, dove un gruppo di funzionari catturò i loro

organi direttivi. Così, le relazioni della Russia con l’Ucraina e Bielorussia

si sottomisero in gran parte agli interessi della compagnia Gazprom,

particolarmente interessata ai mercati e alle possibilità di transito

attraverso questi paesi. Inoltre, ogni volta che sorgono dei problemi tra

Gazprom e uno o l’altro governo, il conflitto passa a livello

internazionale. Questo è legato in egual misura con l’orientamento prooccidentale

promosso dall’Ucraina e con l’orientamento tradizionalmente

prorusso della Bielorussia.

Stabilità e crisi

La politica di compromessi portata avanti dal governo di Putin

sembrava funzionare in maniera effettiva non solo in un periodo di

crescita economica ma anche, fino a un certo limite, negli anni di crisi

come il 2008 e 2009. Tuttavia, la crescita dei profitti corporativi e del

consumo individuale si ebbe nel contesto di un catastrofico deficit di

investimenti, usura delle attrezzature, deterioramento dell’infrastruttura

dei trasporti, degrado dell’educazione, insufficienza crescente di quadri

qualificati nella produzione e crescente divario rispetto all’Occidente. In

altre parole, il paese si stava divorando il suo futuro. La scomposizione

dell’etica cittadina e la decolletivizzazione della società raggiunsero

livelli tali che iniziarono a preoccupare anche coloro i quali detenevano il

potere, che non trovaro niente di meglio che cercare di stabilire veicoli

sociali artificialmente, orientandosi ai valori tradizionali, agli “appigli

spirituali”3 il cui portavoce è la Chiesa Ortodossa ufficiale (e in alcune

regioni è l’Islam ufficiale).

E’ completamente naturale che, nella ricerca di una strategia di

solidarietà, interessato a preservare lo statu quo, il governo abbia scelto

principalmente una variante conservatrice. Ciò nonostante, questo

programma ideologico conservatore, per quanto riguarda la sua

realizzazione, cominciò ad acquisire rapitamente tratti apertamente

reazionari e arcaici. La Chiesa ortodossa russa e i suoi rappresentanti

nelle strutture politiche del governo semplicemente non sanno agire in

3 Riferimento a una parte di un messaggio di Putin al Parlamento Russo del 12 di dicembre del 2012, che fu

ampliamente commentato: “Oggi la società russa ha un chiaro deficit di appigli spirituali: umiltà, compassione,

commiserazione di uno per l’altro, sostegno e aiuto reciproco, un deficit di tutto quello che in momenti storici ci rese

più forti, più resistenti e di cui ci siamo sempre inorgogliti”.

un altro modo, poiché, a differenza del protestantesimo e la Chiesa

cattolica, non ha una tradizione di dialogo attivo e indipendente con la

società e si son tenuti sempre all’ombra dello Stato.

L’instaurazione degli “appigli spirituali” e i valori conservatori risvegliò la

legittima irritazione della classe media, orientata verso un modo di

vivere occidentale. Anche nell’ambiente imprenditoriale aumentò

l’opposizione. Gli imprenditori cominciarono a lamentarsi della presenza

della corruzione ovunque, anche se sino a poco tempo prima questo

stato delle cose gli era del tutto conveniente. In cambio della particolare

“rendita della corruzione” che ricevevano i funzionari, questi ultimi

assicuravano loro un accesso diretto o indiretto al finanziamento statale

e chiudevano gli occhi alla sistematica mancanza del pagamento degli

oneri tributari -già di per sé bassi secondo i canoni europei- e allo

scandaloso rifiuto delle norme sul lavoro, ecologiche, migratorie,

sanitarie, ecc. Detto con rigore, la corruzione permetteva che le imprese

riducessero radicalmente i loro costi. Ma nelle condizioni di una

scandalosa inefficienza della classe imprenditoriale, abituata a un livello

di guadagni che superava più volte quello dell’Europa occidentale, gli

imprenditori iniziaroso ad esigere che lo Stato riducesse loro quei costi

connessi con la corruzione, al contempo senza imporre loro gli obblighi

che si devono ottemperare in uno Stato propriamente organizzato4.

Tuttavia, per quanto la classe media e le imprese si sentissero offese,

non furono loro a dare inizio alle proteste che esplosero nel dicembre

del 2011 e si estesero sino alla primavera del 2012. Per il governo,

risultò inaspettata la “slealtà” delle popolazioni dell’interno e degli strati

più poveri, che fino a quel momento non mostravano un gran attivismo.

Di fatto, non lo mostrarono neanche questa volta. Ciò nonostante, la

stanchezza nei confronti del regime di Putin, la tensione nervosa

causata dal periodo di crisi e l’irritazione verso la corruzione dei

funzionari incentivarono una sorta di sciopero elettorale nelle provincie.

Nelle elezioni di dicembre 2011, la gente semplicemente non andò in

modo massivo a votare. E il governo cercò di occultare questa totale

assenza appellandosi all’alterazione delle cifre. La necessità di

trasformare urgentemente l’8% o il 10% di presenza in 65% o il 70%

portò a una grande quantità di falsificazioni assurde e ridicole, della

quali la più importante fu la notizia diffusa dalla televisione che in una

provincia del sud della Russia la presenza ai comizi aveva raggiunto il

4 I rappresentanti dell’imprenditorialità si indignavano pubblicamente dinnanzi a qualsiasi intento del potere statale di

passare da un sistema di obblighi reciproci non formali all’osservazione formale delle leggi in stile europeo.

Precisamente questi intenti, anche se molto timidi, intrapresi dalle autorità negli anni 2010-2011, provocarono una

furiosa indignazione nei circoli liberali della Russia e un’ ondata non meno indignata di pubblicazioni in Occidente

a proposito della “persecuzione delle imprese”.

146% degli elettori.

E’ dimostrato che la frode elettorale, in maggior parte, non fu motivata

né dall’intento di aumentare la percentuale dei voto conferiti al partito

ufficialista Russia Unita, né per nascondere che effettivamente c’era

stato un boicotaggio popolare alle elezioni. Tuttavia , tra coloro i quali

votarono, una quantità maggiore del normale lo fece in favore dei partiti

dell’opposizione legale, dove si colloca il Partito Comunista.

I risultati delle elezioni spinsero la classe media delle grandi città a

scendere per strada. Le manifestazioni risultarono inaspettatamente

massive e, nei primi momenti, abbastanza aggressive. Il motto “Per

elezioni pulite” unì quasi tutti, dalla sinistra sino all’estrema destra, sotto

bandiere di diverso colore, in manifestazioni a Mosca e San Pietroburgo,

e trasmise ai suoi organizzatori la convinzione che tutta la società

avrebbe manifestato nell’immediato contro il governo. Ma in realtà diede

solo testimonianza della presenza di manifestanti apartitici, ai quali in

maggior parte poco importava sotto quale bandiera marciare. Il motto

astratto “Elezioni pulite” e i primi giorni di proteste crearono una buona

piattaforma per l’unità politica di gruppi molto diversi, ma quasi subito

rimase allo scoperto la sua inconsistenza. In definitiva, le elezioni di

dicembre furono a loro modo pulite, si distribuirono i posti tra i partiti con

status legale, più o meno in proporzione alle percentuali ricevute.

La “normalizzazione” del 2012

Appena si recuperarono dal primo shock, le autorità trovarono un mezzo

effettivo per neutralizzare le proteste nella capitale. L’ideologia di questa

campagna antiproteste fu estremamente semplice: contraporre alla

“classe media parasitaria” di Mosca e San Pietroburgo il popolo

lavoratore dei centri urbani, presentando il governo e il presidente come

difensori della pace sociale che rifiutavano una riforma neoliberale.

Sorgeva, ovviamente, una domanda: se lo Stato avrebbe limitato e

rallentato le riforme antisociali (nel settore casa, salute, educazione e

trasporti, tra i vari settori) e chi le portasse a termine. Ciò nonostante,

questa propaganda funzionò: la maggior parte della popolazione del

paese considerò che il potere era un male minore in confronto con i

liberali della capitale. Per questo, la campagna dei seguaci di Putin non

fu fondata nella pura retorica. Il potere ricorse a una serie di misure

populiste/”keynesiane” per stimolare la domanda. Da parte loro, le

opinioni dell’ala destra dei liberali e di coloro che patrocinavano i loro

gruppi imprenditoriali con le loro azioni e dichiarazioni confermavano i

peggiori timori dei cittadini.

L’ala sinistra della protesta era disorientata e scissa per via della politica

dei suoi leaders (principalmente Serguéi Udaltsov, del Fronte di Sinistra,

i quali preferirono il blocco con i “leaders della protesta” prima di una

proposta di reclami sociali e azioni indipendenti5. Il risultato fu

catastrofico per l’opposizione, gli elettori delle provincie, nella primavera

del 2012, concorsero alle elezioni presidenziali e votarono per Putin. E

le stesse strutture dell’opposizione, dopo aver perso una chiara

prospettiva strategica, declinarono e si dissolsero.

Sembrerebbe che il potere, a tempo debito, aveva risolto i suoi problemi.

Ma, come accade spesso, il successo non consolidò i suoi lati forti nella

stessa misura in cui presentava chiaramente le sue debolezze. Dopo le

elezioni, il governo, che aveva adottato misure per stimolare la domanda

che si considerarono nel 2012 come una concessione temporanea ai

votanti delle provincie, non solo ritornò bruscamente al corso

neoliberista, ma lo indurì al massimo. Cominciarono ad alzarsi i prezzi e

la disoccupazione. La situazione si aggravò con l’ingresso della Russia

nella Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Il passaggio

verso una tendenza neoliberista portò l’economia a un ristagno nel 2013

e a una caduta prevista per il 2014. La popolarità di Putin precipitò. I

bilanci regionali cominciarono a mostrare un livello “greco” di deficit e

indebitamento; inoltre, il governo centrale venne condotto in relazione

alle amministrazioni provinciali nello stesso modo in cui fece, per

esempio, la troika europea rispetto alla Grecia o alla Spagna. Questo

creò una nuova linea di tensione tra il centro e le regioni. Ma la crisi che

si stava generando in Russia scoppiò ancor prima in Ucraina.

La crisi Ucraina

Situata tra Russia e Occidente, l’economia ucraina ricevette implusi

critici da entrambi i lati. Cercando di seguire un sostenuto corso

neoliberale, i governi ucraini non furono capaci di conseguire un

consolidamento delle élite simile a quello raggiunto in Russia. A causa

del costante deficit di risorse, ebbe luogo una disputa ininterrota tra

gruppi oligarchici basati in diverse regioni del paese (con la particolarità

che le risorse si ridistribuivano sistematicamente dal sud-est industriale

verso l’arretrato occidente agricolo, che costituiva la base elettorale dei

partiti di destra). Questa lotta tra oligarchi ha costituito il fondamento e il

contenuto del singolare modello democratico ucraino. Ma il sistema

politico ucraino, che non superò la prova della crisi, crollò nell’inverno

del 2012-2013.

5 Il Fronte di Sinistra raggruppa dagli anarchici sino a i neostalinisti, passando per i liberali di sinistra e comunisti

critici. Negli ultimi tempi mancò di una leadership unificatrice capace di dare coerenza a questa diversità.

Il pretesto formale per le rivolte a Kiev fu il rifiuto del presidente centrista

Viktor Yanukovich di firmare un accordo di associazione con l’Unione

Europea. L’accordo, oltre che una quantità di esigenze neoliberali,

prevedeva il completo trasferimento delle attività industriali ucraine al

sistema di standard tecnici della UE. Non c’erano i soldi per una

riorganizzazione del paese di tale portata, e il tentativo di trasferire

questi costi al settore privato significava automaticamente la chiusura o

il fallimento di gran parte delle fabbriche. Gli stessi leader imprenditoriali,

riconoscendo l’incombente minaccia, intimarono il presidente

Yanukovich a non firmare l’accordo. Tuttavia, l’opposizione utilizzò la

ritrattazione come pretesto per organizzare proteste di massa,

accusando la riluttanza delle autorità ad aprire una “prospettiva

europea” per il popolo ucraino.

La disposizione iniziale del governo a firmare l’accordo fu sollevata per il

fatto che il paese era in bancarotta. L’Occidente prometteva soldi e Kiev

era disposta ad accettare qualsiasi condizione. Yanukovich vacillava,

rivolgendosi alternativamente all’ Occidente, alla Russia e alla Cina, e

allo stesso tempo, gli oppositori che protestavano costruivano barricate,

bruciavano copertoni delle automobili nelle strade, lanciavano bombe

molotov ai soldati delle forze interne e colpivano ai sostenitori del

governo.

La sollevazione ucraina, appoggiata inizialmente, come a Mosca, da

una parte importante degli strati medi delle capitali, finì rapidamente

sotto il controllo dell’opposizione radicale di destra, che si appoggiava

alla bande di strada di diverse organizzazioni fasciste e semifasciste. In

questo senso, il Maidan di Kiev (così chiamato per via del nome della

piazza centrale della capitale, Maidan Nezalezhnosti, dove avvenirono i

fatti6) si distingueva radicalmente dalle proteste in piazza Bolotnaya, di

Mosca. Se in questo ultimo caso il controllo ideologico lo presero i

liberali, anche se in un senso chiaramente di destra, a Kiev, dal

principio, le posizioni dominanti furono quelle dei radicali di destra,

anche se l’intelletualità liberale non voleva riconoscerlo.

L’egemonia dell’estrema destra nelle proteste di Kiev fu il risultato

naturale degli antefatti della democrazia oligarchica ucraina. A differenza

della Russia, dove non esisteva un’opposizione seriamente

istituzionalizzata fuori dai partiti della Duma (Parlamento), che erano

parte del sistema di una “democrazia dirigista” (e che attuarono contro le

proteste massive), in Ucraina si formarono istanze di pluralismo politico

reale, ma nel quadro di un sistema oligarchico l’elezione era solo tra

centristi e quelli di destra. Peraltro, gli ultimi erano sotto la crescente

6 Piazza dell’ Indipendenza.

pressione di varie organizzazioni fasciste e semi-fasciste che erano

incoraggiate dal governo di centro di Yanukovich e dal suo Partito delle

Regioni7 in qualità di potenziali alternative elettorali all’opposizione

nazionalista di destra. La questione non arrivò alle elezioni; il cambio di

potere, accompagnato dal crollo di fatto della struttura politica del Partito

delle Regioni, portò il paese da un pluralismo politico a una elezione tra

la destra e l’estrema destra, che fino a quel momento avevano attuato

unite in un blocco. Gli scontri si trasformarono in combattimenti di strada

quando gli attivisti di organizzazioni nazionaliste radicali, unite nella

coalizione di Pravy Sektor (Settore di Destra), cominciarono a usare le

armi. Nel febbraio del 2014, Yanukovich, dopo aver perso

definitivamente il controllo della situazione, fuggì da Kiev e lasciò il

paese abbandonato alla sua stessa sorte. Il governo non cadde, né

tanto meno ci fu una presa del potere. Semplicemente si autoliquidò.

Il nuovo governo dell’ Ucraina

Sul piano politico, una coalizione di tre partiti (Baktivshina, UDAR e

Svoboda8), formata a Kiev dopo la fuga di Yanukovich, si presentò come

l’unione dei radicali neoliberali con i nazionalisti e i fascisti, una formula

sino ad allora poco usuale per l’Europa che, tuttavia, può essere un

precedente per altri paesi. Il nuovo governo, formato dagli oppositori di

prima nelle condizioni di un caos crescente, non trovò niente di meglio

che cercare di consolidare il suo sostegno da parte di piccoli gruppi

radicali di destra che avevano promesso di rimuovere la legge delle

lingue officiali, che conferisce lo status di lingua ufficiale al russo e alle

lingue di altre minoranze nazionali: l’ungherese, il rumeno, ecc.

Ciò nonostante, sarebbe totalmente falso interpretare il conflitto in

Ucraina come linguistico o culturale. L’ucraino, che predomina nelle

regioni occidentali del paese, è molto poco diffuso a Kiev, anche se la

classe intelletuale russofona della capitale fu raggiunta nel 2013

dall’euforia nazionalista, probabilmente più dei pragmatici contadini delle

provincie di Lvov o Volynsk. All’aprire lo scrigno di Pandora delle lingue,

le autorità riconobbero que avrebbero prodotto un’esplosione di

insoddisfazione nelle regioni del sud-est dell’Ucraina, dove solo una

minoranza insignificate fa uso dell’ucraino. Già da prima, il sud-est

votava tradizionalmente per il Partito delle Regioni del destituito

Yanukovich, e i gruppi radicali di destra e nazionalisti si appoggiarono

nelle zone occidentali del paese. Nello stesso tempo, provocando un

confitto intorno alla lingua russa, il nuovo governo cercava di cambiare

7 Partito centrista di base russofono creato nel 1997 con il nome di Partito della Rinascita Regionale dell’ Ucraina.

8 In ucraino , rispettivamente, “Patria”, “Golpe” e “Libertà”. Rigorosamente, UDAR è l’acronimo in ucraino di

Alleanza Democratica Ucraina per la Riforma, che coincide con la parola “UDAR” (golpe).

la situazione, trasformando le contraddizioni sociopolitiche in nazionali.

La Russia, che inevitabilmente condannò questa politica, si può

presentare ora come il principale colpevole di tutti i problemi

dell’Ucraina, di quelli passati, i presenti e i futuri.

Il piano funzionò, ma non completamente come si aspettavano i suoi

autori. Il conflitto con la Russia, che si stava scomponendo in uno

spazio di tempo già prolungato, si aggravò violentemente; una

benedizione per il Cremlino fu l’apparizione di un nuovo nemico nella

persona del governatore di Kiev, così utile nel contesto della situazione

economica del Paese, che peggiorava. E gli abitanti del sud-est, prima

abbastanza tranquilli e leali nei confronti di qualsiasi governo, non solo

protestarono, ma si sollevarono apertamente. Inoltre, questa

insurrezione attrasse alla sua orbita una quantità di gente molto più

numerosa delle azioni nel Maidan di Kiev. Le proteste nel sud-est

scoppiarono letteralmente in tutte le città, includendo i centri regionali. A

differenza di Yanukovich, che per alcuni mesi cercò di mantenere la

situazione sotto controllo ed evitare l’uso delle armi, il nuovo governo

schierò per soffocare le proteste non solo la polizia, ma anche reparti

armati dopo la crisi a Kiev del Settore di Destra, il che successivamente

provocò vittime umane. Gli attivisti del sud-est utilizzarono gli stessi

metodi attraverso cui i radicali di destra imposero la loro volontà al

governo precedente. Le manifestazioni di strada presto si trasformarono

nella presa di edifici amministrativi. Quello che venne ideato come uno

scoppio momentaneo si trasformò in una esplosione che portò a una

distruzione senza ritorno.

Essenzialmente, quello che si distusse fu il sistema statale ucraino. Le

regioni del sud-est e anche la Crimea, abitata prevalentemente da russi

etnici, iniziarono a reclamare l’unione con la Russia. Il Cremlino dovette

reagire in qualche modo di fronte agli avvenimenti, a maggior ragione

quando la ribellione della Crimea e del sud-est risvegliò nel paese una

simpatia massiva.

La decisione presa dal Cremlino nei primi momenti sembrò la migliore

possibile: dopo l’accordo con l’élite della Crimea, le autorità russe

annessero questa regione in disputa al loro territorio, e le restanti

province del sud-est ammutinato vennero liberate al loro stesso destino.

Tuttavia, il sollevamento nel sud-est non solo non si placcò ma, al

contrario, si inasprì. Le forze di sicurezza russa appoggiarono

apertamente il sollevamento, molte volte inoltre senza attendere

l’opinione del Cremlino, la cosa in sé risultò una spiacevole sorpresa

per Putin e la sua cerchia più vicina.

L’amministrazione del Cremlino, che aveva ricevuto un beneficio tattico,

mise sotto di sé una bomba di azione immediata. La popolarità del

presidente, che era aumentata drasticamente nel momento

dell’annessione della Crimea, cominciò a calare di poco ma senza

pausa, appena si vide con chiarezza che altre regioni non potevano

aspettare nessun aiuto dalla Russia. Nel frattempo, nelle stesse regioni

del sud-est dell’Ucraina successe qualcosa che non rallegrò per niente

l’élite di Mosca: il movimento di difesa della lingua russa si trasformò a

prima vista in una rivoluzione sociale.

Senza limitarsi alla presa di edifici dell’amministrazione provinciale, gli

attivisti di Donetsk e Lugansk si pronunciarono per la creazione delle

loro Repubbliche popolari. Inoltre a Donetsk iniziarono molto

rapidamente ad acquisire le caratteristiche di un potere alternativo.

Questo incentivò la presa di dipartimenti di polizia locali e altre istituzioni

statali. Alcune prese furono realizzate dalle masse sollevate, ma in molti

casi attuarono gruppi armati disciplinati, gli antichi collaboratori del corpo

speciale di polizia Berkut e altre forze di sicurezza dell’Ucraina separate

dal nuovo governo di Kiev, o disertori. Alcune divisioni lasciarono il

servizio praticamente con il loro completo personale, portando con sé

armi e munizioni. La propaganda ufficiale di Kiev reaggì chiamando

”gruppi commando russi” gli antichi collaboratori delle sue forze di

sicurezza; tuttavia, per la popolazione prorussa del sud-est dell’Ucraina,

queste denuncie non si vedevano come uno screditamento del

sollevamento, ma piuttosto come pubblicità a favore. Quanto più si

parlava a Kiev di un’ingerenza diretta e persino di una “occupazione”

della regione da parte della Russia, tanta più gente in quei luoghi si

univa alla protesta considerando che ora la Russia li avrebbe difesi e

avrebbe appoggiato i ribelli.

Il nuovo governo di Kiev cominciò a ripetere rispetto agli “antimaidanisti”

del sud-est tutte le imputazioni e teorie cospirative che alcuni mesi prima

la propaganda di Yanukovich aveva utilizzato parlando del proprio

“maidan”. Solo che ora tutto questo si sarebbe riprodotto su una scala

dieci, cento volte maggiore, e avrebbe acquisito una forma del tutto

grottesca.

Tuttavia, le scale e la radicalità del confronto in nessun modo possono

essere spiegati esclusivamente dalla logica di uno scontro politico. La

politica economica del nuovo governo delimitò la linea di una forte

divisione sociale, che nessuna retorica nazionale può occultare. Gli

oligarchi, che all’epoca di Yanukovich si approfittavano delle possibilità

di un’influenza informale nel governo, ricevettero ora incarichi ufficiali

come governatori. Poco dopo, le elezioni presidenziali organizzate dalla

nuova amministrazione conferirono l’ incarico di presidente a uno dei

maggiori capitalisti del paese, Piotr Poroshenko, che nemmeno per

salvare le apparenze cercò di nascondere la sua attività imprenditoriale.

Dopo la firma di un accordo con il Fondo Monetario Internazionale

(FMI), il governo aumentò drasticamente i prezzi del gas e dei farmaci e

tagliò i sussidi all’industria. La tendenza neoliberale che anche prima

avevano seguito i circoli dirigenti sia in Russia che in Ucraina, con

alcune eccezioni, ora si radicalizzò. Proprio per questo la retorica

nazionalista divenne molto necessaria per Kiev: non gli restavano altri

mezzi di consolidamento sociale. Nell’Ovest del paese e nella capitale,

la crescente indignazione, dopo un pò, riuscì a conservare la retorica

nazionalista e la propaganda antirussa, ma rispetto agli abitanti agli

abitanti dell’est, questi metodi producevano un effetto inverso. Cercando

di placare l’incendio nell’ovest, il governo buttò più legna al fuoco

nell’est.

La ribellione

Il primo intento di soffocare lo scontro nel sud-est con l’aiuto

dell’Esercito Ucraino non riuscì nell’aprile di questo anno, quando una

moltitudine di gente disarmata riuscì a fermare e persuadere una parte

dei militari, facendo fallire l’”operazione antiterrorista” avviata da Kiev.

Tuttavia, la scalata di violenze continuava. Il 2 di maggio, nelle strade di

Odessa, ritornarono a prodursi scontri tra gruppi sostenitori del nuovo

governo arrivati in città e i suoi oppositori, dopo di ché una moltitudine

riunita dai combattenti del Settore di Destra incendiò la Casa dei

Sindacati, insieme alla quale si erano riuniti attivisti locali di sinistra e

prorussi. La gente che riusciva a scappare dal fuoco veniva fatta fuori

nelle strade, e quando il fuoco cominciò a estinguersi, gruppi di

combattenti commisero atti di rappresaglia contro coloro i quali erano

nascosti negli appartamenti alti degli edifici, che non erano stati

raggiunti dalle fiamme. Morirono almeno 46 persone, e molti dei quali

sopravissero furono arrestati dalla polizia. Il giorno seguente, una

moltitudine sollevata di cittadini di Odessa liberò gli arrestati, ma alcuni

di essi furono nuovamente arrestati o assassinati nei giorni successivi.

Immediatamente dopo il pogrom di Odessa arrivarono notizie di fatti di

violenza non meno crudeli a Mariupol, dove la guardia nazionale sparò

e bruciò, nell’edificio della sezione di Affari Interni della città, a decine di

poliziotti che si erano opposti a usare le armi contro la popolazione. Allo

stesso tempo, nelle città che stavano sotto il controllo della Repubblica

di Donetsk9, iniziò un processo spontaneo di trasformazioni sociali: i

lavoratori presero le fabbriche, le autorità locali nazionalizzarono le

imprese, i minatori dichiararono lo sciopero e reclamarono un aumento

del salario.

Dopo la tragedia di Odessa, la tendenza dell’Ucraina verso una guerra

civile divenne irreversibile. Per gli abitanti di Donetsk e di Lugansk10, fu

evidente che nel caso in cui non si fossero mantenute le loro

repubbliche, gli aspettava la stessa sorte di Odessa. La richiesta per la

federalizzazione dell’Ucraina, che inizialmente univa tutti gli oppositori di

Kiev, ora era cambiata in una chiamata all’indipendenza assoluta o

all’unione con la Russia. Ciò nonostante, le autorità russe chiaramente

non erano disposte a unirsi con le provincie in mano a una popolazione

ribellatasi con le armi, a maggior ragione quando una parte importante

dei reclami sentiti in aprile e maggio nelle manifestazioni dei federalisti

avrebbero potuto risuonare in modo non meno detonante in Russia,

dove altresì era cresciuta la tensione tra il centro e le regioni.

Nel referendum dell’11 maggio del 2014 fu proclamata la Repubblica

Popolare di Donetsk e Krivoi Rog, creata nel 1918 dai bolscevichi e i

socialisti rivoluzionari di sinistra. Tale repubblica fu sterminata dalle forze

tedesche, con le cui baionette si impose l’autorità della Rada (Consiglio)

Centrale di Kiev alle regioni del sud-est dell’Ucraina. Questa volta, la

guerra civile si dispiega negli stessi fronti e, in larga misura, con lo

stesso contenuto sociale (ma non ancora politico).

Anche se la lotta armata ebbe luogo nel territorio di due provincie, lo

scontro non si limita a quei territori. A Jarkov, Odessa, Zaporizhia e altri

centri dell’Ucraina si formarono organizzazioni clandestine che hanno

per oggetto la fondazione di un nuovo Stato: Nuova Russia. A Kiev e

nelle provincie dell’Ucraina centrale l’opposizione al potere si organizzò

in gruppi fondamentalmente di sinistra, tra i quali il più conosciuto è il

partito Borotba (lotta). Il governo rispose con repressione: gli uffici dei

“borotbisti” furono destituiti e alcuni dei suoi leader hanno un mandato di

cattura. A fine luglio anche il Partito Comunista dell’ Ucraina fu bandito di

fatto.

In questa situazione il Cremlino non aveva scelta: era obbligato ad

appoggiare Donetsk e Lugansk. Tuttavia quest’ appoggio era

9 Stato autoproclamato dagli attivisti filorussi dal 7 di aprile del 2014.

10 Anche nella città di Lugansk si autoproclamò la Repubblica Popolare di Lugansk il 27 di aprile del 2014.

chiaramente forzato. Il governo russo cercò al massimo di utilizzare la

sua influenza nei territori delle repubbliche sollevate per promuovere i

suoi protetti nei posti chiave e ridurre al minimo il processo di

trasformazioni sociali che era cominciato spontaneamente. Allo stesso

tempo, i funzionari di Mosca lavorarono insieme alla gente dell’oligarca

ucraino Rinat Ajmetov, che prima avrebbe finanziato il partito delle

regioni, per influire questa volta in entrambi i lati del conflitto al

contempo. I rappresentanti di Ajmetov occuparono posti sia

nell’amministrazione ufficiale che nelle strutture della repubblica di

Donetsk, cercando con tutti i mezzi di frenare e bloccare le risoluzioni

sulla nazionalizazzione e altre domande radicali degli insorti. Gli

organismi del potere creati a Donetsk e Lugansk erano inefficienti già

senza di esse, pieni di gente occasionale e non preparata per un serio

lavoro autonomo. Quando si comprese che il sostegno di Mosca si

sarebbe limitato alla fornitura di attrezzature militari e, di tanto in tanto di

armamento obsoleto da magazzini del periodo sovietico, si scoprì in

quale misura i sostenitori delle repubbliche non erano preparati per il

conflitto. E solo la mostruosa incompetenza dei militari ucraini, unita alla

franca mancanza di volontà delle truppe di spargere sangue in una

operazione punitiva, permise che i distaccamenti di miliziani formati alla

leggera resistessero i primi due mesi di combattimenti.

Il centro della ribellione fu la città di Slaviansk, il cui sistema difensivo fu

comandato dal volontario russo Igor Strelkov, che dopo di ciò passo da

essere uno specialista in storia militare conosciuto da pochi a leader

militare popolare. Quando a luglio del 2014 i distaccamenti di Strelkov

abbandonarono Slaviansk e si trasferirono a Donetsk, lui già aveva sotto

il suo comando qualcosa di simile a un esercito regolare. L’arrivo di

Strelkov a Donetsk fu accompagnato dall’esilio dagli organismi del

potere della repubblica dei sostenitori di Ajmetov e di molta gente

collegata con l’amministrazione del Cremlino, ai quali si colpevolizzava

di aver cercato di cedere la città. Allo stesso tempo, arrivarono a

Donetsk e a Lugansk masse di volontari dalla Russia, ispirati da ideali

sia di sinistra che nazionalisti. Le domande sociali del movimento

passavano di mano in mano con il motto “Difesa del mondo russo”,

anche se erano pochi coloro i quali potevano dire precisamente in cosa

consiste la differenza di questo “mondo” con altri “mondi”.

L’ala sinistra del movimento si formò ideologicamente il 7 di luglio,

quando a Yalta, nel territorio della Crimea annesso alla Russia, i

rappresentanti delle organizzazioni di sinistra della Nuova Russia si

incontrarono con i loro confratelli russi e con attivisti occidentali del

movimento antibellico. Il Manifesto di Yalta proclama come obiettivo

della sua lotta il superamento del capitalismo oligarchico, la formazione

di un’economia mista con uno sviluppo del settore sociale e la creazione

di una “repubblica sociale” in tutto il territorio dell’Ucraina.

* * * * * *

La crisi ucraina avanzò allo svilupparsi di quella russa, e in gran parte

cambiò il suo carattere, al provocare uno scontro con l’Occidente e

porre in primo piano slogan di “dignità nazionale”. Precisamente

l’Occidente, che pretende un’espansione dell’ Organizzazione del

Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) e l’inclusione dell’Ucraina nella

sua sfera d’influenza, sta provocando un conflitto che Mosca cerca di

evitare con tutte le sue forze. Tuttavia, non riuscirà ad evitarlo, poiché le

contraddizioni palesate dalla crisi mondiale hanno un carattere obiettivo.

Per la Russia, nel corso di questo scontro, passano al primo piano gli

sforzi per l’indipendenza economica, che semplicemente non possono

risolversi nell’ambito dell’ordine esistente e nel mentre che si conservino

le strutture sociali e politiche precedenti. I circoli dirigenti moscoviti della

Russia cercarono di unire forzatamente una politica estera indipendente

con un ordine interno conservatore. Ampliano la cooperazione con i

paesi del BRICS, invitando a una trasformazione delle regole

economiche internazionali, ma queste regole, a loro volta, sono la

condizione fondamentale dell’esistenza e della prosperità dell’oligarchia

russa. In altre parole, lo sviluppo degli avvenimenti inevitabilmente

trasformerà un conflitto di politica estera in uno scontro di politica interna

e sociale.

La “democrazia dirigista” russa passerà alla storia dietro la storia

oligarchica ucraina. E chissà, può essere che precisamente in queste

convulsioni stia nascendo oggi non solo una nuova Russia, ma anche

una nuova Europa.

di Boris Kagarlitski *

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