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Il governo del cambianiente (se non in peggio)

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Doveva essere “la Waterloo del precariato”. Invece…

Resta la soppressione dell’articolo 18, che è l’architrave del Jobs act.

Il tetto massimo dei contratti a termine sull’organico aziendale passa dal 20% del Decreto Poletti al 30%. Dunque un allargamento dei contratti a termine.

Viene esteso l’uso dei voucher da tre a dieci giorni (per aziende agricole, alberghi, strutture recettive e enti locali) ed allargata la soglia degli occupati, da cinque a otto dipendenti, per il loro uso da parte degli alberghi. Dunque si rimpiazzano forme di lavoro contrattualizzate con buoni lavoro senza diritti, a copertura di lavoro nero, supersfruttamento, evasione fiscale.

Permane intatta la giungla degli altri contratti precari, a partire dalle cooperative.

Si estendono i massicci sgravi contributivi alle imprese del governo Gentiloni per le assunzioni a tutele crescenti – in realtà a tutele declinanti – alzando il limite di età a 35 anni anche per il 2019/2020. Nuovi massicci regali al profitto dei padroni, senza alcun vantaggio occupazionale reale, come dimostrano i dati impietosi del primo semestre 2018.

Conclusione: il governo del cambiamento si conferma governo del cambianiente. Se non in peggio.

Milioni di giovani e di lavoratori che hanno votato M5S prendano atto della realtà. Le chiacchiere stanno a zero. Contano i fatti.

Né vale coprirsi – come fa Di Maio – col fatto che il PD critica il decreto dal punto di vista delle imprese, perché non voleva neppure la foglia di fico/elemosina delle causali (peraltro al secondo rinnovo). Il fatto che il PD sia un partito padronale è ben noto, anche se la CGIL non vuol rompere i ponti con quel partito. Ma chi vota perché l’articolo 18 resti soppresso, cosa ha a che vedere con la dignità del lavoro?

Partito Comunista dei Lavoratori

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