LA CRISI CAPITALISTA E IL COVID-19
L’OCSE prevede una caduta del PIL mondiale per il 2020 di entità compresa tra il -4% e il -6%. È un fatto enorme. La grande depressione, la crisi dell’economia mondiale dal 2007 al 2016, non ha mai visto una caduta in valore percentuale del PIL mondiale, per effetto del traino dell’economia cinese e dei Paesi emergenti. L’ILO stima che verranno persi circa 25 milioni di posti di lavoro portando il numero dei disoccupati nel mondo oltre i 200 milioni. Oxfam stima mezzo miliardo di nuovi poveri in più nel pianeta, che vanno ad aggiungersi agli oltre 700 milioni calcolati nel 2015. In altri termini per gli effetti che determina, in un periodo di tempo molto breve, è la più grave crisi da quella del 1929.
Pesa in maniera decisiva la crisi sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19. Ad oggi sono oltre 35 milioni i contagiati e più di 1 milione i morti, e i dati reali sono certamente più alti. Per questa evenienza si è scomodata la teoria del “cigno nero”. In realtà una pandemia mondiale di queste dimensioni, ed in particolare di una pandemia influenzale, era da tempo prevista come possibile se non probabile (non a caso sia in sede dell’OMS, sia in diversi sistemi sanitari nazionali compreso quello italiano, erano state predisposti protocolli, procedure e piani di intervento straordinari proprio per questa occasione). Una previsione radicata in alcuni processi dell’attuale società capitalista, significativamente accelerati negli ultimi decenni: la crescita della popolazione mondiale e di un’urbanizzazione tumultuosa (in particolare nei paesi periferici e di recente sviluppo, sospinta da masse diseredate e da un nuovo popolo dell’abisso che popola slums e periferie), il diffuso cambio di alimentazione per lo sviluppo degli ultimi decenni (che ha aumentato esponenzialmente il consumo di carne e quindi allevamenti intensivi e trasporti di animali vivi, nel quadro di una logica di profitto e quindi con condizioni sanitarie e di vita allucinanti e bestiali per gli animali), la conseguente incentivata probabilità di passaggi cross specie delle malattie. In questo quadro, la gestione della pandemia è stata resa significativamente più difficile dallo smantellamento pluridecennale dei servizi sanitari e assistenziali, e più in generale dello stato sociale perpetuato generalmente dai governi, principalmente nei paesi imperialisti, dove questi istituiti erano più avanzati. Infatti, nello stesso momento in cui l’OMS dichiarava lo stato di pandemia esprimeva anche le sue preoccupazioni sulla capacità dei sistemi sanitari mondiali di reggere l’urto. A tal proposito i numeri sono impietosi e testimoniano che il sistema sanitario e di prevenzione mondiale non era adeguato. Ecco perché dobbiamo parlare a tutti gli effetti di una crisi del capitalismo mondiale. Il peggior momento della crisi sanitaria e conseguentemente della crisi economica non è affatto, con tutta probabilità, alle nostre spalle vista la recrudescenza dei contagi e il progressivo esaurirsi delle misure di finanziamento che gli Stati hanno adottato per affrontare la crisi economica.
Pesa in maniera decisiva la crisi sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19. Ad oggi sono quasi 30 milioni i contagiati e più di 1 milione i morti. Per questa evenienza si è scomodata la teoria del “cigno nero”. In realtà un altro potente fattore, che ha reso più grave la crisi sanitaria, è stato lo smantellamento pluridecennale dei servizi sanitari e assistenziali, e più in generale dello stato sociale perpetuato generalmente dai governi, principalmente nei paesi imperialisti, dove questi istituiti erano più avanzati.
Infatti, nello stesso momento in cui l’OMS dichiarava lo stato di pandemia esprimeva anche le sue preoccupazioni sulla capacità dei sistemi sanitari mondiali di reggere l’urto.
A tal proposito i numeri sono impietosi e testimoniano che il sistema sanitario e di prevenzione mondiale non era adeguato. Ecco perché dobbiamo parlare a tutti gli effetti di una crisi del capitalismo mondiale.
Il peggior momento della crisi sanitaria e conseguentemente della crisi economica non è affatto, con tutta probabilità, alle nostre spalle vista la recrudescenza dei contagi e il progressivo esaurirsi delle misure di finanziamento che gli Stati hanno adottato per affrontare la crisi economica.
La scure della crisi “Covid-19” si abbatte su un quadro mondiale ancora segnato dalla crisi capitalistica esplosa nel 2007/2008. L’enorme crisi, determinata dalla caduta tendenziale del saggio di profitto e dalla sovrapproduzione di merci e capitale, non era stata risolta prima del virus, e indirettamente, nel tentativo di porre rimedio ad una possibile ulteriore precipitazione recessiva, proprio quella crisi ha continuato ad alimentare una nuova gigantesca bolla finanziaria.
Intanto avanza drammaticamente una altro fronte di crisi che consumerà le risorse mondiali abbattendo le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone: il dissesto ambientale e i degrado climatico.
Il capitalismo sembra avvitarsi in una catena continua di crisi.
Gli effetti della crisi attuale sono contraddittori: a fronte di un esplosivo approfondimento delle contraddizioni sociali, le misure di contenimento del contagio hanno determinato provvedimenti di restrizioni degli assembramenti e delle manifestazioni, per cui le capacità di mobilitazione della classe lavoratrice e dei movimenti sociali ne sono state evidentemente colpite, come sono stati rilanciate ipotesi e progetti di limitazione del diritto di sciopero che però non hanno prodotto effetti concreti, neanche nel contenere le effettive dinamiche di lotta.
Sul lato economico, come è normale nelle crisi capitalistiche, anche in questa, pur avendo un carattere generalizzato e contemporaneo sull’intero quadro mondiale, comporta un enorme movimento di riorganizzazione della produzione capitalistica (dimensioni, concentrazione e tecnologia del capitale produttivo; ridefinizione della composizione della classe operaia industriale e più in generale di tutto il mondo del lavoro subalterno) e nuove gerarchie tra le grandi centrali del capitalismo mondiale.
Oxfam stima infatti che la pandemia frutterà la cifra iperbolica di 109 miliardi di extra-profitti per le 32 multinazionali più grandi del globo. Google, Apple, Amazon, Facebook, i grandi giganti farmaceutici, ad esempio, hanno realizzato, proprio a causa del Covid-19, utili favolosi, quasi interamente distribuiti agli azionisti “arricchendo in gran misura chi è già ricco” mentre il resto dell’umanità sprofonda nella miseria.
Inevitabilmente questo moto dell’economia si ripercuote nelle gerarchie delle potenze imperialiste e ne alimenta le linee di frizione.
LA PANDEMIA ACUISCE LA COMPETIZIONE IMPERIALISTICA TRA USA E CINA
La competizione imperialista su scala mondiale è accentuata dalla nuova crisi. Lo abbiamo scritto nel documento congressuale: Il confronto tra l’imperialismo Usa e il nuovo imperialismo cinese è al centro di questa competizione. È un confronto strategico decisivo per l’egemonia su scala planetaria, che viene appunto rilanciato dall’emergenza e dalla recessione in corso, a partire dal diverso impatto tra questi due poli capitalisti (mentre gli USA prevedono un crollo del Pil superiore al 5-6%, la Cina sta contenendo le perdite e si stima oggi anche un +2% a fine anno. Ciò che significa che pur in un quadro di crisi anche dell’economia cinese, la Cine è l’’unico polo con tassi di crescita positivi in questa recessione: la ripresa di un ampio differenziale economico, su dimensioni ben diverse e che spingerà inevitabilmente ad un confronto più diretto).
L’imperialismo USA cerca di rimontare le posizioni perdute nell’ultimo decennio rilanciando una vera guerra fredda contro la potenza cinese. La linea di scontro con la Cina rappresenta dal 2008 il baricentro della politica estera USA. La lunga stagione di Obama ha avuto questo segno. Il nuovo corso ipernazionalista dell'”America first” l’ha al tempo stesso ereditato e rilanciato con una postura più aggressiva e spregiudicata. La guerra dei dazi dell’ultimo biennio ha la Cina come primo bersaglio. E non si tratta di una competizione commerciale, ma del riflesso commerciale di una competizione globale per l’egemonia sul mondo; una competizione che si gioca senza risparmio di colpi sul terreno dell’industria pesante, delle nuove tecnologie, della spartizione di materie prime e zone di influenza in tutti i continenti, nessuno escluso.
Non a caso proprio negli ultimi mesi si è nuovamente acutizzato lo scontro sulle tecnologie e le piattaforme informatiche, con un ordine esecutivo che mette al bando diverse app nel quadro di una nuova politica di clean network (software, operatori, app store e cavi devono eliminare Huawei, Alibaba, WeChat e China Mobile: di fatto il tentativo di sviluppare una divergenza tra blocchi commerciali di riferimento e relative piattaforme digitali alternative).
Gli USA marciano verso una nuova guerra fredda contro la Cina. Entrambe le potenze misurano, nel reciproco confronto, le proprie forze e le proprie capacità egemoniche, vecchie e nuove.
La Cina ha rapidamente avviato provvedimenti drastici per superare il trauma dell’epidemia in casa propria cercando di capitalizzare le difficoltà dell’amministrazione americana ( il disastro acclarato di Trump riguardo la gestione dell’epidemia) e le sue contraddizioni con gli imperialismi europei: da qui una politica internazionale degli aiuti sanitari proiettata in particolare verso l’Europa per allargare le proprie relazioni politico-diplomatiche, espandere la Nuova Via della Seta, indebolire la rendita di posizione americana. Ma l’imperialismo USA contrattacca su tutta la linea a difesa dei propri presidi. Chiama a raccolta i propri alleati della NATO, mobilita la comunità di intelligence dei paesi anglofoni (USA, Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda), denuncia la responsabilità della Cina per aver causato l’innesco della pandemia e averla nascosta al mondo. E arriva sino a ventilare atti diplomatici estremi, come la richiesta alla Cina di una riparazione economica per i danni subiti o addirittura la(improbabile) minaccia di non pagare alla Cina gli interessi sul debito americano che Pechino in larga parte detiene.
Persino la corsa alle cure e al vaccino anti Coronavirus reca il segno, non tanto della ricerca a beneficio dell’umanità, ma dello spietato confronto tra potenze.
Lo scacchiere del confronto geopolitico si estende a tutto il globo. La Cina il principale detentore del debito pubblico africano, per la cifra di 145 miliardi di dollari. E cinesi sono i tassi di interesse più alti di un continente, l’Africa, oggi minacciato dalla pandemia e colpito dalla recessione, la prima in un quarto di secolo. Il debito pubblico degli stati africani verso i paesi imperialisti ammonta complessivamente a 540 miliardi di dollari. Una cifra stratosferica per il continente, tanto più considerando gli altissimi tassi d’interesse sul debito, sino al 15%. Il grosso delle risorse oggi spese dagli stati africani è riservato al pagamento del debito e dei relativi interessi: ciò che falcidia gli investimenti sociali in sanità, istruzione, servizi. Se la pandemia minaccia un macello in Africa è anche per le conseguenze sociali della politica di rapina degli imperialismi.
L’espansione cinese investe l’Asia, l’Africa, l’Europa, l’America Latina. L’obiettivo è inserirsi negli spazi liberati dal relativo declino americano e dal corso “bilateralista” dell’amministrazione Trump per ampliare la presenza strategica cinese sia nel rapporto di dominio verso paesi dipendenti sia sul piano delle relazioni inter-imperialiste.
Tutti gli elementi di osservazione attuale confermano il quadro analizzato dal nostro ultimo Congresso: Il nuovo corso di Trump mira all’azione di contenimento strategico della Cina attraverso una riorganizzazione strategica dell’impostazione Usa: recupero delle alleanze tradizionali e centrali della politica internazionale Usa in Medio Oriente (è di questi giorni la firma dell’accordo di pace tra Israele, e Stati Arabi a tutto danno delle aspirazioni del popolo palestinese), unita all’alleggerimento dei costi esorbitanti della presenza Usa in scenari minori (Afghanistan), o periferici (Libia) o considerati perduti (Siria, a vantaggio di Russia); disarticolazione delle vecchie politiche e strutture sovranazionali della politica mondiale (cancellazione degli accordi di libero scambio in Asia, disdetta degli accordi internazionali sulle politiche ambientali, disdetta degli accordi sull’armamento nucleare, etc.), nel nome di una politica nazionalista di grande potenza che si affida ai rapporti bilaterali con le altre potenze imperialiste o paesi dipendenti per meglio valorizzare la superiorità (economica e militare) degli Usa; concentrazione del grosso della politica estera nel contrasto della potenza cinese, sul terreno commerciale (guerra dei dazi) e soprattutto nel campo delle nuove tecnologie.
Le relazioni tra l’imperialismo USA e gli imperialismi europei non sono rimaste immuni alla nuova direzione Trump: ripartizione delle spese Nato, dazi punitivi sulle esportazioni europee, incoraggiamento del “sovranismo” sono i principali segni di una politica, da parte dell’amministrazione americana, che sembra puntare alla disarticolazione della UE, al costo di provocare la crisi strategica dell’Occidente.
IL TRAMONTO POSSIBILE DELL’ERA TRUMP: CORONAVIRUS E MOBILITAZIONI ANTIRAZZISTE DI MASSA
Il confronto tra USA e Cina rimane il crinale decisivo dello sviluppo delle future contraddizioni inter-imperialistiche. Tuttavia, la strategia Trump potrebbe essere al capolinea.
Alla vigilia delle elezioni presidenziali americane Trump si trova in grave difficoltà. La gestione disastrosa della pandemia, con i suoi 7 milioni di contagiati e 200.000 morti ad oggi, il crollo economico, le file interminabili per i sussidi di disoccupazione hanno minato il suo consenso popolare. Beninteso, il re è ferito ma non ancora sconfitto: il blocco sociale che lo sostiene e che va da settori del grande capitalismo americano interessati alle sua politica estera aggressiva, a settori di media e piccola borghesia che hanno goduto di una fase di relativa ripresa economica durante la sua presidenza, e perfino pezzi di classe lavoratrice salvaguardati temporaneamente dalla disoccupazione, non è scomparso e potrebbe ancora rimontare e vincere le prossime elezioni. Tuttavia, è concreta la possibilità di un cambio al vertice di un paese in cui la pandemia ha fatto emergere le grandi sacche di povertà ed ha esacerbato le disuguaglianze sociali.
Più di tutto, però, a squassare i sogni di Trump è l’emergere nei mesi estivi di un potente fenomeno sociale: l’imponente movimento di rivolta antirazzista esploso in seguito all’ennesima uccisione arbitraria da parte della polizia di un cittadino afroamericano.
Questo movimento sconvolge proprio il terreno su cui Trump ha investito sin dall’inizio: la divisione razziale per capitalizzare il consenso bianco e dividere la classe operaia americana.
La congiunzione della crisi sanitaria e di quella economica ha accumulato il combustibile che le uccisioni e le prevaricazioni poliziesche ai danni soprattutto del proletariato afroamericano hanno incendiato da una costa all’altra degli USA.
Il movimento Black Lives Matter, da anni impegnato nel denunciare il razzismo delle istituzioni americane a cominciare dagli organi di polizia, e a scontrarsi con il suprematismo bianco, che connota una parte importante della destra che sostiene Trump, si è trovato alla guida di imponenti manifestazioni dietro la bandiera dell’antirazzismo. Queste mobilitazioni e i loro rivoli moltiplicantesi si sono scontrati inevitabilmente con la polizia e con i suprematisti armati che hanno mietuto diverse vittime tra i manifestanti, dopo l’uccisione di George Floyd e di altri inermi cittadini.
Tuttavia, pur il connotato principale di queste mobilitazioni sono la lotta per i diritti civili e contro le discriminazioni degli afroamericani e delle altre minoranze etniche, sia le modalità radicali di scontro (assalto a comandi di polizia, saccheggi, difesa armata) che la partecipazione di settori di proletariato bianco, politicizzato (gli Antifa) o meno, costituiscono un fatto nuovo rispetto al recente passato.
Tra le città che hanno visto le ribellioni di massa più imponenti, vi sono certamente quelle come New York, Atlanta, Chicago, Philadelphia o Baltimora dove esiste una tradizione di lotta della comunità afroamericana, spesso trasversale alle classi; ma vi sono anche città come Minneapolis, Seattle, Portland e Kenosha dove la ribellione è stato soprattutto sorretta dalla componente bianca e interrazziale del proletariato. Oggi la rivolta ha tutti i colori: afroamericani, bianchi, ispanici, in larghissima maggioranza giovani, in buona parte donne. È la rivolta del popolo della sinistra americano, quello forgiatosi in Occupy Wall Streets poi sviluppatosi contro il trumpismo.
Neanche la classe lavoratrice organizzata è stata del tutto assente dalle mobilitazioni.
Lo sciopero generale del 12 giugno a Seattle ha visto la partecipazione di studenti e lavoratori con una marcia di protesta di almeno 60.000 persone, nella quale le rivendicazioni anticapitaliste erano chiarissime, come quelle per la difesa di posti di lavoro in tutta l’area industriale e contro la pesante realtà della disoccupazione.
Anche lo sciopero generale lanciato in diversi stati per il Juneteenth – 19 giugno, storica data dell’abolizione della schiavitù –avuto una riuscita sbalorditiva. Uno dei maggiori scioperi del Juneteenth è stato indetto dall’International Longshore and Warehouse Union (ILWU), che ha bloccato il lavoro per otto ore in tutti i 29 porti lungo la costa occidentale degli Stati Uniti. Come tutti gli scioperi generali indetti da BLM, coinvolgono i lavoratori di qualsiasi etnia.
Oggi, l’altro grande partito della borghesia americana, il Partito Democratico, compresa la sua cosiddetta ala “socialista” (Sanders), cercano di riportare all’“ovile” di una normale transizione presidenziale la rivolta dei mesi estivi, ma intanto un potenziale movimento di massa interraziale del proletariato e potenzialmente della classe lavoratrice ha avviato i suoi passi negli USA.
L’UE NEL GORGO DEL COVID-19: IL RECOVERY FUND
La pandemia ha avuto un risvolto drammatico in Europa. I sistemi sanitari di paesi imperialisti come Italia, Spagna e Francia sono collassati. Migliaia sono stati i decessi per mancanza di cure adeguate. Anche qui il costo economico è pesantissimo: si stima un crollo di circa il -9% del PIL dell’eurozona.
I provvedimenti emessi in questi mesi per affrontare il dissesto economico, per tipologia e imponenza confermano ancora una volta la centralità della tenuta dell’Unione Europea e la sua costruzione nell’interesse delle diverse potenze imperialiste europee.
L’Unione Europea è infatti bloccata, oramai da vent’anni, in un contradditorio e incompiuto tentativo di sviluppo federale, segnato dalla debolezza di un capitale continentale a fronte dei suoi diversi poli imperialisti, dall’assenza di una comune politica fiscale e di un reale unificazione dei capitali, da istituzioni fragili e deboli, dallo sviluppo con la crisi da evidenti spinte centrifughe (dalla Brexit alla mitteleuropa). Nel contempo, proprio la crisi e la competizione internazionale, sottolinea la necessità della formazione di un blocco continentale, per contrapporsi agli altri imperialismi dominanti. La UE quindi barcolla, come nel 2008/09, ma come nel 2012 (Draghi e BCE), ha trovato anche in quest’occasione gli equilibri per una risposta
La più grande crisi capitalistica del dopoguerra ha spinto cioè gli imperialismi europei a una parziale gestione comune del debito pubblico, con l’emissione di titoli continentali coperti dal bilancio comunitario. Un fatto nuovo. I famosi Eurobond, a lungo evocati da ambienti borghesi liberali e riformisti, hanno visto di fatto la luce.
Il valore complessivo dei titoli previsti, secondo i diversi programmi previsti (Sure, Bei, Recovery Fund), corrisponde a una cifra imponente. Superiore in termini di incidenza percentuale sul Pil europeo del piano Marshall del 1948/1951 (ben il 5% del Pil continentale). La spartizione della somma ricavata dalla loro collocazione sul mercato è direttamente proporzionale all’impatto della crisi sulle diverse economie nazionali. Italia, Spagna, Francia, sono dunque le prime beneficiarie.
Il significato politico dell’accordo è chiaro: il capitalismo tedesco ha accettato quella soluzione di parziale mutualizzazione del debito (futuro) che aveva rigorosamente respinto come impossibile per decenni. Lo ha fatto per timore che il crollo di Italia e Spagna potesse trascinare in rovina l’economia tedesca, profondamente integrata con quella italiana a partire dal settore centrale dell’auto motive, e precipitare così la disgregazione del mercato europeo. Inoltre, ha sicuramente giocato un ruolo centrale l’asse della Germania con la Francia, di cui Berlino non può privarsi.
Questo non vuol dire che sia stata tracciata la strada verso un futuro federale della UE. Piuttosto si tratta di un esercizio di equilibrismo. Il complesso meccanismo previsto, per quanto non preveda il diritto di veto, garantisce gli interessi dei vari Stati capitalisti, dentro un faticoso equilibrio, fonte di possibili contenziosi.
Le illusioni non sono consentite. L’intera operazione del Recovery Fund, come quella di Sure e Bei, è a debito. Un debito che verrà inevitabilmente caricato sulle spalle delle lavoratrici e lavoratori salariati o attraverso un sovraccarico della fiscalità generale che grava in grandissima parte sulle loro spalle o, ma non necessariamente in alternativa, tagliando le spese sociali a danno prevalentemente della popolazione povera.
Ma a chi andranno concretamente questi fondi? In buona misura a imprese e banche, colpite dalla recessione. Gli stati nazionali hanno già varato per proprio conto grandi operazioni di finanziamento dei capitalisti attraverso l’apposizione di garanzie pubbliche al credito bancario. Ora il Recovery Fund interviene sullo stesso tracciato, sotto forma del “sostegno alla competitività delle imprese” e della “sostenibilità del credito”. La novità è che parte di questa elargizione non dovrà essere rimborsata. Si tratta di regalia pura, senza accrescimento del debito pubblico. Peraltro, già il solo annuncio della nuova pioggia di miliardi in arrivo ha coperto una ulteriore detassazione dei capitali (ne siano esempio, il taglio dell’IRAP in Italia, il nuovo patto della Moncloa in Spagna le regalie fiscali disposti da Macron per i profitti accolti entusiasticamente dal al Medef. La Confindustria francese).
È il tratto comune di Italia, Francia e Spagna, come comune è anche l’attacco delle associazioni padronali contro salari, diritti, orario di lavoro e contratti nazionali
Le misure di questi mesi non attenuano le contraddizioni della costruzione europea. A questo proposito rimane valida l’analisi svolta dal nostro ultimo congresso. L’Unione Europea resta inevitabilmente l’Unione di imperialismi nazionali, impossibilitati a una fusione organica proprio per il loro sviluppo imperialistico, la diversità dei propri interessi statali e aree di influenza, l’aperta concorrenza tra di essi sul mercato europeo e mondiale.
Tanto più che la crisi attuale insiste su una architettura resa già fragile dalla dinamica di nuova precipitazione della crisi precedente, la Grande crisi, in cui evidenziavamo il persistere della sua struttura da tardo capitalismo, con un nucleo produttivo mitteleuropeo centrato sulle esportazioni industriali, e il carattere frammentato ed incompiuto infrastruttura politica, incapace di dare un’asse stabile al continente.
Segnalavamo già, in epoca pre-Covid, il crollo della crescita industriale tedesca e permanere di evidenti “friabilità” e squilibri finanziari, l’incapacità di sostenere attraverso spesa pubblica e politiche strutturali di integrazione lo sviluppo di un capitale continentale. Questa situazione riceve oggi una conferma su un piano drammaticamente aggravato dall’epidemia e dal crollo economico.
La tesi del carattere profondamente contradditorio della costruzione della UE ha avuto una dimostrazione plastica in paesi dell’area mediterranea di antica influenza da parte di potenze imperialiste europee e terreno di un contenzioso attuale. È il caso della Libia dove si confrontano i tradizionali interessi italiani (Eni), che sorreggono una soluzione politica incentrata sul governo Serraj e sulla sua possibile transizione politica, e gli interessi francesi (Total) che attraverso un sostegno più o meno nascosto all’antagonista (Haftar) cercano di subentrare all’influenza italiana. E in cui oggi si inseriscono inaspettatamente altee potenze mediterranee, con le nuove basi militari turche a Misurata.
D’altra parte, le spinte nazionalistiche o sovraniste ricevono addirittura un potente, anche se contraddittorio, impulso nel corso della crisi sanitaria, usata a pretesto da Orban per varare lo stato di emergenza e consolidare il suo regime autoritario in Ungheria.
In definitiva il quadro generale della situazione politica all’interno della UE rimane composito e attraversato da tendenze contradittorie: la stessa crisi epidemica da un lato fa emergere prepotentemente la necessità di una risposta concordata tra gli imperialismi europei e pone, seppur molto spesso in modo distorto, la questione sociale al centro del dibattito pubblico e istituzionale ( i recenti accenni della presidente della Commissione Europea Von der Layen a proposito di sanità e salario minimo ne sono un riflesso); dall’altra accentua le frizioni tra gli stessi e sospinge la costruzione di regimi populisti reazionari sempre più refrattari al quadro di compatibilità europeo. Le mobilitazioni che in Francia avevano segnato profondamente il panorama sociale negli anni 2016-2019 hanno subito un freno anche a causa delle misure di contenimento dell’epidemia; d’altra parte crisi sanitaria, chiusura delle scuole e licenziamenti di massa risaltano nel complesso la questione sociale in tutto il continente e tolgono argomenti alla retorica populista reazionaria incentrata sugli interessi nazionali, le campagne xenofobe contro i migranti e la casta del “politici”.
IL VIRUS LE MISURE DI EMERGENZA E LA BRACI ACCESE DI NUOVI CONFLITTI NEL MONDO
La pandemia esplosa ne primi mesi del 2020 ha sconvolto l’agenda politica mondiale e lo sviluppo dei conflitti sociali alle più diverse latitudini. Gli stati hanno varato interventi economici di dimensioni impensabili prima del virus. Questi interventi sono divenuti necessari per sostenere il profitto capitalistico reso asfittico dai provvedimenti sanitari restrittivi (lockdown). Questo sforzo non ha però messo la sordina ai conflitti inter-imperialistici e all’esplosività dello contraddizioni sociali.
Al contrario: la corsa a sostenere il proprio imperialismo investe le relazioni tra potenze, come abbiamo visto per la competizione USA-CINA, ma lo stesso si può dire de confronto tra imperialismi americano ed europei con la Russia. La recente esplosione popolare che ha attraversato la Bielorussia dopo le elezioni vinte dal presidente/dittatore Lukashenko interviene sul crinale delle relazioni tra le potenze imperialiste europee (soprattutto la Germani) e quella americana con la Russia e indirettamente con la Cina. Infatti, è l’imperialismo cinese quello che ha un maggior interesse nella conservazione del regime di Lukashenko. Non è un caso che la Bielorussia costituisca lungo la nuova Via della Seta uno dei punti cardinali, tanto da essere definita da Xi Jinping come “la perla della Nuova Via della Seta”. La direzione liberale delle opposizioni politiche al governo di Lukashenko chiede soccorso alla UE e agli USA, ossia un cambio di alleanze da un imperialismo all’altro. Allo stesso tempo dobbiamo però rilevare il ruolo importante che sta avendo la classe operaia bielorussa. Gli operai delle principali aziende metallurgiche e metalmeccaniche del paese, come la Byelorussian Steel Works), la Belarusian Automobile Plantz (BelAZ), la Minsk Tractor Works (MTZ9) e la Minsk Automobile Plant (MAZ) hanno dato inizio ad una serie di scioperi in buona parte delle aziende, che si sono estesi infatti anche ad altri settori produttivi, come ad esempio alle industrie della ceramica, dell’elettronica e delle componenti automobilistiche. Alla Belaruskalja, una fabbrica di fertilizzanti tra le più importanti al mondo, per giorni tutti 16000 lavoratori sono stati in sciopero guidati da un comitato operaio nato dal basso. Le loro rivendicazioni non si limitano a chiedere un cambio democratico del regime, ma oltre ai diritti democratici e alla fine delle persecuzioni poliziesche chiedono divieto di privatizzazione delle imprese, la conservazione dei posti di lavoro, cancellazione del sistema dei contratti a termine, cancellazione della riforma delle pensioni e sindacati indipendenti (i loro e non quelli del regime).
Il Medioriente è attraversato da accentuate tendenze al rapido cambiamento degli equilibri geopolitici.
In Turchia il regime di Erdogan cerca di rafforzarsi soprattutto con una proiezione internazionale aggressiva, ammantata di ambizioni neo-ottomane e candidata alla guida del mondo musulmano, contendendo agli imperialismi italiano, francese e Russo, nonché alle monarchie arabe, l’egemonia sulla transizione libica e innalzando il proprio prezzo per il contenimento dei flussi migratori verso l’Europa, fino a sfiorare lo scontro ai confini con la Grecia.
Lo sciovinismo del regime di Erdogan, che sostiene gli azeri, esercita la propria influenza anche sul recentissimo riesplodere del conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaijan, in competizione con la Russia che sostiene gli armeni.
La rivolta popolare in Libano, rinfocolata dalla terribile esplosione di Beirut, con il suo carattere aconfessionale da un lato ha raccolto la nuova spinta della seconda fase delle rivoluzione arabe e medio-orientali (Algeria, Iraq, Sudan), a partire dalle loro rivendicazioni democratiche. Dall’altro, si è rivolta contro l’insieme della classe dirigente libanese in tutte le sue espressioni politiche e istituzionali, quale responsabile del crollo del paese. I protagonisti della ribellione sono i giovani e le donne, non a caso. Questi con l’assalto ai palazzi del potere agosto, l’occupazione e devastazione della sede associativa delle banche, hanno espresso la radicale volontà di rottura con la propria classe dominante.
L’imperialismo, soprattutto quello francese, cerca di sfruttare la situazione promettendo aiuti in cambio di controriforme economiche risolutrici che comportino un drastico taglio delle spese sociali per rendere solvibile il Libano presso il capitale finanziario, anche francese. Ma non può essere l’imperialismo a salvare il Libano. I cosiddetti aiuti dell’imperialismo servono solo a garantire laute commesse per la ricostruzione e a pagare gli strozzini del capitale finanziario. Il carattere obbiettivo di questa situazione continuerà ad alimentate l’instabilità sociale e le possibilità di ribellione.
L’Egitto, al grido di “Arrabbiati egiziano” potrebbe vedere l’esplodere di un nuovo focolaio di ribellione di massa, mai effettivamente sopita contro il regime sanguinario di Al Sisi. Le ragioni immediate sono le scriteriate politiche abitative contrassegnate da gravissimi fenomeni di corruzione (abbattimento delle abitazioni ritenute abusive salvo costi di ristrutturazioni insostenibili per la popolazione povera), ma altri fattori influiscono su questa nuova possibile mobilitazione, come la chiusura di fabbriche (come nella provincia di Giza), l’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi di base, i fenomeni di repressione da parte delle forze di sicurezza (con il largo uso della tortura), la “nazionalizzazione” della vita politica e il controllo dei media, megafono della sola voce del presidente golpista. Si sovrappongono cioè ragioni di natura democratica con quelle attinenti alle condizioni sociali dei lavoratori egiziani e delle classi popolari, sotto la frusta della crisi economica.
Intanto procede spedita la strategia trumpiana di consolidamento delle alleanze tradizionali con Israele e Arabia Saudita arrivando fino a all’accordo di” pace” tra le petromonarchie e lo stato ebraico che schiaffeggia i governi corrotti e opportunisti di Cisgiordania e Gaza e grava duramente sulla lotta del popolo palestinese per la propria autodeterminazione.
L’America Latina continua ad essere attraversata da processi politici di caratteristica divergente, se non antitetica, la cui soluzione è passibile di pronostici anche opposti. La crisi dei regimi nazionalisti borghesi continua, come testimoniato dalla repentina caduta di Morales in Bolivia. Ma la tendenza ad uno spostamento a destra dell’asse politico continentale incontra non poche difficoltà. La crisi di consenso investe infatti in pieno Bolsonaro e la sua disastrosa gestione dell’epidemia da coronavirus in Brasile, mentre non si sono ancora spenti gli echi della clamorosa rivolta di massa in Cile contro il presidente Pinera. Nella stessa Bolivia stenta a consolidarsi la destra al governo.
IL VIRUS COME POSSIBILE ED ENORME ACCELERATORE DI CAMBIAMENTI NELLO SCENARIO MONDIALE
Il nostro ultimo congresso registrava come lo scenario mondiale conoscesse, a fronte di una tendenza reazionaria prevalente, il permanere di un quadro di profonda instabilità. Il virus non fa che accentuare tale dicotomia, rendendo parossistiche le sue contraddizioni.
Il precipitare drammatico della crisi economica mondiale non può che restringere ulteriormente le basi materiali di una stabilizzazione reazionaria durevole. Ovunque si depositano e si accumulano le fascine di possibili esplosioni sociali, sia che queste siano innescate da lotte economiche sia che muovano da un versante politico e democratico. Il grande movimento ambientalista del 2019 sembra essersi assopito sotto la coltre dell’emergenza sanitaria, ma il fuoco che divampa in questi giorni in tutta la California ci ricorda l’impellente tragedia della catastrofe ambientale che molto probabilmente porterà le masse, a partire da quelle giovanili, a riempire ancora le strade del mondo.
L’accentuarsi obbiettivo dell’instabilità mondiale, lungi dall’essere determinata esclusivamente da un’unica e incontrovertibile tendenza, conferma la persistenza di pronostici e prospettive alternative tra loro: l’alternativa di prospettiva storica tra rivoluzione e reazione trova un proprio riflesso nell’instabilità politica internazionale.
Le numerose esplosioni sociali, avvenute e possibili, in ragione proprio della loro possibile vittoria o altrimenti della disfatta alla coda di direzioni borghesi inconcludenti, pongono sempre più urgentemente l’esigenza della ricostruzione di una coscienza politica indipendente della classe lavoratrice, la ricomposizione della sua avanguardia attorno a partiti rivoluzionari leninisti, la battaglia per una egemonia rivoluzionaria nella classe e innanzitutto nella sua avanguardia, quale compito centrale dei marxisti rivoluzionari e di una Quarta Internazionale rifondata.
Comitato Centrale PCL
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