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Liberarsi degli anziani o del CAPITALISMO?

Il Covid ha messo in luce, una volta di più, la barbarie del sistema capitalistico crudamente sintetizzata dalle recenti parole del governatore ligure a proposito dei soggetti sociali non produttivi. Caduta la maschera del “politicamente corretto”, Toti ha espresso tutto il cinismo di questo sistema per il quale natura e vite umane contano solo se, e nella misura che, garantiscono profitti e valorizzazione del Capitale. Solo il superamento di questo sistema da parte dei lavoratori può consentire di evitare la catastrofe sociale e umanitaria.

Gli improduttivi ai tempi del Covid e del Capitalismo

Diversi studi antropologici riportano casi non infrequenti, presso antiche popolazioni, di sacrifici umani per ingraziarsi il favore degli Dei quando siccità o altre calamità naturali mettevano in pericolo la sopravvivenza delle loro comunità.

Per quanto in qualche modo e misura riconducibili a una primitiva “Ragion di Stato”, quelle pratiche ci appaiono oggi soluzioni barbare e aberranti, lontanissime dalle nostre attuali (presunte) acquisizioni di civiltà.

Invece, anche nel nostro mondo, dominato dall’individualismo autoreferenziale, il pericolo incombente annulla quella distanza e fa (ri)emergere istinti di autoconservazione che richiedono nuove vittime sacrificali in cambio della salvezza del sistema.

E se le categorie dominanti, materiali e mentali, di questo mondo sono l’Economia assolutizzata, la produzione e il PIL, non solo appare lecito, nella percezione comune, aggredire la natura sino al punto da distruggere l’ecosistema (producendo quella promiscuità con le specie animali che ha favorito il salto di specie dei virus pandemici), ma appare pur lecito e ovvio individuare nei soggetti sociali improduttivi per ragioni di salute o non più produttivi per motivi anagrafici (i pensionati) la zavorra di cui disfarsi pur di conservare quel mondo.

Questa forma di eutanasia dei “meno adatti”, tristemente messa in atto su larga scala nei campi di sterminio nazisti, è stata in qualche modo recentemente evocata dalle parole di Toti, governatore della Liguria, a proposito degli anziani sacrificabili, nell’attuale crisi sanitaria, perché non indispensabili allo “sforzo produttivo del Paese”.

Parole che hanno suscitato ufficialmente la riprovazione di buona parte del mondo politico della cui sincerità è però legittimo dubitare.

Il torto di Toti, infatti, è stato quello di aver espresso senza infingimenti, al di là del “politicamente corretto”, il cinismo, l’aberrazione disumana e la natura darwiniana di una civiltà fondata essenzialmente sull’utilità economica, sul profitto e sulle diseguaglianze.

Al pari della proposta di altri governatori di Regione tesa a confinare in casa gli anziani – ipocritamente per proteggerli mentre in realtà offerti quale merce di scambio per evitare la chiusura di altri settori maggiormente responsabili della propagazione e dell’esplosione dei contagi (trasporti e logistica su tutti) – il pensiero di Toti esprime con crudezza il mantra utilitaristico del capitalismo, unanimemente condiviso dall’establishment, per il quale tutti gli elementi della natura, vite umane comprese, vanno prima sfruttate e consumate per la valorizzazione dei profitti privati e poi, una volta a quello scopo inutilizzabili, mandati al macero come scarti ingombranti, fastidiosi e magari costosi.

La strumentalità dello scopo “protettivo” di quella proposta risulta d’altronde evidente quando si consideri che l’anziano confinato nelle mura domestiche può essere facilmente contagiato da conviventi più giovani a loro volta, e più facilmente, infettatisi sui posti di lavoro; ed è allo stesso modo evidente come la stessa proposta esprima l’insofferenza del sistema economico per un Welfare considerato troppo costoso nella competizione mondiale, per questo negli anni indebolito e, per buona parte, surrogato proprio da quegli anziani che aiutano figli e nipoti per la carenza di redditi e di asili nido.

SALUTE E LAVORO: UNA CONTRADDIZIONE INSANABILE NEL CAPITALISMO

Mentre Il Covid ci costringe a portare le maschere, nello stesso tempo, strappa la maschera al Capitalismo, ne mostra la faccia più brutale, ne disvela la barbarie spinta alle estreme conseguenze, ne porta in superficie tutte le contraddizioni.

E, soprattutto, evidenzia quello che fino ad oggi si è cercato di nascondere sotto la luce accecante di un consumismo esasperato ma spesso solo ambito e sognato; mostra con palmare evidenza che l’ossequio alle leggi sacre di quel sistema non è conciliabile con la salute e la vita stessa; la pandemia, in definitiva, porta alla luce e fa esplodere la contraddizione tra salute e produzione, dicotomia insanabile nel sistema capitalistico.

Il progressivo depauperamento della Sanità Pubblica, la mancata produzione – perché economicamente non remunerativa – di strumenti di protezione contro un’epidemia annunciata, la privatizzazione di buona parte del Sistema Sanitario, la distruzione dell’assistenza territoriale, per non parlare dell’IlVA o del TAP, delle discoteche e delle varie attività aperte per “convivere con il virus”, l’insufficienza delle risorse pubbliche per comporre e tutelare i mille interessi contrapposti rappresentano altrettanti indicatori di quell’incompatibilità.

E, in fondo, lo stesso negazionismo costituisce un sintomo dell’impossibilità per il capitalismo di risolvere il conflitto tra salute ed economia; a ben vedere, infatti, il negazionismo nasce e si sviluppa a partire dall’interiorizzazione/assunzione, nei comportamenti sociali, dei modelli propri della dinamiche di un Sistema insofferente a ogni regola e briglia.

La “libertà” reclamata dai negazionisti è la stessa “libertà”, priva di vincoli sociali, pretesa e praticata dal mondo imprenditoriale; la stessa libertà alla quale la Politica ha delegato la convivenza con il virus.

L’impossibilità di conciliare la salute (e la natura) con la produzione ed il lavoro non è, pertanto, un dato naturale, un destino ineluttabile ma una condizione inscritta in uno specifico sistema economico-sociale, storicamente determinato.

ANDARE OLTRE (VERSO IL SOCIALISMO)

Violando le intangibili (?) leggi di mercato, quindi attraverso una generale e globale redistribuzione di ricchezza, senza trascurare una forte riduzione delle spese militari che sostengono il sub-imperialismo nazionale, sarebbe infatti possibile reperire, senza debito, tutte le risorse economiche necessarie per la piena ristorazione delle attività soggette agli indispensabili interventi restrittivi.

Considerata l’enorme polarizzazione della ricchezza mondiale, detenuta in grandissima parte dall’1% della popolazione più ricca, sarebbe sufficiente prelevare da questa lo 0,5% per ricavarne cifre doppie rispetto a quanto messo in campo dall’Unione Europea con il Recovery Found.

Da una parte si ristabilirebbe così una maggiore equità sociale, dall’altra si andrebbe a intaccare quell’infima minoranza di popolazione che oggi detiene ricchezze spropositate, quasi sempre frutto di speculazioni finanziarie, di evasioni fiscali e favori di vario tipo da parte degli Stati; ricchezze e capitali accumulati ai danni delle collettività grazie agli Stati e poi usate per ricattare con prestiti usurai quegli stessi Stati.

Ed è per questo che coltivare l’idea di un mondo diverso, più giusto, solidale e più sinceramente democratico, agire per una reale alternativa (SOCIALISTA) al Capitalismo appare la sola fiammella, pur se oggi troppo fioca, capace di illuminare il cammino dell’umanità oltre la barbarie e l’abisso sociale.

Massimo Calcarella

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