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RENZI E TURIGLIATTO

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Anno nuovo, estrema sinistra vecchia. Sinistra Anticapitalista (Sa) è indignata. Borghesia e stampa la tirano in ballo. L’attuale crisi del governo Conte richiama alla memoria quella del secondo governo Prodi. Allora fu Mastella a mandare a casa il “Mortadella”. Tuttavia, nell’immaginario di sinistra e della stampa un tanto al chilo, il traditore fu Turigliatto, nume tutelare, oggi come allora, di Sinistra Anticapitalista (allora Sinistra Critica). Perciò i paralleli tra Renzi e Turigliatto si sprecano a tal punto che Sa ha sentito il bisogno di difendere il suo ex Senatore addirittura con una dichiarazione: “Noi e loro”.

Secondo Sa i fatti smentiscono questi paralleli. Renzi è in sostanza preda della sua megalomania e in cerca di rivalsa dopo la sconfitta al referendum. In breve, la crisi di governo è solo figlia dei suoi giochi di potere e dei suoi calcoli politici, per altro non del tutto campati in aria.

Profondamente diverso pare il caso di Turigliatto. Addirittura, per Sa, la differenza sta nell’etica. Ah, che disgrazia le questioni di etica! Gratta gratta e ci trovi sempre il profitto, una morale superiore praticamente mai…

Tuttavia, mentre la stampa borghese descrive Turigliatto tutto sommato per quello che ha fatto, Sa ce lo racconta ancora una volta avvolto nella sua favola preferita: la favola immaginaria di “Turigliatto l’oppositore”.

Se ad esempio per Padellaro del Fatto, Turigliatto ai tempi di Prodi era tra coloro che «a mezzogiorno votavano con la maggioranza mentre all’imbrunire gli manifestavano contro», il che è sostanzialmente vero, solo un po’ generoso (Turigliatto, a quei tempi, di manifestazioni contrarie ne ha fatte pochine, in compenso ha votato 23 volte a favore e per il resto per lo più si è astenuto), nel racconto favoloso di Sa Turigliatto è il paladino degli oppressi e del movimento pacifista, l’unico fedele in parlamento al programma di Rifondazione Comunista.

La spiegazione è un capolavoro di triste comicità. La favola narra che ai tempi di Prodi, ci fu in parlamento un programma di Rifondazione sostenuto praticamente dal solo Turigliatto (e da Cannavò e Malabarba, gli altri rappresentanti di Sinistra Critica), mentre tutto il resto del partito sosteneva il governo. Nella realtà ci fu il programma del centro-sinistra capitanato da Prodi e sostenuto da Rifondazione. La maggioranza di Rifondazione di cui parla Sa, aveva al suo interno varie opposizioni: un’opposizione vera, quella di cui facevamo parte, raccolta attorno a “Progetto Comunista”, e un’opposizione di “Sua Maestà”, quella di cui faceva parte l’allora Sinistra Critica che per centrismo, avendo visto nelle giravolte di Bertinotti chissà quale preludio a svolte rivoluzionarie del partito, finì per sostenere a giorni alterni la sua politica collaborazionista. Nel comunicato Turigliatto appare come un oppositore strenuo alla linea di Bertinotti, ma fu una fedele stampella che lo sostenne praticamente in tutti i momenti decisivi.

Come spesso accade a comunicati di tal fatta, per aggiustare un passato tutt’altro che limpido, si finisce per rimuoverlo. Nel comunicato di Sa sono le politiche, prima di Renzi e poi di Conte, ad aver prodotto il disastro sociale attuale e ad aver aperto la strada alle destre. Il disastro sociale è cioè post-datato. La continuità dei governi Renzi e Conte è indubbia, ma prosegue una linea che all’indietro arriva ben oltre i governi Berlusconi e Prodi, primo e secondo. Fosse stato solo per gli ultimi due governi, Renzi e Conte, la destra di Salvini e Meloni non sarebbe mai arrivata quasi al 40%. Un buon 20%, a occhio e croce, glielo ha regalato il centro-sinistra e chi lo ha sostenuto, non per errore, ma per scelta deliberata e reiterata.

A dispetto di quel che scrive Sa, nel parallelo con Renzi, è Turigliatto a uscire male. Per la stampa borghese sono simili in quanto traditori che mettono a repentaglio il governo, per Sa sono eticamente diversi perché uno al servizio del capitale e l’altro al servizio del proletariato. Per noi che usiamo il criterio di classe le cose non stanno affatto in questa maniera.

Esiste indubbiamente una differenza tecnica importante tra Renzi e Turigliatto: Italia Viva nel governo Conte ha fior di Ministri, Sinistra Critica allora non arrivò a tanto perché non ha mai avuto quel tipo di ambizione, e questo è giusto riconoscerglielo. Tuttavia, per la lotta di classe è un particolare che non riveste importanza decisiva. Per la lotta di classe, decisivo, è appunto a favore di quale classe usi la forza che hai, poca o tanta che sia. Da questo punto di vista, Renzi sarà anche un traditore del Governo Conte, ma l’appoggiava prima in nome del Capitale, lo sfiducia oggi nello stesso nome. Forse qualche padrone può non approvarlo, ma la classe borghese nel suo insieme non potrà mai rinfacciargli un solo capello torto, un solo centesimo, fosse pure di elemosina, regalato al proletariato e prelevato dalle sue tasche. Per la morale borghese, cioè per il suo interesse, Renzi sarà sempre degnissima e fidata persona. Non per niente, all’apice della sua carriera, la borghesia l’ha sostenuto in pompa magna affidandogli il governo del suo stato.

E Turigliatto? Turigliatto di etico non ha nulla. Sosteneva da rappresentante del proletariato il governo Prodi dell’imperialismo italiano, e ha continuato a sostenerlo coi famosi “dodici punti” con cui Prodi si reinsediò dopo il suo “tradimento” (in quella “splendida dozzina” troviamo missioni di guerra in Afghanistan, Tav, tagli alla spesa pubblica, sanità in primis, nonché la consueta sforbiciata alle pensioni che nessun governo di destra, di sinistra o di centro s’è fatto mancare).

Renzi non ha mai tradito la sua classe di riferimento, Turigliatto non solo l’ha fatto spesso, ma non ha nemmeno imparato l’unica cosa che si può imparare anche da un losco figuro come Renzi: stare interamente da una parte sola.

Dal punto di vista di classe – ed ognuno si capisce ha la sua – Renzi è eticamente a posto tanto quanto Turigliatto non lo è. Non c’è niente di etico né di morale, infatti, in chi si fa eleggere in parlamento in difesa del proletariato, per poi spiumare vivi i lavoratori in difesa del capitale.

Il fatto ci appare così immorale e ripugnante perché oltre al danno di ieri, i lavoratori ancora oggi devono sorbirsi la beffa della narrazione tossica che trasforma il Turigliatto di governo, l’unico esistito, nel fantasma del Turigliatto d’opposizione che nessuno ha mai visto.

Che cosa è allora morale per noi? Per noi «è morale soltanto ciò che prepara il rovesciamento totale e definitivo della bestialità capitalista, e nient’altro. La salvezza della rivoluzione: ecco la legge suprema!». [1]

Grazie a Rifondazione, a Turigliatto e a Sinistra Anticapitalista, il rovesciamento rivoluzionario si è allontanato, perché invece di avvicinarlo hanno preferito preparare l’avvento di Berlusconi. E i governi Monti, Renzi, Conte eccetera sono solo le conseguenze che ancora oggi paghiamo.

Non sono, perciò, cose di quindici anni fa, come ci sentiamo ancora oggi ripetere. Purtroppo sono cose talmente attuali e avveniristiche che rischiamo di commentarle anche tra altri quindici anni. Non solo perché alla mistificazione di ieri, segue senza speranza di redenzione la mistificazione di oggi, ma perché la chiusura non lascia spazio a dubbi.

Per cosa si batte oggi Sa dopo l’esperienza non elaborata del governo Prodi? Per «un’alternativa democratica». L’alternativa democratica è il linguaggio fumoso, ipocrita e “stalinoide” con cui il PCI di Berlinguer presentava il compromesso storico. Non male, a poche ore dai cent’anni dalla nascita del PcdI, riciclare il linguaggio dei peggiori traditori della nostra causa.

Il compromesso storico era appunto un’alternativa democratica di un governo di centro-sinistra. Noi non ci battiamo per un’alternativa democratica, ma per un’alternativa rivoluzionaria. La prima, infatti, chiede un «forte intervento dello stato che rilanci la sanità pubblica per affrontare l’epidemia, garantendo a tutti il diritto alla salute, per la difesa della scuola pubblica e dei servizi sociali, per garantire un reddito a tutti quelli che ne sono privi, per garantire l’occupazione attraverso la riduzione dell’orario a parità di salario». La seconda chiede un forte intervento della lotta di classe che strappi allo stato borghese quel che Sa vuol fargli rilanciare. Sembrano cose simili, penserà il militante superficiale, ma sono due cose diverse e fin opposte, così opposte come sono opposti il programma fuori tempo massimo di John Maynard Keynes (ché a quello si riduce il rilancio di Sa) e quello sempre attuale di Karl Marx.

La differenza è abissale. Ed è la differenza che passa tra chi vuole illudere i lavoratori che possano ottenere qualcosa dallo stato borghese, magari con Sa in un futuro governo di centro-sinistra capitanato dal Prodi ter, e chi le illusioni gliele vuole togliere tutte dicendo loro la semplice verità: nessun governo, nemmeno uno di centro-sinistra porterà mai nulla ai lavoratori, perché solo un governo dei lavoratori può farlo. Non un governo qualunque, ma un governo dei lavoratori nato sulle rovine dello stato borghese, e quindi anche sulle macerie delle alternative democratiche dei governi borghesi di centro-sinistra riformista.

Nota

[1] Lev Trotsky: moralisti e sicofanti contro il marxismo (1939).

Lorenzo Mortara

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