Press "Enter" to skip to content

Uno stravolgimento della categoria di «tappismo»

A proposito della guerra russa all’Ucraina, alcuni settori trotskisti hanno deciso di praticare il disfattismo, che in questo caso è pilatismo, dietro l’argomento che, non essendo in corso una guerriglia operaia antigovernativa dentro la guerra di difesa dalla Russia, ai comunisti si impone di non mettere le mani in questa situazione. Perciò il PCL che difende l’Ucraina fa «tappismo» menscevico.

Non che tali settori siano politicamente più rilevanti di noi. Vertiginosamente meno, anzi. Ma, tempo permettendo, non c’è motivo di sottrarci a un confronto teorico nella speranza, l’ultima a morire, che qualcuno possa comprendere e ravvedersi. Anzitutto i bolscevichi non fecero della futura rivoluzione d’Ottobre una precondizione per lo sviluppo della prima rivoluzione, quella di Febbraio. Guidarono la rivoluzione di Febbraio, e poi continuarono il loro lavoro socialista fino alla soppressione del governo borghese che, per le sue posizioni persistentemente imperialiste sulla guerra, non godette di nessun appoggio popolare. Il tappismo non si distingueva dalla rivoluzione permanente perché il primo voleva attraversare il passaggio «repubblicano» e l’altra no. Ma perché il menscevismo voleva fermarsi alla instaurazione della repubblica borghese. E solo successivamente, in là negli anni, nei decenni, nei secoli, conclusa la «tappa» borghese, sarebbe venuta – così predicava – quella socialista. Questa linea si contrapponeva a quella dei bolscevichi i quali ritenevano che, essendo in moto un processo rivoluzionario sociale, nazionale e internazionale, fosse un atto reazionario arrestare, amputare, sbarrare le strade a una rivoluzione che (i fatti lo dimostrarono) era per sua natura protesa al socialismo, scavalcando la fase del dominio borghese. Quindi, chi non accetta il passaggio storico propedeutico al successivo, non fa «come i bolscevichi», i quali assolsero a quel loro primo compito dialettico, senza ovviamente far fronte politico con Kerensky. I bolscevichi condussero la rivoluzione di Febbraio, non la sabotarono, non la disertarono, non vi si opposero. Si opposero alle sue dirigenze borghesi e, con esse, al programma di stroncamento della rivoluzione. È un ragionamento metafisico, quello che ci oppongono certi polemizzatori, antidialettico, ultrasinistro, che ha più del bordighismo che del trotskismo. Un ragionamento che in secondo luogo confonde o mente scientemente quando sottintende che nella difesa della nazione ucraina sia implicita la difesa della sua borghesia di governo. La difesa della nazione, ossia del popolo di una nazione, è interesse assai più del proletariato che della borghesia, tutrice dei suoi soli profitti e svenditrice delle sorti delle masse nazionali alla oppressione partecipata con altri stati e nazioni; bugiarda, dunque, anche sul vero senso di una «sovranità nazionale».

Nessun fronte politico tra il proletariato, Zelensky e i settori di miserabile, corrotta, criminale borghesia ucraina! Altro è il fronte militare, che inevitabilmente si realizza, e il solo che contenga una utilità progressiva per il proletariato ucraino. Putin si caccia e l’Ucraina si difende negli interessi del proletariato! Nella misura in cui anche la borghesia ucraina ed extra-ucraina dovesse giovarne, se la vedrà con la lotta di classe che i comunisti devono continuare a sviluppare in Ucraina, anche a guerra cessata, esattamente come non si cessò la lotta di classe quando Kerensky vinse contro Kornilov. In ultimo, il grande punto di travisamento è non capire che la categoria del «tappismo» ha il suo ecosistema dialettico nel campo della questione rivoluzionaria. Estirpandola da quello, la si snatura e la si riduce a caricatura.

Posta una rivoluzione anticoloniale o anti(semi)feudale come fu quella bolscevica, il rivoluzionario che vuole fermarsi allo stadio della repubblica borghese invece di sviluppare tutto il contenuto di quella rivoluzione verso una repubblica socialista è un «tappista». Come e cosa c’entra un concetto politico, nato e impiegato a servizio di un processo rivoluzionario, con un contesto di mera guerra imperialista ai danni di una nazione povera come oggi l’Ucraina? Nulla. Quale concezione può portare un comunista a dire: «Siccome non abbiamo la certezza che il popolo ucraino faccia il socialismo dopo esser uscito vincitore da questa guerra, che lo soggioghi pure Putin, tanto è lo stesso»? Sicuramente nessuna che abbia a che fare col materialismo dialettico e col marxismo rivoluzionario.

Il bolscevismo difese sempre il diritto di autodecisione e autodeterminazione nazionale, non alla esclusiva condizione metafisica (perché metafisica si rende se i comunisti non lavorano alla sua costruzione materiale) che, subito, immantinente, immediatamente dopo, questo portasse alla rivoluzione socialista. La dialettica dei comunisti rivoluzionari portava a formulare la questione in modo appena più concreto: tu, comunista, difendi sempre quelle organizzazioni di società che consentono un maggior margine di manovra alla lotta di classe che è anzitutto una lotta democratica! Combatti le offensive della borghesia che vogliono peggiorare queste condizioni, renderti più difficile la lotta (e quanto estremamente più difficile la renderebbe il sacco imperialista di Putin)! Va da sé che una nazione che diviene prateria coloniale, i cui cittadini vengono resi sudditi da un imperialismo che ne disarticolerà e riorganizzerà le istituzioni a proprio uso e consumo, conterrà ancor meno elementi di forza per quella lotta rivoluzionaria delle classi subalterne rispetto al quadro di un dominio politico borghese interno. Trotskij lo capiva al punto che tra un imperialismo moderno come quello fascista e l’Etiopia monarchica non si illuse affatto che la borghesia italiana in crisi, spinta all’imperialismo «straccione» appunto dalla sua crisi, dalla sua marcescenza, dalla sua avaria storica, potesse concedere perfino alle regioni più arretrate maggiori possibilità di emancipazione rispetto al dominio di classe interno. E si trattava del regno di sabbia di Hailé Selassié. E non c’era nessuna rivoluzione proletaria e marxista in corso da anteporre alla difesa nazionale (appunto!) dell’Etiopia. Oggi invece tocca assistere a una pletora di sghembi trotskisti che ribattono: «Siccome la rivoluzione socialista non c’è e molto probabilmente non ci sarà, pratichiamo il disfattismo rivoluzionario (che non ha niente di rivoluzionario in questa circostanza), sia quel che sia, una borghesia val un’altra, chi difende l’Ucraina è un patriota! «È inutile dire che respingere il diritto di autodecisione perché da esso deriverebbe la “difesa della patria” è semplicemente ridicolo», Lenin.

Complimenti davvero per la fiducia nella classe operaia che invece si arma e, con la direzione internazionale delle avanguardie che dovrebbero meritare questo nome, potrebbe davvero trascrescere la resistenza in lotta contro la borghesia interna fino alla rivoluzione, viste le infinite contraddizioni che la dilaniano. Purtroppo il grande riflusso trascina con sé anche questi teorici isolati, talora perfino più indietro del proletariato che resta a toccare con mano le sue oppressioni e non manca pertanto di muoversi almeno sugli obiettivi immediati. Così, alla fine della fiera, troviamo la critica non solo destituita di fondamento ma ribaltata: non noi, che sosteniamo il primo passaggio, la cacciata dell’aggressione imperialista, per riservarci le più favorevoli – o meno sfavorevoli – condizioni per il secondo passaggio, la lotta rivoluzionaria, voltiamo le spalle alla rivoluzione; ma chi, al contrario, pretende e pretesta di arrivare magicamente a questo secondo stadio perdendo già al primo. Si evoca qualcosa mentre non solo non ci si impegna per la sua realizzazione, ma ci si muove in senso contrario, delegittimando e rinnegando la resistenza ucraina come «governativa» (e lo è anche, ma non solo!) e noi, sostenitori di questa, come «tappisti».

Siccome però non ci facciamo mancare niente, ci deliziamo anche di alcuni geni rispetto alle quali accuse quella di «tappismo» è una carezza. Presto riassunta la loro posizione: considerato che, Marx dixit, lo Stato borghese va abbattuto, i comunisti, semplicemente, non devono difendere le nazioni aggredite dagli imperialismi, ad eccezione di nazioni semifeudali o coloniali. Mai se si tratta di stati borghesi completamente formati. Chi, come gli «eclettici» (?) trotskisti del PCL, lo fa, è un kautskiano, uno sciovinista, un socialimperialista. Bene. Peccato solo che Marx, e con lui tutto il marxismo rivoluzionario, abbia sempre detto che, sì, lo Stato borghese va distrutto, ma a distruggerlo deve essere la classe operaia, non di certo una potenza borghese più forte! Quisquilie, pinzillàcchere, «arrampicate sugli specchi», queste nostre. In fin dei conti, dalla rivoluzione proletaria internazionale all’allargamento dell’imperialismo post-sovietico più ferocemente anticomunista, cosa accidenti vogliamo che cambi per le sorti dei derelitti del mondo?

Salvo Lo Galbo

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarĂ  pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *