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Il socialismo e la questione militare

Da Engels a Trotsky.

Friedrich Engels è stato a giusto titolo definito il Generale, il Rosso Clausewitz, per le sue analisi e i suoi studi in materia di storia, tattiche, e strategie militari. Si ricorda, sempre a giusto titolo, il peso e l’importanza che il Generale assegnava all’ esercito nello sviluppo sociale ed economico; importanza, tuttavia, che non si limita al passato e al presente, ma guarda ben al di là, nel futuro senza classi. Ed è proprio a questo proposito che la storiografia socialista del secondo dopoguerra si è incagliata. A mala pena, oggigiorno, ci si ricorda del programma rivoluzionario dell’armamento generale del popolo, della Milizia universale ( come esplicata da Lenin ), di una enorme, immensa, gigantesca leva di tutto il popolo atto alle armi, che dovrebbe sostituire l’esercito permanente. Ancor meno, se non per niente, si conosce, o ri-conosce, la natura di un tale esercito; non già per la transizione alla futura società, ma per il socialismo stesso.

Infatti, se già i socialisti utopici avevano trattato delle forze armate nella società socialista, riconoscendo l’imprescindibilità di tale forza sociale per ogni società, a questi eserciti essi avevano assegnato, inoltre, una natura produttiva: erano gli eserciti di lavoro. 1

Questo perché, secondo comunismo, essi concepivano la nuova organizzazione del lavoro nei termini di una generalizzazione, in cui tutto il popolo avrebbe dovuto esser coscritto ai fini produttivi.

Con lo sviluppo successivo del socialismo dall’utopia alla scienza, Engels, insieme al suo amico e inseparabile compagno Karl Marx, non poté esimersi dall’ulteriore sviluppo di questa prospettiva militare.

Nel 1845, intervenendo nella città di Elberfeld ad un incontro di quella che nel frattempo si era affermata come associazione culturale (2), parlò a proposito dell’esercito, e di ciò che esso rappresenta nell’ attuale e nel futuro assetto economico. Concludendo questa parte del suo discorso, dopo aver ricordato come “sarebbe facile”, senza più classi sociali, “addestrare tutta la popolazione abile alle armi”, afferma che:

“Queste enormi masse di forza-lavoro, oggi sottratte dagli eserciti, in una società socialista verrebbero riconsegnate alla produzione;”

Il rivoluzionario parla così della relazione che sussiste tra esercito e lavoro, comparando società capitalista e società senza classi. Ed evidenziando come, nell’ultimo caso, tale rapporto non sarebbe più di natura sottrattiva, bensì di natura aggiuntiva di forza-lavoro: gli eserciti sarebbero, cioè, eserciti di lavoro.

A ben guardare, nonostante gli sforzi di coloro i quali tentano nei modi più disparati di appellarsi alla suddetta orazione in nome di una vera o presunta “estinzione”, se non abolizione, degli eserciti, Engels parla chiaramente dell’esercito dell’avvenire, rovesciando l’attuale rapporto parassitario della milizia sulla forza produttiva.

Così prosegue la sua conclusione sulla questione militare:

“esse non solo produrrebbero tanto quanto il loro consumo, ma anche di più di quanto non sia necessario al loro mantenimento.”

Tre anni dopo, nel 1848, con la pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista, Engels e Marx pubblicano e ripubblicano il programma rivoluzionario già esposto dal primo nei suoi Principi del Comunismo dell’anno precedente. Al punto numero 8 si legge:

“Uguale obbligo di lavoro per tutti. Costituzione di eserciti industriali, in particolare per l’agricoltura.”

A qualcuno, l’espressione “eserciti industriali” potrà ricordare quella attribuita dagli stessi autori (da Marx in particolare) al fenomeno della massificazione e concentrazione di forza-lavoro operata dalla borghesia e dal capitalismo con lo sviluppo dell’industria moderna. Tuttavia, bisogna soffermarsi un attimo e analizzare il testo della consegna programmatica per capire meglio di cosa si stia parlando.

L’“obbligo di lavoro” introduce già una coscrizione della popolazione nella produzione; il termine “costituzione” (Errichtung) dice, poi, che si tratta di una organizzazione pianificata, e non già di un fenomeno accidentale. Da che se ne deduce che gli eserciti industriali in oggetto non siano affatto una denominazione, magari metaforica e/o retorica, per descrivere un particolare processo esistente; tutt’al contrario, essi si riferiscono alla forza militare stessa in ambito industriale, capace di coscrivere, mobilitare, arruolare e addestrare la popolazione nel lavoro. Oltre al semplice fatto che espressioni metaforiche e/o astratte mal si conciliano, eufemisticamente, con programmi politico-socio-economici.

Ma è nello stesso anno, a distanza di un solo mese dalla pubblicazione del Manifesto, che i due rivoluzionari hanno modo di approfondire la questione militare in tre sole righe in cui vengono condensati argomenti di immensa importanza (una sinteticità tipica degli scrittori marxisti, come si vedrà anche più avanti con Trotsky).

Nel marzo del 1848 escono infatti i Forderungen der Kommunistischen Partei in Deutschland, le Rivendicazioni del Partito Comunista in Germania, concepite per i moti rivoluzionari che in quel Paese si stavano sviluppando.

In una ventina di punti programmatici, mettendo insieme rivendicazioni le più piccolo-borghesi con quelle più apertamente socialiste, al punto numero 4 ecco come viene esposto l’Armamento universale del popolo:

“In futuro gli eserciti dovranno essere simultaneamente eserciti di lavoro, di modo che essi non siano più solo consumatori, come in passato, ma producano più di quanto non serva al loro mantenimento.

Ciò sarà un mezzo per l’organizzazione del lavoro.”

A partire dalla seconda subordinata, il periodo riporta in maniera quasi identica il pensiero già espresso dall’autore dei Principi nel suo discorso di Elberfeld. 3

Nonostante l’estrema trasparenza delle parole, dei concetti e delle prospettive che si evince da questa breve ma ricca esposizione, il problema che si pone nei casi come quelli dei Forderungen è più di ordine storiografico e politico.

Infatti, di fronte a simili idee, che creano turbamento nelle coscienze di una sinistra sempre più alienata dalla rivoluzione, la scusante di turno è rappresentata dal rifugio dietro le parole d’ordine della “transizione” e del “carattere piccolo-borghese” di questi programmi.

Come si è già avuto modo di ricordare, gli autori hanno inserito in un unico volantino rivendicativo dei punti che vanno dal più immediato e limitato alla dimensione borghese (ad esempio, la gratuità dell’amministrazione giudiziaria), al più rivoluzionario e, in definitiva, socialista di cui il punto numero 4 è più che rappresentativo.

Il fatto che simili programmi abbiano una portata “transitoria” non autorizza affatto a pensare che siano transitori anche i principi che guidano i singoli punti, per non parlare dei singoli punti essi stessi. È vero esattamente l’opposto: un simile atteggiamento, oltre ad essere anti-dialettico, rappresenta soltanto una eliminazione di una conoscenza e di una analisi approfondite, come in questi casi si richiederebbe, sulle singole rivendicazioni e le loro differenze, talvolta le più estreme, le une dalle altre. In questa maniera, invece di carpire il significato di tali testi e, ad esempio, il ricollegamento tra rivendicazioni di libertà borghesi e la prospettiva della società senza classi, ponendo già nelle rivendicazioni più democratico-liberali la conditio sine qua non del governo della classe lavoratrice e della stessa prospettiva finale del socialismo, si appiattisce il tutto sotto la categoria monolitica della “transizione”, vista più come un comodo opportunismo storico-politico che non per quella che realmente è: un periodo temporale di trasformazione rivoluzionaria.

Con un tale revisionismo politicamente motivato, si ottiene la cancellazione di tutte le differenze pur esistenti tra le rivendicazioni più diverse e distanti tra di loro, in nome di una correttezza politica che è, davvero, la più piccolo-borghese e reazionaria possibile.

Per il resto, questo punto programmatico parla da sé; e non ci sarebbe altro da aggiungere se non che tali consegne dovrebbero scuotere le coscienze socialiste più assopite e, magari, farle tornare ad interrogarsi sul significato del loro ideale.

Engels tornerà ventiquattro anni dopo sull’argomento, quando scriverà a Marx, in una lettera del luglio 1868, che soltanto una società socialista potrà “approcciarsi il più possibile a un sistema di milizia” (4). Il perché di una tale connessione tra socialismo e milizia è facile da intuire: non soltanto l’assenza di classi sociali rende possibile, a tutti gli effetti, armare l’intera popolazione; ma lo stesso obbligo di lavoro richiede per sé un reale esercito produttivo di milizia. Solo una società senza classi può, pertanto, consentire lo sviluppo di quel popolo in armi rivendicato dai rivoluzionari.

Superati Marx ed Engels, e le prime due Internazionali, la questione del nuovo esercito ritorna preponderante nei tumulti della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e della susseguente guerra civile.

Dal Generale, si passa al Generalissimo Lev Davidovich Bronstein, detto Trotsky.

Moltissime sarebbero qui le fonti disponibili per trattare la questione militare. Tra le quali spiccano per la propria peculiarità il Programma sulla Milizia adottato al Nono Congresso del Partito bolscevico, e le tesi sulle forze armate approvate l’anno precedente, nel 1919, alla vigilia dell’Ottavo Congresso, meglio note con il titolo di “La nostra politica sulla creazione dell’esercito”.

Nel 1920, è proprio Trotsky, fondatore dell’Armata rossa degli Operai e dei Contadini, a redigere (chi meglio di lui!) il programma e risoluzione politica sull’esercito da sottoporre al Nono Congresso di quell’anno.

In un elenco di tredici punti, in cui vengono sviscerati tutti gli aspetti salienti dell’organizzazione della futura milizia, dai commissariati militari locali, alla territorialità ed alla congiunzione tra principio territoriale e principio produttivo, il dodicesimo punto tratta del principio dell’obbligo di lavoro:

“L’organizzazione dei quadri della milizia, deputata alla difesa militare della nazione, dovrà adattarsi, nella misura necessaria, all’obbligo del lavoro; essa, cioè, dovrà essere in grado di formare le unità produttive fornendo loro il necessario apparato di istruttori ecc.”

Anche questo articolo programmatico si esprime sufficientemente da solo, senza ulteriori commenti, né spiegazioni. E anche a tal riguardo, risaltano le scusanti di chi utilizza, o sarebbe meglio dire strumentalizza, all’interno della recente storiografia, la contingenza della guerra civile nella Russia sovietista per giustificare dei programmi politici, sociali ed economici che, forse, risulterebbero altrimenti indigesti alla propria coscienza (5). A tal proposito, basta menzionare la differenza che sussiste tra una rivendicazione socialista, come nel caso della milizia industriale, ed una politica di guerra, ancor più nella contingenza di una guerra civile, come nel caso della militarizzazione del lavoro o delle armate di lavoro.

Queste misure, adottate dai bolscevichi nel contesto della guerra civile, pur esprimendo gli stessi principi della milizia e dell’obbligo di lavoro, rappresentavano politiche coercitive derivate dalla guerra stessa nonché dall’ Armata Rossa in quanto esercito permanente. Pur volendo affermare tali principi, queste misure erano dunque influenzate da una situazione contingente e limitata, e furono pensate come misure temporanee che avrebbero dovuto lasciar spazio, in un equilibrio duraturo di pace, ad una transizione verso un esercito di milizia, di guerra (di difesa) e di lavoro. La milizia, come tale, era quindi pensata nei termini di una universalizzazione delle forze armate, che non potrebbe realizzarsi appieno in una guerra civile, né in una società di classi sociali, ma soltanto nella società socialista, come pure più volte ribadito nei congressi bolscevichi.

Ma è nel 1918, appena in seguito ai primi mesi della Rivoluzione, che durante la stesura delle tesi sulle forze armate socialiste il Generalissimo ha modo di approfondire quello che diventerà il dodicesimo punto del Programma sulla Milizia, esprimendo il carattere dell’esercito nella futura società, senza più la presenza né la minaccia delle classi sociali.

Come scrive Trotsky, “la milizia comunista”, succeditrice di quella proletaria, “non è tuttavia l’ultima parola dell’edificazione socialista. L’ultima parola è rappresentata dall’ estinzione dello Stato.” Ed una volta che lo Stato politico avrà ceduto il posto all’amministrazione della produzione, l’esercito “perderà il suo carattere di classe” e diventerà l’esercito dell’ “intera popolazione che, ben equipaggiato e ben armato, sarà il più potente che la Storia abbia mai conosciuto.”

Ciononostante, anche con finalità belliche, “la formazione di questo esercito sarà basata direttamente sulle massive compagnie di lavoro (….), così come il suo mantenimento sarà garantito direttamente dalla produzione socialista (….)” (6). Dunque, un esercito che produce e che viene mantenuto dalla stessa produzione da esso effettuata.

Qui vi è una coerenza letteralmente sconvolgente con l’elaborazione letteraria e oratoria di Engels: a distanza di settantasette anni dal suo intervento a Elberfeld, egli ritrova il suo corrispettivo nel fondatore del più grande esercito rivoluzionario della Storia contemporanea.

In particolare, riguardo la possibilità di conflitti bellici nella società socialista “soltanto contro paesi antisocialisti” (Engels, 1845), Trotsky sembra quasi riprendere l’orazione del suo antenato quando parla del possibile impiego di guerra del futuro esercito contro residuali “Paesi imperialisti” . 7

In seguito alla Rivoluzione bolscevica, ed al suo sovvertimento sanguinario operato dallo stalinismo, non vi saranno più esempi comparabili con una tale maturazione ideale, consapevole e prospettica.

Ma il principio dell’obbligo di lavoro e della relativa milizia continuerà a manifestarsi in tutte le rivoluzioni successive che avranno al loro interno pulsioni socialiste.

Si riproporrà durante la Rivoluzione cinese del 1949; e poi, dieci anni più tardi, in quella Cubana, con la creazione, anni dopo, dell’ Ejercito Juvenil del Trabajo.

E tornerà di nuovo al centro della Rivoluzione burkinabè, capitanata (in tutti i sensi!) da Thomàs Sankarà negli anni ’80. 8

Questa straordinaria coerenza tra i più diversi autori rivoluzionari sul futuro dell’esercito, nonché sulla sua natura produttiva, dovrebbe far riflettere.

Al di là di singoli soggetti, come Che Guevara o lo stesso Sankarà, che, pur rivoluzionari, si sono approcciati al marxismo soltanto in un secondo momento e sotto l’influenza eufemisticamente nefasta della burocrazia (anti)sovietica, e dei rispettivi esempi di regime, non proprio in linea con una trasformazione socialista, il ritorno costante di questi principi, nonché la loro estrema maturazione a partire dai socialisti utopici, passando per Marx, Engels, Lenin (9), Luxemburg (10), Trotsky e altri, testimonia della fondamentale importanza da essi rivestita non solo per il raggiungimento di una economia finalmente liberata dall’oppressione delle classi, ma per la sua stessa esistenza. Sia come società ideale, sia come società realizzata.

L’importanza di una questione cruciale.

Quello dell’armamento universale del popolo non rappresenta un punto cruciale della prospettiva rivoluzionaria soltanto nell’ottica della tattica e della strategia della difesa di guerra della rivoluzione proletaria, nonché per il consolidamento di uno Stato rivoluzionario; esso rappresenta un punto cruciale, soprattutto, per la organizzazione sociale ed economica e per la Rivoluzione in quanto tale.

Rappresenta una pietra miliare di paragone nei confronti del socialismo stesso e della sua diversità rispetto ad altre storie politiche (anarchismo, liberalismo, pacifismo, nonviolenza ecc.) cui pure troppo spesso, nei corsi e ricorsi storici, è stato associato. Un pensiero rivoluzionario è infatti, per definizione, contrario a tutto ciò che lo circonda nell’ambito dell’antagonismo al sistema dominante. Esso è divisivo e discriminatorio per sua stessa natura.

Dall’attitudine verso la milizia e l’obbligo di lavoro si commisura, dunque, il grado di consapevolezza e di coscienza socialista; la quale non può che essere coscienza dialettica. E volendo riassumere la dialettica in una semplice regola, si potrebbe riprendere un dettato che, in taluni casi, è stato insegnato sin dai tempi dell’infanzia nelle scuole materne ed elementari: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Proprio l’idea della trasformazione è ormai divenuta la più estranea al panorama di una sinistra sempre più addentra alle regole di pensiero del sistema vigente, benché in posizione antagonistica.

L’attitudine verso le forze armate, non già come strumento ora reazionario, ma come tali, come organizzazione militare, è divenuta un’attitudine che rispecchia in pieno l’ideologia (dogmatica) del militarismo e dell’imperialismo che, pure, si afferma di combattere. Ritenere, infatti, che le forze militari possano soltanto esistere in quanto entità reazionarie e antiproletarie, nonché guerrafondaie ed altro, ad intransigente supporto del sistema capitalista, rivela quanto sia profondo l’adattamento agli schemi di pensiero dominanti. E rivela, altresì, quanta poca dialettica sia rimasta in determinati movimenti. Ed è pure un errore, poiché una dialettica limitata o anche limitatissima implicherebbe per ciò stesso la sua esistenza. Ma il problema è proprio questo: la dialettica non esiste più.

Volendo rifarsi a celebri citazioni, si potrebbe dire che la rivoluzione, in quanto dialettica, è “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”; mentre oggi, ben al contrario, si è affermato, ancor peggio che in tempi passati, “l’ideale a cui la realtà dovrebbe conformarsi o uno stato di cose che debba essere instaurato”. Si è affermata la concezione (tipica dell’anarchismo) la più ostile nei confronti della dialettica ed il suo diretto ribaltamento; la quale è così riassumibile: tutto si crea, tutto si distrugge, nulla si trasforma.

Essendo l’esercito una società stessa, che riflette i rapporti sociali dominanti, pensare ad un esercito di tipo nuovo significa pensare ad una società di tipo nuovo. E pensare ad un esercito costituito dal popolo in armi e al tempo stesso produttivo, incarna il miglior modo di contrastare, scardinare e smontare tutto l’impianto ideologico militare voluto dall’imperialismo e sul quale si articolano gli stessi movimenti della contestazione antagonista, che ne condividono i presupposti di fondo. Ed incarna, altresì, il miglior modo di prospettare l’alternativa di società in termini reali, capace di porre, realmente, il tema dell’organizzazione, della disciplina e dell’ordinamento della nuova società.

Pensare ad un esercito di tipo nuovo significa pensare ad una società di tipo nuovo. Ma quale?

Nel film del 2017 “Il giovane Karl Marx” vi è una scena nella quale Engels (interpretato da Stefan Konarske) prende la parola al congresso della Lega dei Giusti, che proprio a sua conclusione diventerà la Lega dei Comunisti. Parlando alla platea, egli pone essa una domanda altrettanto cruciale: “Perché siamo qui oggi? Perché stiamo combattendo! E per che cosa stiamo combattendo?” E di fronte alle più svariate risposte da parte dell’uditorio, egli afferma: “Dobbiamo decidere per cosa lottare, per quale società, e dobbiamo deciderlo adesso!”

Lottare per il socialismo non significa lottare per una qualsiasi “alternativa anticapitalista”. Lottare per il socialismo significa combattere per un’ idea assai definita, storicamente e idealmente, nonché programmaticamente, di società. Il socialismo, come tutte le entità, ha maturato la sua esistenza e la sua prospettiva di realizzazione, insieme ai suoi principi e ai suoi valori. E cercare di attribuirlo ad altre entità, farlo passare per e con altri significati, snaturarne il messaggio, ha solo portato al suo definitivo abbandono, e alla conseguente vittoria del capitalismo. E del resto, a ben guardare, tutte le rivoluzioni che si sono susseguite nell’ultima metà di secolo sono state solo parziali, se non letteralmente bloccate, esattamente perché non hanno riposto al centro la questione dell’obbligo di lavoro. 11

Decenni di esperienza della sedicente “contestazione”, dei movimenti che si battono contro un contesto, incapaci di intravedere anche lontanamente il tema dell’organizzazione della società, hanno portato ad ambienti collettivi, sempre più anarchicheggianti, auto-reclusi nella loro identità settaria e sub-culturale. Ad ambienti sempre più alienati dalla società e dalla sua concretezza di vita.

Soprattutto, hanno portato alla rivalsa di vecchi utopismi antisocialisti, con la vittoria di una ideologia dogmatica, che la fa da padrona in tanti movimenti, e il definitivo soverchiamento degli insegnamenti marxisti.

Per questo, riprendere oggi il programma e la prospettiva del socialismo sul lavoro e sull’esercito è di fondamentale importanza per riprendere in mano una concreta possibilità di rivoluzione e di liberazione dell’umanità; per sapere, oggi che la realtà mondiale lo domanda tra guerre, epidemie, cambiamenti climatici e altro, quale società si vuole ottenere. Se la concretezza della società socialista, o un’astrazione di alternativa che non fa altro che lasciare che lo stato di cose presenti rimanga e permanga. E peggiori, per sua stessa natura.

NOTE:

1. Si vedano, a solo titolo esemplificativo, i testi di Saint-Simon, Fourier e Weitling.

2. Associazione “per la promozione operaia”, dichiaratasi come “di cultura popolare” per sfuggire alla censura, formatasi nella località tedesca in seguito ai moti insurrezionali dei tessitori slesiani del 1844. Vi si tennero tre dibattiti sul socialismo per iniziativa di Moses Hess nel febbraio 1845, con la partecipazione di fino a circa duecento intervenuti (Engels a Marx, lettera del 22/02/1845).

3. “Queste enormi masse di forza-lavoro (….) produrranno non solo quanto consumano, ma più di quanto non serva al loro mantenimento” (1845); “ (….) di modo che gli eserciti non siano più solo consumatori (….) ma producano più di quanto non serva al loro mantenimento” (1848).

4. Lettera di Engels a Marx del 16/01/1968.

5. Negli ultimi tempi, vi è stata una vera e propria crociata da una parte di certa letteratura “filosocialista” nei confronti delle consegne rivoluzionarie più radicali. In particolare, da parte di una certa storiografia (Roberto Massari e, meno, Antonio Moscato), si è cercato di dare sempre più un significato contingente e confinato a determinate rivendicazioni, rinchiudendole in circoscritti frangenti storici. Nella fattispecie, si è ritenuto di dover restringere il tema dell’esercito produttivo alla sola esperienza di Trotsky nella guerra civile russa, di fatto riducendolo a mera conseguenza delle necessità belliche nel pensiero trotskiano e minimizzando l’importanza storica e progettuale da esso rappresentata. A questo proposito val la pena di ricordare libri come Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro del 2001 di Marco Revelli, che ben dimostrano l’intenzione di chiudere con la storia rivoluzionaria, etichettando come “orrendi” i principi enunciati dai bolscevichi sulla milizia e l’obbligo di lavoro. Nonché l’intenzione di chiudere con un socialismo “novecentesco”, troppo legato alle sue radici e alle sue mire rivoluzionarie.

6. “L’organizzazione dei quadri della milizia (….) dovrà essere in grado di formare le unità produttive (….) ” (1920); “La formazione di questo esercito sarà basata direttamente sulle massive compagnie di lavoro” (1918).

7. L. D. Trotsky, “La nostra politica sulla creazione dell’esercito”, disponibile anche in Inglese nella sezione Military Writings del Marxist Internet Archive.

8. Si vedano gli articoli e le interviste di Sankarà in merito alla fine dell’ “esercito budgettivoro” e alla “partecipazione” delle “nuove” forze armate alla produzione sociale.

9. Lenin tratta della questione nel 1917, alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre. In particolare, nelle Lettere da lontano e nelle Tesi d’Aprile, nonché in Stato e Rivoluzione al capitolo Le basi economiche dell’estinzione dello Stato.

10. Rosa Luxemburg trattò a più riprese la questione della milizia e dell’obbligo di lavoro socialisti, sebbene rispettivamente in separate sedi testuali.

11. Si pensi alla recente esperienza dell’autonomia curda nel Rojava, che ha riconosciuto nella sua Costituzione il “diritto alla proprietà privata”, eludendo ogni questione di superamento delle classi sociali con una organizzazione universalistica del lavoro, nonché di come la stessa sua propaganda interna si sia spinta al punto di parlare di una “non-rivoluzione”, per dichiararsi estranea al “potere” e al “verticismo”. Nonostante il fatto che godesse di un esercito ben addestrato e disciplinato, anche con un corpo di polizia militare ecc.

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