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Basta passeggiate, sciopero generale!

Le tre innocue manifestazioni programmate da Cgil-Cisl-Uil per il 6-13-20 maggio, rispettivamente a Bologna, Milano e Napoli, e tutte di sabato, sono quanto di più deprimente e umiliante per la classe lavoratrice di questo Paese. Sopratutto se pensiamo a cosa sta succedendo, appena al di là delle Alpi, in Francia e non solo in Francia.

Nessuna lavoratrice e nessun lavoratore si merita un simile disimpegno, nemmeno quelli che si sono illusi e hanno avuto fiducia in Landini, passato dal dire «siamo pronti ad occupare le fabbriche» ad essere ancora più pronto ad offrire ostriche e champagne alla post-fascista Meloni, invitata in pompa magna al Congresso Cgil.

Simili scampagnate, oltre a non impensierire minimamente i padroni (i quali infatti, proprio perché vedono in queste passeggiate un ulteriore via libera, continuano a smantellare, tramite il governo, sanità, scuola pubblica, pensioni e pure a dimezzare quelle due briciole di reddito di cittadinanza che il vecchio governo pentastellato aveva elargito), rafforzano un’unità sindacale dal versante sbagliato, cioè un’unità burocratica e puramente formale, fatta tutta dall’alto dei vertici senza un vero legame con la base.

L’unità nell’immobilismo, come si può vedere dalla “piattaforma”, se così si possono chiamare i 4 generici fogli di documento varati per lanciare le iniziative, annacqua ancora di più le già fin troppo trasparenti richieste dei sindacati. Per accontentare la Cisl, infatti, oltre a dividere in tre una manifestazione comunque innocua come sono tutte le manifestazioni di sabato, non si fa accenno alla questione del momento, quella che riguarda “l’autonomia differenziata”, eufemismo sotto cui il governo nasconde la volontà di dividere ulteriormente i lavoratori del nord e del sud, per abbassare tutele e salari di tutti. Anche sul salario, un’unità del genere porta a chiedere più detassazione che aumenti veri e propri. Col risultato di allinearsi a governo e padroni ben felici di scaricare il taglio del cuneo fiscale sul debito pubblico, grazie al quale si prenderanno con gli interssi i pochi spicci dati ai lavoratori su cui grava all’80%. Sul resto è meglio calare un velo pietoso, tanto son minime e vaghe le rivendicazioni.

Un’unità del genere, è infine fallimentare anche dal versante assembleare, perché spinge i sindacati più moderati, come la Cisl, a fregarsene di indire assemblee sui posti di lavoro, col risultato di scollare ancora di più base e vertici. Chi paga il conto di una simile unità, è sempre il sindacato più a sinistra, e quindi, in primis, la Cgil, che nonostante Landini, resta tale nell’immaginario dei lavoratori.

L’unità corretta va costruita nella lotta, cioè nello sciopero generale. Non quello fuori tempo massimo, depotenziato, e fatto solo per rimarcare una presenza, a cui ci hanno abituato Cgil e Uil. Uno sciopero vero, generale, a tempo indeterminato, sostenuto da casse di resistenza e da una piattaforma adeguata.

Anche lo sciopero testimoniale, tuttavia, dimostra per lo meno che è possibile un’altra unità. Se guardiamo infatti agli ultimi scioperi generali, da quello dell’anno scorso fino ad arrivar a quello ancor più remoto del 12 Dicembre 2014 contro il Jobs Act, vediamo che lo spauracchio dell’ “andare da soli” (spauracchio dei soli burocrati, non nostro, noi infatti sappiamo che è meglio un sindacato che lotta da solo, di tre uniti solo per non lottare), è un’ipotesi remota, perché basta che la Cgil vada avanti per trascinarsi dietro almeno la UIL. E se questo è vero per gli scioperi telefonati fin qui fatti da Cgil e Uil, figuriamoci quanto sarebbe ancora più vero per scioperi combattivi fatti con le caratteristiche che abbiamo sopra descritto.

Uno sciopero vero, nei tempi giusti, non solo rafforzerebbe a sinistra l’unità con la Uil, ma creerebbe crepe nei vertici della Cisl, facendo germogliare le premesse per una radicalizzazione interna tipo la Fim degli anni ‘70, oppure semplicemente per revoche in massa da un sindacato tradizionalmente filo-padronale come è appunto la Cisl.

Uno sciopero convinto, combattivo, avrebbe effetti benefici anche sul versante del sindacalismo di base, favorendo ricomposizioni che oggi sono il tallone d’Achille di cricche burocratiche interessante più alla conservazione del loro orticello che al bene dei lavoratori, oppure provocherebbero anche in quell’arcipelago revoche e rientri in massa dei tanti fuoriusciti dalla Cgil, che a quel punto non avrebbero più bisogno di cercare fuori, tra tre gatti, quello che hanno in abbondanza di massa al suo interno.

L’unità attuale produce purtroppo il movimento inverso, il rafforzamento della Cisl e la cislizzazione di Cgil e Uil, cioè l’accentuazione della loro trasformazione sempre più in sindacati di servizi, che altro non sono che sindacati al servizio del padrone!

Tocca ai lavoratori, e in primis ai loro delegati, assumersi la responsabilità del cambio di linea sindacale, non assecondando i vertici, ma contestandone la moderazione, a cominciare dagli attivi di delegati previsti nelle principali città a sostegno della mobilitazione. Agli attivi preconfezionati dalla burocrazia, che non decidono niente e nei quali gli interventi sono regolarmente prestabiliti, va contrapposta una vera assemblea nazionale di delegate e delegati che vari una piattaforma di lotta da presentare nelle assemblee sui posti di lavoro e che sarà certamente vista con entusiasmo dalla classe operaia, perché varata finalmente con la sua complicità.

Una piattaforma con rivendicazioni all’altezza dei tempi e che qui indichiamo sommariamente per stimolare la discussione:

Riduzione dell’orario a parità di salario (1500 euro minimo e 32 ore pagate 40); 300 euro di aumento e unificazione dei contratti nazionali; aumento e raddoppio delle ferie; eliminazione del Jobs Act e di tutti i contratti di precarizzazione; abolizione di cooperative, appalti e subappalti, perché in attesa di eliminarli tutti, ci deve essere un solo padrone sulla testa di un operaio, non 5 o 6: via i parassiti dei parassiti; pensione dopo 35 anni di lavoro e 60 anni di età; patrimoniale del 10% sul 10% dei più ricchi; casse di resistenza con una quota delle tessere che venga riservata a questo scopo per poter finanziare la lotta dura contro padroni e governo per ottenere tali rivendicazioni.

È questo che dobbiamo imporre ai nostri sindacati. È questo che chiederemo come militanti della Cgil e membri del Partito Comunista dei Lavoratori. È il senso del nostro intervento nelle attuali iniziative dei confederali. Il primo passo per fare anche in Italia come in Francia, che è il miglior modo non solo di aiutare i lavoratori e le lavoratrici francesi, ma di tutta Europa e del mondo. perché “fare in italia come in francia”, vuol dire incendiare tutta l’europa e il mondo intero del fuoco purificatore della rivoluzione.

Unisciti a noi!

Partito Comunista dei Lavoratori

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