{"id":63213,"date":"2011-01-28T00:00:00","date_gmt":"2011-01-28T00:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2011\/01\/28\/il-che-fare-della-fiom\/"},"modified":"2011-01-28T00:00:00","modified_gmt":"2011-01-28T00:00:00","slug":"il-che-fare-della-fiom","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2011\/01\/28\/il-che-fare-della-fiom\/","title":{"rendered":"Il Che fare? Della Fiom"},"content":{"rendered":"<p>Lo sciopero indetto dalla Fiom per il 28 gennaio stimola alcune considerazioni sullo stato delle cose del movimento operaio nello specifico e dei lavoratori in generale, oltre che su quello della politica, a cominciare dalla constatazione di un percorso ormai autonomo del maggiore sindacato metalmeccanico italiano rispetto a quello degli altri sindacati obiettivamente un po&rsquo; ingiallitisi per itterizia padronale&hellip;<\/p>\n<p>Un avvenimento che sancisce l&rsquo;ecumenica risoluzione d&rsquo;un rapporto contro natura fra pi&ugrave; &ndash; e alternative &ndash; anime sindacali che, a m&ograve; di miti platonici, tenevano legate insieme essenze diverse: come poteva coesistere la Fiom &ndash; che scalpitava verso l&rsquo;alto &ndash; con Cisl e Uil &ndash; &ldquo;naturalmente&rdquo; protese verso il basso? (Oltre che Platone, sovviene Monicelli, per la brancaleonesca ammucchiata ulivista rimediata dal bianco crociato monsignor Romano, che fra i chierici da schierare contro il cavaliere nero poteva contare fin su don Clemente e don Tonino).<\/p>\n<p>Per capire lo strappo della Fiom (percepito come nuovo da molti distratti) bisogna &ndash; come diceva Benjamin &ndash; cercare un suo analogo nella storia. E i suoi &ldquo;analoghi&rdquo; sono pi&ugrave; d&rsquo;uno, tanto da far apparire come anomala l&rsquo;unione, non la disunione delle suddette anime sindacali. Se un certo &ldquo;cretinismo parlamentare&rdquo; aveva de-generato una legge maggioritaria da escort della politica, con la conseguenza di unire sotto lo stesso ombrello soggetti diversamente permeaibili alle crescenti piogge socioeconomiche, l&rsquo;incestuosa unione sindacale s&rsquo;era consumata sotto le lenzuola d&rsquo;un compromesso storico fortemente voluto dai beati Aldo, Enrico e Luciano. Quelli che &ndash; seppur in modo specularmente opposto e con diverse fedi &ndash; avevano consegnato un&rsquo;intera generazione al terrorismo e all&rsquo;eroina. Perch&eacute; se &egrave; vero che &ndash; con malafede &ndash; l&rsquo;emerito sardo, poi anch&rsquo;esso beatificato postmortem, in un&rsquo;intervista confid&ograve; (confessare no, proprio no: al massimo si confida, appunto), seppur con 30 anni di distanza, d&rsquo;aver voluto e cercato e ottenuto lo scontro con Autonomia per poterla sconfiggere militarmente, i due soloni dell&rsquo;eurocomunismo avevano addirittura disconosciuto l&rsquo;esistenza di quel movimento (del 77), nel solco di quella miope tradizione di famiglia togliattiana, che dalla &ldquo;Svolta di Salerno&rdquo; in avanti aveva guardato la societ&agrave; dell&rsquo;avvenire coi soli occhi della governabilit&agrave;: intesa come &ldquo;possibilit&agrave; di&rdquo;. Ecco spiegato l&rsquo;atteggiamento idiota di Longo col movimento del 68. (Che inaspettatamente s&rsquo;era sentito dare ragione dall&rsquo;epurato Pasolini, quando con una brutta poesia, il redivivo Savonarola aveva lanciato anatemi contro quei figli di pap&agrave; che giocavano a fare la rivoluzione contro quei poliziotti figli dei contadini). Quel Longo che non era stato capace manco di riconoscere il carattere planetario d&rsquo;un movimento che contestava non i piani di studio, non i baroni universitari, non le rette troppo alte, ma Yalta!, dove il forcipe della storia aveva partorito un mondo spaccato a met&agrave;. E mentre il Pci perseguiva il togliattiano progetto riformistico di migliorare la condizione della classe (operaia, s&rsquo;intende) &ndash;  cio&egrave; a dire infilarlo nel ventre molle del consumismo per fargli arrivare gli stessi &ldquo;privilegi&rdquo; della borghesia &ndash; quel movimento giovanile, per bocca di Mauro Rostagno, rifiutava in blocco quel progetto, perch&eacute; &laquo;noi non vogliamo quel che voi avete, perch&eacute; noi desideriamo sperimentare forme di vita e di consumi diversi&raquo;, per concludere che &laquo;noi non vogliamo trovare un posto in questa societ&agrave;, ma creare una societ&agrave; in cui valga la pena trovare un posto&raquo;.<\/p>\n<p>Per tornare all&rsquo;oggi, alle attuali lotte operaie ri-protagoniste (causa bisogno: concetto sul quale bisogner&agrave; tornare) di una realt&agrave; italiana da basso impero, &egrave; bene ricordare ai troppi ammaliati dalla &ldquo;cooperazione responsabile&rdquo; (sic!) che, suo malgrado, &egrave; stata proprio l&rsquo;industria &ndash; il capitale &ndash; a sviluppare in modo formidabile la &ldquo;cooperazione di classe&rdquo;: una fabbrica, per quanto riconosciuto come sintomatico luogo di &ldquo;cooperazione forzata&rdquo;, dimostra a che grado di potenza pu&ograve; arrivare l&rsquo;aggregazione operaia (leggi lavoratrice). Tutto questo sta in un passato rimosso da una sinistra che non sa pi&ugrave; manco come chiamarsi e richiamarsi. Non c&rsquo;&egrave; bisogno di nessuna forzatura per verificare come il comunismo fosse gi&agrave; stato ampiamente sperimentato (tenendo fra l&rsquo;altro conto del disconoscimento marxista di qualsivoglia forma di innovatismo) dalla storia: ad esempio, con gli &ldquo;usi civici&rdquo; nel mezzogiorno, una consuetudine che riverberava il Mir russo e cio&egrave; il diritto all&rsquo;uso produttivo della terra del latifondo per i contadini privi di ogni titolo di propriet&agrave;.<\/p>\n<p>Il punto, oggi, &egrave; quello di riappropriarsi di un &ldquo;progetto&rdquo; che distingua, separi un futuro da un altro. In buona sostanza, &egrave; tempo di ritornare a una lotta che esca da un economicismo sindacale suicida (come ampiamente dimostrato negli avvenimenti sindacali prodotti dalla cosiddetta Triplice) per contaminare i luoghi della politica. Perch&eacute; non &egrave;, dopo quella di Pomigliano e Melfi, la lotta di Mirafiori che deve essere posta al centro dell&rsquo;azione, non uno specifico accordo sindacale, ma un progetto politico capace fra l&rsquo;altro di rimediare ai guasti di una sinistra smarrita. &Egrave; sempre il bisogno a generare le azioni: quello attuale &ndash; determinato dalla ciclica crisi di un capitalismo percepito pi&ugrave; dall&rsquo;esterno come vincente di quanto non si ritenga esso stesso (come spiegano i planetari fallimenti da Parmalat in gi&ugrave;) &ndash; risponde all&rsquo;esigenza di difendere o prendere il lavoro. Un&rsquo;occasione per il movimento dei lavoratori, dei precari, dei non garantiti (giovani e non) per passare alla cassa della storia per esigere la moneta contante coniata da un nuovo corso: quello prodotto da una nuova politica. Senza scomodare mummie pi&ugrave; o meno ammuffite o attualissime, perch&eacute; &egrave; esercizio che non ci interessa, dobbiamo ri-trovare nell&rsquo;ideologia quella forza che nel 900 era stata in grado di riscattare il mondo operaio sul piano sociale\/economico, mancando &ldquo;solo&rdquo; l&rsquo;ultimo traguardo: in vero, il pi&ugrave; importante, quello politico. Ma abbiamo gi&agrave; identificato alcune icone di quel fallimento, con buona pace degli orfani di Lama e Berlinguer. A livello sindacale la strada intrapresa dalla Fiom non solo &egrave; quella giusta, ma &egrave; in colpevole ritardo rispetto a quel percorso che andava intrapreso gi&agrave; all&rsquo;indomani dell&rsquo;insediamento di Marchionne sul trono della Fiat, ch&eacute; il suo discorso &ldquo;d&rsquo;insediamento&rdquo; conteneva gi&agrave; tutti quei semi germogliati poi in tanti fiori del male, fino alla pi&ugrave; devastante: l&rsquo;imperiale tradizione del divide et impera, a somiglianza di un premier che nel 2001 voleva stringere la mano al padre dei fratelli Cervi&hellip;<\/p>\n<p>Pino Casamassima<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo sciopero indetto dalla Fiom per il 28 gennaio stimola alcune considerazioni sullo stato delle cose del movimento operaio nello specifico e dei lavoratori in&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[15],"tags":[],"class_list":["post-63213","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-dalle-sezioni-del-pcl","entry","simple"],"jetpack_featured_media_url":"","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/63213","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=63213"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/63213\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=63213"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=63213"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=63213"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}