{"id":63242,"date":"2011-02-27T00:00:00","date_gmt":"2011-02-27T00:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2011\/02\/27\/dalla-parte-della-rivoluzione-libica\/"},"modified":"2011-02-27T00:00:00","modified_gmt":"2011-02-27T00:00:00","slug":"dalla-parte-della-rivoluzione-libica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2011\/02\/27\/dalla-parte-della-rivoluzione-libica\/","title":{"rendered":"Dalla parte della rivoluzione libica"},"content":{"rendered":"<p>DALLA PARTE DELLA RIVOLUZIONE LIBICA.<br \/>\n<br \/>( comunisti e neostalinisti a confronto)<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Lo scenario della guerra civile in Libia, le ingerenze imperialiste, l&#8217;estrema incertezza informativa sui fatti in corso, sono diventati lo spunto d&#8217;occasione in alcuni ambienti della sinistra per mettere in discussione la stessa esistenza di una rivoluzione libica e abbellire la realt&agrave; del regime di Gheddafi.<br \/>\n<br \/>&ldquo; E&#8217; una guerra civile, non una rivolta, men che meno una rivoluzione&rdquo;. &ldquo; E&#8217; stato tutto organizzato dall&#8217;imperialismo, non c&#8217;&egrave; nulla di spontaneo a differenza che in Tunisia e in Egitto&rdquo; &ldquo;Non vi sono rivendicazioni sociali nel movimento contro Gheddafi, ma solo politiche&rdquo;. &ldquo;Gheddafi ha retto un regime antimperialista, per questo si vuole cacciarlo&rdquo;.&rdquo; A Bengasi si sventola la bandiera della vecchia monarchia di re Idris, sarebbe questa la rivoluzione?&rdquo;. E via dicendo&#8230;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Queste posizioni- espresse in forme diverse da ambienti della vecchia guardia del Il Manifesto, dall&#8217;area stalinista della Fed, e dalla Rete dei Comunisti- sono emblematiche della totale confusione di merito e di metodo presente nel bagaglio teorico della tradizione stalinista . E soprattutto dei risvolti politici controrivoluzionari di questo bagaglio. E&#8217; bene dunque provare a fare chiarezza. Tanto pi&ugrave; in un momento storico in cui l&#8217; ascesa della rivoluzione araba scuote l&#8217;intero ordine internazionale e pone al movimento operaio e ai comunisti rivoluzionari una nuova frontiera di intervento politico e di battaglia strategica.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>IL REGIME DI GHEDDAFI ALLE SUE ORIGINI: UN BONAPARTISMO &ldquo;ANTIMPERIALISTA&rdquo;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>La prima considerazione &egrave; di carattere storico.<br \/>\n<br \/>Il colpo di stato degli Ufficiali liberi nel 1969 in Libia &nbsp;ebbe sicuramente un connotato &ldquo;antimperialista&rdquo;, per quanto distorto dal suo carattere militare. Ma si pu&ograve; ignorare la natura reale del regime e, oltretutto, la sua dinamica storica regressiva negli ultimi 20 anni?<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Il rovesciamento militare della vecchia monarchia libica di re Idris nel 69 si inser&igrave; nel movimento pi&ugrave; generale di decolonizzazione sviluppatosi nel secondo dopoguerra: un movimento che trov&ograve; un varco nell&#8217;esistenza dell&#8217;Urss e nell&#8217;espansione internazionale della sua area di influenza all&#8217;interno della stessa nazione araba.<br \/>\n<br \/>Al pari del regime di Ben Bell&agrave; e poi di Boumedienne in Algeria, e di Nasser in Egitto ( cui peraltro Gheddafi si ispirava),il nuovo potere degli ufficiali libici realizz&ograve; misure sociali indubbiamente progressive: cancell&ograve; le vestigia del colonialismo italiano, chiuse le basi militari straniere , nazionalizz&ograve; in parte le banche estere ( con l&#8217;acquisizione di pacchetti azionari maggioritari) ,prese possesso delle risorse petrolifere del paese, var&ograve; provvedimenti di protezione sociale. Era pi&ugrave; che sufficiente per la condanna di Gheddafi da parte dell&#8217;imperialismo. Ma non si trattava n&eacute; del &ldquo;socialismo&rdquo;- come affermavano i partiti stalinisti arabi per giustificare la propria capitolazione al nazionalismo- n&eacute; del potere operaio e popolare. Al contrario.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Sul terreno sociale Gheddafi preserv&ograve; un economia di mercato, sia pure con una forte presenza di controllo pubblico: peraltro la &ldquo;terza teoria universale&rdquo; &nbsp;come Gheddafi chiam&ograve; la propria dottrina sociale- con la tradizionale modestia- riconosceva apertamente il principio della propriet&agrave; privata ( &ldquo;sancito dal Corano&rdquo;) in polemica col &ldquo;comunismo totalitario&rdquo;.<br \/>\n<br \/>Sul terreno politico eresse sulle rovine della vecchia monarchia un proprio regime militare e dispotico, basato sulla mistica del Capo; sulla negazione delle libert&agrave; democratiche pi&ugrave; elementari dei lavoratori e delle masse ( niente libert&agrave; sindacale, niente libert&agrave; di sciopero, niente libero confronto delle opinioni politiche nello stesso campo antimperialista..); sulla irrigimentazione attiva della societ&agrave; libica attraverso specifiche strutture di controllo sociale e poliziesco ( i cosiddetti &ldquo;comitati popolari&rdquo; &nbsp;strettamente subordinati a Gheddafi, come una sorta di sua milizia privata ); sull&#8217;equilibrio con (e tra) i clan tribali ( mai messi come tali in discussione, ma anzi assunti come interfaccia del potere di regime); sul sistematico annientamento militare di ogni forma, anche larvata o potenziale, di opposizione all&#8217;assolutismo ( dal clero islamico tradizionale degli Ulema, alle debolissime componenti dell&#8217;opposizione politica interna) La stessa &ldquo;nuova costituzione&rdquo; solennemente promessa da Gheddafi al momento del rovesciamento della monarchia, &egrave; rimasta in 40 anni lettera morta: e rimpiazzata dal credo della Yamahiriyya ( 1976) e dalla religione messianica del Libro Verde, naturalmente scritto di pugno dal Capo.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>E&#8217; dunque del tutto evidente che gi&agrave; negli anni 70 e 80 i comunisti rivoluzionari dovevano sicuramente difendere la Libia di Gheddafi ( come l&#8217;Egitto di Nasser, come l&#8217;Algeria di Boumedienne..) dalle minacce dell&#8217;imperialismo, ma non potevano in alcun modo n&eacute; identificarsi nei regimi bonapartisti militari piccolo borghesi, n&eacute; abbellire la realt&agrave; di quei regimi . Al contrario, dovevano porsi come opposizione proletaria al bonapartismo, attorno a un programma di rivoluzione sociale anticapitalista e di &nbsp;democrazia operaia e popolare: l&#8217;unica prospettiva capace di consolidare e portare sino in fondo la stessa rivoluzione democratica antimperialista. Questa era del resto la politica di rigorosa indipendenza di classe che Marx rivendicava nei confronti della democrazia rivoluzionaria piccolo borghese e di un suo possibile governo (v. Indirizzo alla Lega dei Comunisti del 1850) e che l&#8217;internazionale Comunista di Lenin e di Trotsky applicarono verso il nazionalismo &ldquo;antimperialista&rdquo; dei paesi coloniali o semicoloniali ( v.il 2&deg; Congresso della 3&deg; Internazionale sulla questione coloniale, del 1920).La burocrazia stalinista capovolger&agrave; questa impostazione.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>L&#8217;adattamento dello stalinismo, durante il secondo dopoguerra, al nazionalismo arabo di settori militari piccolo borghesi in Medio Oriente,fu &nbsp;un crimine nei confronti della rivoluzione araba e delle sue stesse aspirazioni antimperialiste. Tutti i regimi bonapartisti &ldquo;antimperialisti&rdquo; appoggiati da Mosca, e resi possibili dalla stessa esistenza dell&#8217;Urss, hanno finito uno dopo l&#8217;altro col ritornare nell&#8217;alveo dell&#8217;imperialismo, e col subordinarsi al sionismo. Un processo gi&agrave; iniziato negli anni 70 e 80 ( svolta di Sadat e poi di Mubarak in Egitto), e ultimato dopo il crollo del Muro di Berlino e dello stalinismo internazionale.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>LA PARABOLA DI GHEDDAFI: DA BONAPARTE &ldquo;ANTINMPERIALISTA&rdquo; A SOCIO D&#8217;AFFARI (E DI CRIMINI) DELL&#8217;IMPERIALISMO<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Il regime di Gheddafi non ha fatto eccezione. Oggetto ancora nel 1986 di un&#8217;aggressione militare imperialista ( col bombardamento di Tripoli e Bengasi da parte americana), e ancora internazionalmente isolato nei primi anni 90 ( con le pesanti sanzioni internazionali del 92-93), il regime ha lavorato per una propria integrazione nel nuovo ordine internazionale, sino alla propria &ldquo;riabilitazione&rdquo; ufficiale nel 2003.<br \/>\n<br \/>La fine dell&#8217;ombrello protettivo del Cremlino, l&#8217;aggressione imperialista all&#8217;Irak del 91, le crescente pressione minacciosa del fondamentalismo islamico ai confini ( Algeria) col rischio di una sua penetrazione in Libia, spinsero Gheddafi in breve tempo ad una radicale ricollocazione politica.<br \/>\n<br \/>Si intraprese un &nbsp;piano di liberalizzazioni interne, si riaprirono le porte alle banche straniere,si offrirono all&#8217;imperialismo laute concessioni nello stesso campo petrolifero, &nbsp;si donarono sontuose commesse in campo infrastrutturale ai capitali italiani e francesi, si assunse il ruolo di spietato gendarme delle politiche xenofobe della U.E., si apr&igrave; alla distensione con l&#8217;Egitto e lo stato Sionista. Chiedendo in cambio non solo la rinuncia dell&#8217;imperialismo a rovesciare il regime, ma uno spazio di inserimento attivo nel capitale finanziario d&#8217;occidente: la Libia prima azionista della principale banca italiana ( Unicredit)si afferma in questo contesto.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Questa svolta ha avuto ricadute importanti in Libia. Al carattere oppressivo della dittatura si &egrave; aggiunta la crescita sensibile delle disuguaglianze sociali, a fronte di stipendi fermi gi&agrave; da ventanni. Da un lato liberalizzazioni e privatizzazioni, unite alle crescenti comunioni d&#8217;affari con i capitalisti europei, hanno accresciuto il privilegio sociale della casta di regime a partire dalla famiglia (larga) di Gheddafi, rendendo il sopruso politico ancora pi&ugrave; odioso. Dall&#8217;altro il mantenimento dei sussidi sociali non ha potuto evitare l&#8217;aumento consistente della disoccupazione giovanile ( specie intellettuale), caratteristica comune a tutti i paesi del Maghreb.: Il reddito procapite in Libia &egrave; sicuramente pi&ugrave; alto che in Tunisia e in Egitto, ma solo grazie alla tradizionale media del pollo. Infine il rimescolamento sociale innescato dalla crescente integrazione col capitale straniero ha corroso i vecchi equilibri tribali e territoriali, moltiplicando ataviche contraddizioni e tensioni ( in particolare tra Cirenaica e Tripolitania), a tutto danno della stabilit&agrave; del regime e dell&#8217;unit&agrave; dell&#8217;esercito.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>La verit&agrave; &egrave; che la storia libica e la sua parabola &egrave; un ulteriore lezione per tutti i sostenitori, pi&ugrave; o meno acritici, dei regimi militari &ldquo;progressisti&rdquo; ( alla Chavez, per intenderci).<br \/>\n<br \/>Non solo questi regimi non realizzano n&eacute; possono realizzare, per definizione, il potere dei lavoratori e delle masse, ma la loro stessa autonomia dall&#8217;imperialismo &egrave; inevitabilmente parziale,fragile , transitoria, esposta prima o poi al riflusso della normalizzazione. Questa &egrave; la realt&agrave; attuale del regime di Gheddafi . Non vederlo, e continuare a riproporre 40 anni dopo, pur con qualche comprensibile prudenza, la vecchia mitologia del Leone del deserto, significa non fare alcun bilancio degli errori passati e disarmare la politica rivoluzionaria di fronte allo scenario nuovo della rivoluzione araba.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>LA SOLLEVAZIONE POPOLARE IN LIBIA: &ldquo;GUERRA CIVILE&rdquo; O &ldquo;RIVOLUZIONE&rdquo;? TANTA CONFUSIONE SOTTO IL CIELO<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Ma c&#8217;&egrave; di pi&ugrave;.<br \/>\n<br \/>Dopo aver rimosso in sede &ldquo;logica&rdquo; la base materiale di una possibile rivoluzione libica ( Se Gheddafi &egrave; antimperialista e le masse vivono bene grazie ai sussidi, perch&egrave; dovrebbero fare una rivoluzione? ) gli intellettuali neostaliniani negano in sede empirica l&#8217;evidenza stessa della rivoluzione in corso: si tratterebbe tuttalpi&ugrave; di una &ldquo;guerra civile&rdquo;, ordita e preordinata dietro le quinte ; e in ogni caso come si pu&ograve; chiamare &ldquo;rivoluzione&rdquo; l&#8217;innalzamento della bandiera monarchica?<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Questa costruzione &egrave; un non senso. Che somma in s&eacute; l&#8217;assoluta incomprensione della realt&agrave; storica delle rivoluzioni, con l&#8217;assoluta incomprensione della concretezza degli avvenimenti in corso. Soffermiamoci su entrambi gli aspetti.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Non so come i compagni Burgio, Cararo o Dinucci immaginano una rivoluzione. Pare che la immaginino come un percorso rettilineo, segnato dalla coscienza di massa, illuminato da un chiaro programma, sorretto da un blocco sociale omogeneo.( E per questo..rinviabile alla notte dei tempi). Disgraziatamente una simile rivoluzione &egrave; sconosciuta alla storia dell&#8217;umanit&agrave;. Le rivoluzioni reali, non quelle immaginarie, sono processi molto complessi. Non sono sospinte dalla coscienza ma dal bisogno e dall&#8217;odio contro l&#8217;oppressione. Proprio perch&egrave; mobilitano grandi masse ( altrimenti non sarebbero rivoluzioni) trascinano nell&#8217;arena della lotta i pi&ugrave; diversi strati sociali, le pi&ugrave; diverse culture e tradizioni, ragioni e interessi profondamente contraddittori. Cos&igrave; &egrave; stato sempre. E tanto pi&ugrave; quando la rivoluzione si leva contro regimi dittatoriali pluridecennali, che per loro natura hanno bloccato per lungo tempo ogni forma di dialettica pubblica e di selezione delle rappresentanze politiche, unificando contro di s&eacute; un indistinto moto democratico per la &ldquo;libert&agrave;&rdquo;. E&#8217; appena il caso di ricordare che la prima rivoluzione russa contro lo zarismo del 1905 inizi&ograve; sotto le insegne del prete Gapon ( poi rivelatosi agente dello Zar)&#8230; Il compito dei comunisti non &egrave; quello di negare la rivoluzione perch&egrave; non corrisponde ad una forma pura ideale ( inesistente), ma di intervenire nelle rivoluzioni reali per sviluppare la loro coscienza , contrastare l&#8217;egemonia di forze politiche o culturali avverse ( inevitabile nella prima fase), ricondurre le aspirazioni sociali e politiche progressive delle masse ad uno sbocco di classe anticapitalista.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Le rivoluzioni arabe in corso contro regimi ventennali ( Tunisia), trentennali ( Egitto), quarantennali( Libia), pongono ai comunisti esattamente questo problema.<br \/>\n<br \/>I processi in corso hanno caratteristiche diverse a seconda dei diversi contesti nazionali. In particolare sono diversi i canali organizzatori e politici della sollevazione, e la dinamica delle forze sociali. Ma ovunque la vera bandiera immediatamente unificante dei moti rivoluzionari non &egrave; stata sociale ma politica: la cacciata dei regimi, il rovesciamento degli oppressori. Proprio per questo la bandiera politica ha aggregato attorno a s&eacute; ragioni sociali profondamente contraddittorie, che tendono a conquistare la scena subito dopo il rovesciamento dei tiranni. La grande ascesa degli scioperi operai in Egitto, dopo la caduta di Mubarak in aperta collisione col &ldquo;nuovo&rdquo; potere militare provvisorio (e la borghesia egiziana che lo sorregge) &egrave; al riguardo emblematico.<br \/>\n<br \/>La rivoluzione libica si colloca, con le sue specificit&agrave;, in questo quadro generale.<br \/>\n<br \/>La bandiera unificante di larga parte della societ&agrave; libica in rivolta &egrave; la caduta di Gheddafi, la punizione dei suoi crimini, il varo di una costituzione, libere elezioni. Sono le classiche rivendicazioni di una rivoluzione democratica.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>La bandiera &ldquo;monarchica&rdquo;? E&#8217; semplicemente la bandiera libica in contrapposizione alla bandiera verde della dittatura. Che prima di Gheddafi vi fosse in Libia una monarchia ( giustamente rovesciata nel 69) &egrave; un fatto. Ma la bandiera oggi impugnata dalle masse contro Gheddafi non esprime affatto la rivendicazione del ritorno della famiglia Idris. Oltretutto l&#8217;opposizione monarchica &egrave; quasi inesistente in Libia, e debolissima nell&#8217;emigrazione, come documenta lo stesso storico Del Boca. Quella bandiera rappresenta sul piano simbolico, nel deserto dei riferimenti culturali e politici, il punto di identificazione e aggregazione disponibile dopo 40 anni di regime contro il regime. &nbsp;Nella percezione di massa &egrave; il simbolo di una rivoluzione nazionale democratica, non di una controrivoluzione monarchica. Si pu&ograve; non vederlo?<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Un fatto &ldquo;preordinato e organizzato&rdquo;, a differenza che in Tunisia e in Egitto, e dunque longa manus di &ldquo;forze straniere&rdquo;?. E&#8217; una sciocchezza dietrologica tipica della mentalit&agrave; staliniana, che ignora la realt&agrave; dei fatti. La cronaca della insurrezione di Bengasi, guida della rivoluzione, &egrave; ormai di dominio pubblico, persino nei particolari, confermati peraltro dalle pi&ugrave; disperate fonti documentali e testimonianze. Le prime manifestazioni anti regime del 15 febbraio, convocate via internet, a base prevalentemente giovanile e studentesca, sono state aggredite a fucilate da forze mercenarie direttamente guidate da Karmis, figlio di Gheddafi, che ordinava all&#8217;esercito di partecipare alla repressione. L&#8217;orrore per la carneficina compiuta, in una citt&agrave; gi&agrave; colpita ripetutamente dalla violenza criminale del regime, ha prodotto la sollevazione popolare. Gli stessi comandi dell&#8217;esercito hanno a quel punto disertato gli ordini di Gheddafi, si sono ammutinati, e hanno aperto le caserme e i depositi d&#8217;armi, consentendo l&#8217;armamento popolare. Il giorno 20 Bengasi &egrave; stata liberata: e la sua liberazione ha prodotto un effetto domino in tutto l&#8217;est della Libia, con una dinamica analoga ( sollevazione popolare, ammutinamento di truppe, armamento popolare). Dov&#8217;&egrave; in tutto questo la regia occulta di un diavolo misterioso? Come si fa a non vedere che la rivoluzione libica &egrave; figlia della rivoluzione araba, sospinta dai fatti di Tunisia ed Egitto, animata dalla stessa volont&agrave; di libert&agrave; e di riscatto che sta attraversando, in forme diverse, tutti i popoli arabi? Dopo aver descritto il crollo dello stalinismo internazionale nell&#8217;89 come complotto dell&#8217;imperialismo, vogliamo rappresentare come complotto dell&#8217;imperialismo la stessa rivoluzione araba( contro regimi alleati.. dell&#8217;imperialismo)?<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Ma in Libia c&#8217;&egrave; &ldquo;una guerra civile, non una rivoluzione&rdquo;, si afferma. Ma perch&egrave;, una rivoluzione non pu&ograve; forse trascinare con s&eacute; una guerra civile? Le grandi rivoluzioni della storia non sono state anche guerre civili? La rivoluzione inglese del 1640, la rivoluzione francese del 1789-93, la stessa rivoluzione russa dell&#8217;ottobre 17, non si sono risolte anche in guerre civili? La stessa guerra di liberazione in Italia nel 43-45 ( tradita nelle sue aspirazioni rivoluzionarie dal PCI di Togliatti) non ha forse intrecciato sollevazione popolare e guerra civile? Si potrebbe continuare. E&#8217; vero: in Tunisia e in Egitto il primo passaggio della rivoluzione, con la caduta di Ben Al&igrave; e Mubarak, non ha comportato la guerra civile, nonostante le centinaia di morti assassinati; per il semplice fatto che in entrambi i casi la forza popolare ha paralizzato l&#8217;esercito, la polizia si &egrave; disgregata, lo stesso imperialismo ha premuto dall&#8217;esterno su forze militari da s&eacute; finanziate e influenzate perch&egrave; evitassero un bagno di sangue dalle conseguenze imprevedibili, e cercassero di riprendere il controllo politico della situazione ( cosa come si vede non facile n&eacute; a Tunisi n&eacute; a Il Cairo).<br \/>\n<br \/>In Libia &egrave; diverso, per un insieme di ragioni particolari: la famiglia Gheddafi non ha lo spazio di fuga disponibile per Ben Al&igrave; e Mubarak; &nbsp;il regime dispone, nella capitale, di uno spazio di arroccamento e tenuta militare superiore ; Gheddafi controlla forze mercenarie consistenti; lo spazio di influenza e condizionamento politico dell&#8217; imperialismo su Gheddafi e il suo apparato militare &egrave;, per ragioni storiche, molto minore di quello esercitabile sul regime egiziano. In questo quadro la volont&agrave; di Gheddafi di resistere a Tripoli pu&ograve; trascinare una guerra civile ( offrendo all&#8217;imperialismo uno spazio di possibile intervento esterno, proprio in assenza di una leva politica interna). Ma per quale ragione questa guerra civile annullerebbe il confine tra rivoluzione e controrivoluzione? Oppure si vuol suggerire, implicitamente, una linea politica di difesa del regime di Gheddafi contro la rivoluzione libica, in perfetta consonanza con la posizione assunta dal regime di Chavez e da Fidel Castro? In questo caso ne guadagnerebbe la chiarezza, e si avrebbe il coraggio di un&#8217;assunzione di responsabilit&agrave;. Certamente molto impegnativa e rivelatrice.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>PER LO SVILUPPO ANTICAPITALISTA DELLA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Naturalmente il pieno sostegno alla rivoluzione libica non &nbsp;pu&ograve; affatto tradursi in un affidamento ingenuo agli eventi. Il rovesciamento rivoluzionario del regime di Gheddafi sarebbe un fatto assolutamente positivo ma non concluderebbe la rivoluzione: aprirebbe al contrario una sua nuova fase, ricca di incognite e di contraddizioni, e dunque una nuova agenda di problemi e di compiti.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Anche in Libia, come in Tunisia e in Egitto, &#8211; seppur con una debolezza e dispersione molto maggiore- sono all&#8217;opera forze diverse interessate a subordinare la rivoluzione libica ad uno sbocco limitato e parziale o ad una piena riconciliazione storica con l&#8217;imperialismo. Il pericolo non viene oggi dal panislamismo, la cui presenza nella rivoluzione araba &egrave; oggi complessivamente molto limitata, e che &egrave; molto marginale nella stessa Libia ( la tradizione Senussita della Cirenaica non &egrave; affatto integralista). Viene piuttosto dal lavorio degli ambienti tribali, interessati a riprendere il controllo della situazione dopo che la rivoluzione- specie tra i giovani- ha scosso il dominio dei clan travalicando i loro confini. Viene da settori militari del vecchio regime che hanno abbandonato la nave che affonda, ma che non sono disposti ad abbandonare i propri privilegi e il proprio status sociale. Viene dagli ambienti libici dei nuovi arricchiti, sviluppatisi nel decennio di apertura all&#8217;imperialismo, e spesso intrecciati col mondo degli affari occidentale. Queste forze non hanno oggi un asse di unificazione e un progetto univoco, anche in ragione dei loro interessi contrastanti. Ma hanno uno scopo comune: bloccare la rivoluzione popolare, ostacolare la piena realizzazione delle sue stesse rivendicazioni democratiche, impedire in ogni caso la sua trascrescenza in rivoluzione sociale, anticapitalista e antimperialista. Sono le stesse forze che possono essere interessate all&#8217;intervento dell&#8217;imperialismo in Libia, come fattore di stabilizzazione politica e restaurazione dell&#8217;ordine: un ordine senza Gheddafi- ormai fattore di guerra civile con tutti i suoi rischi- ma certo segnato dal pieno ristabilimento delle gerarchie dominanti.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Le masse libiche insorte hanno un interesse esattamente opposto, al pari delle masse tunisine ed egiziane: impedire il tradimento della propria rivoluzione. Da qui un programma d&#8217;azione conseguente: sviluppare sino in fondo le proprie rivendicazioni democratiche, a partire dalla rivendicazione di una Assemblea Costituente realmente libera e sovrana che sottragga a capi clan, generali, uomini d&#8217;affari la definizione del nuovo ordine politico; sviluppare i liberi comitati popolari che sono nati a Bengasi e Tabruk, allargare la loro base sociale, dar loro un carattere elettivo, coordinarli progressivamente su scala locale e nazionale, a partire dalla Libia gi&agrave; liberata: per farne gli strumenti dell&#8217;autorganizzazione democratica dei lavoratori e del popolo; rifiutarsi di consegnare le armi ai nuovi generali, come pretendono i comandanti militari a Bengasi: ed anzi estendere l&#8217;armamento popolare , integrare parallelamente &nbsp;rappresentanze militari elette dai soldati &nbsp;nelle strutture dei comitati popolari, organizzare ovunque la propria forza indipendente . Contemporaneamente, sul piano sociale, si tratta di affermare un &nbsp;programma autonomo e complementare: &nbsp;respingere ogni apertura alle liberalizzazioni di mercato, revocare le liberalizzazioni gi&agrave; effettuate, nazionalizzare sotto il controllo dei lavoratori e senza indennizzo tutte le leve vitali dell&#8217;economia del paese, annullare tutti i patti subalterni realizzati dal regime con l&#8217;imperialismo ( a partire dalla chiusura immediata dei campi di concentramento dei migranti d&#8217;Africa).<br \/>\n<br \/>La lotta per questo programma non solo sancirebbe l&#8217;autonomia politica del movimento operaio e popolare da tutte le forze della borghesia libica , ma darebbe un importante contributo al dispiegamento in avanti della rivoluzione egiziana e tunisina, in un passaggio cruciale.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>CONTRO OGNI INTERVENTO DELL&#8217; IMPERIALISMO IN LIBIA. MA &nbsp;IN NOME DELLA RIVOLUZIONE NON DI GHEDDAFI<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>E&#8217; da questo punto di vista rivoluzionario, e non da quello opposto filo-Gheddafi, che va denunciata e respinta nel modo pi&ugrave; netto ogni ipotesi di intervento imperialista in Libia.<br \/>\n<br \/>Se l&#8217;imperialismo oggi ha allo studio un possibile intervento in Libia, non &egrave; perch&egrave; vuole rimuovere Gheddafi ( gi&agrave; peraltro dato per spacciato). Ma perch&egrave; vuole bloccare la rivoluzione libica e l&#8217;estensione ulteriore della rivoluzione araba. Questo &egrave; il suo problema.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>L&#8217;imperialismo non ha mai avuto scrupoli democratici e scopi umanitari. Tutta la sua storia ha militato contro la democrazia e contro l&#8217;umanit&agrave;. La sua unica vocazione &egrave; il dominio sui popoli e il controllo sul pianeta. Non sono oggi le crudelt&agrave; del regime di Gheddafi a colpire la sensibilit&agrave; di chi bombarda l&#8217;Afghanistan ed appoggia le barbarie del sionismo. Ma piuttosto l&#8217;instabilit&agrave; politica della Libia, la messa a rischio delle sue riserve petrolifere, la possibilit&agrave; di un ulteriore espansione del contagio rivoluzionario in Medio Oriente a tutto danno degli interessi strategici dell&#8217;imperialismo e dello Stato sionista ,in uno scacchiere decisivo degli equilibri mondiali, presenti e futuri. &nbsp;Intervenire in Libia , dietro il pretesto ipocrita del soccorso umanitario, potrebbe voler dire riconquistare una leva di manovra nell&#8217;intero Maghreb, condizionare sviluppi e sbocchi dei processi politici in atto nella regione, far pesare sino in fondo la propria forza deterrente. Peraltro le stesse contraddizioni interimperialistiche spingono nelle stessa direzione. Stati Uniti e Gran Bretagna sono i pi&ugrave; attivi nell&#8217;ipotizzare un intervento, perch&egrave; pensano a rimpiazzare gli interessi imperialistici europei maggiormente colpiti ( Italia e Francia), e ad aprire un pi&ugrave; vasto canale di intervento diretto in Africa in funzione anticinese. La Francia vorrebbe evitare questa manovra, a difesa della propria vecchia area &nbsp;d&#8217;influenza in Africa. Ma non sa bene come fare. L&#8217;imperialismo italiano, principale vittima della caduta di Gheddafi ( e non solo per la questione profughi) cerca di recuperare in estremis il ritardo accumulato per non restare tagliata fuori da un eventuale ripartizione delle zone d&#8217;influenza. Qual&#8217;&egrave; l&#8217;unico vero elemento unificante dell&#8217;imperialismo, in questo sgomitamento di tutti contro tutti? La liquidazione della rivoluzione araba. Per questa stessa ragione la difesa e lo sviluppo della rivoluzione araba, senza defilamenti, deve costituire l&#8217;elemento unificante di tutte le forze coerentemente antimperialiste.<br \/>\n<br \/>&ldquo;Sia il popolo libico insorto a regolare i conti con Gheddafi, non le vecchie potenze coloniali contro il popolo libico ed arabo!&rdquo;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Questa parola d&#8217;ordine &egrave; tanto pi&ugrave; importante in Italia, vecchia potenza dominatrice sulla Libia: che oggi celebra il centenario esatto dell&#8217;invasione coloniale italiana da parte del governo liberale &ldquo;progressista&rdquo; di Giolitti ( 1911), sotto la pressione del Banco di Roma. &ldquo;Gi&ugrave; le mani dalla Libia, pieno sostegno alla rivoluzione libica contro Gheddafi e l&#8217;imperialismo italiano&rdquo;, &egrave; la rivendicazione doverosa del movimento operaio del nostro Paese. In &nbsp;continuit&agrave; con l&#8217;opposizione all&#8217;invasione della Libia che il Partito Socialista Italiano sostenne nel 1911. E come vero atto di riparazione contro la barbara oppressione italiana sul popolo libico per quasi mezzo secolo ( sterminio della resistenza libica, uso dei gas asfissianti, varo dei campi di concentramento.., gi&agrave; all&#8217;epoca del &ldquo;democratico&rdquo; Giolitti).<br \/>\n<br \/>Ma questa posizione ha un senso progressivo se muove dal sostegno alla rivoluzione, non alla controrivoluzione ( o a un insostenibile neutralismo tra regime libico e popolo insorto.)<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>COMUNISTI E STALINISTI DI FRONTE ALLA LIBIA: UNA DISCUSSIONE RIVELATRICE<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>In conclusione. Questo confronto &nbsp;sulla questione libica tra rivoluzionari e forze neostaliste, non rappresenta affatto la semplice manifestazione di una divergenza occasionale, seppur importante, di &ldquo;politica estera&rdquo;. Al contrario: rappresenta, da un angolazione particolare, la cartina di tornasole di orientamenti programmatici contrapposti.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Un partito rivoluzionario che assume il comunismo non come etichetta ideologica, ma come programma per la conquista del potere da parte dei lavoratori e delle masse- in Italia come su scala internazionale- &egrave; portato da questo stesso programma a riconoscere i processi rivoluzionari ovunque si manifestino, a difenderli, a intervenire sulle loro inevitabili contraddizioni, a cercare di sviluppare &nbsp;una loro direzione politica alternativa nella prospettiva del governo dei lavoratori e delle masse povere.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>Gruppi o partiti che invece si richiamano al comunismo come eredit&agrave; ideologica dello stalinismo, senza programma rivoluzionario, senza lotta reale per il potere, sono portati ad assumere come riferimento internazionale centrale non la dinamica reale della lotta di classe e delle rivoluzioni, ma il posizionamento politico e diplomatico del proprio &ldquo;campo&rdquo; statuale di riferimento: una volta l&#8217;Urss, anche quando nel nome degli interessi della burocrazia sovietica si trattava di tradire la rivoluzione spagnola o la resistenza italiana; oggi, pi&ugrave; modestamente, la Cina o il Venezuela di Chavez, anche quando questo significa tradire ( in questo caso fortunatamente senza conseguenze dirette) la rivoluzione libica ed araba.<br \/>\n<br \/>&nbsp;<br \/>\n<br \/>E &#8216; la riprova, una volta di pi&ugrave;, che la rottura con lo stalinismo e la sua scuola &egrave; la condizione necessaria per orientare la politica rivoluzionaria nel passaggio d&#8217;epoca che stiamo vivendo.<\/p>\n<p>27 Febbraio 2011<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>MARCO FERRANDO<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DALLA PARTE DELLA RIVOLUZIONE LIBICA. 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