{"id":65400,"date":"2015-06-01T00:00:00","date_gmt":"2015-06-01T00:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2015\/06\/01\/la-battuta-darresto-del-renzismo\/"},"modified":"2015-06-01T00:00:00","modified_gmt":"2015-06-01T00:00:00","slug":"la-battuta-darresto-del-renzismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2015\/06\/01\/la-battuta-darresto-del-renzismo\/","title":{"rendered":"La battuta d&#8217;arresto del renzismo"},"content":{"rendered":"<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/3049_image.jpg\" alt=\"3049_image.jpg\" \/><br \/>\nI risultati delle elezioni amministrative del 31 Maggio misurano una pesante battuta d&#8217;arresto del renzismo. Non necessariamente la sua crisi. Ma la fine della sua dinamica espansiva e lo sgonfiamento della sua bolla elettorale.<\/p>\n<p>PORTATA E SIGNIFICATO DEL VOTO<br \/>\n<br \/>Il successo straordinario di Renzi alle elezioni europee non stava solo nel 41% dei voti riportati. Stava nell&#8217;aver bloccato e sconfitto l&#8217;avanzata populista, a danno in particolare del M5S. Questo era il dato che configurava il renzismo come strumento vincente della governabilit&agrave; borghese agli occhi della classe dominante. E al tempo stesso come strumento di riscatto elettorale agli occhi di ampi settori di popolo della sinistra disorientati e allo sbando.<br \/>\n<br \/>Le elezioni del 31 Maggio disperdono quel raccolto. Il PD ritorna a proporzioni bersaniane (23%). Il M5S conosce una relativa affermazione (18%, il dato pi&ugrave; positivo ottenuto in elezioni amministrative regionali), pur subendo un&#8217;erosione a vantaggio di Salvini. La Lega di Salvini, soprattutto, mette a frutto il nuovo corso lepenista: capitalizzando la crisi di FI, sfondando in Centro Italia (v. Toscana e Marche), trainando elettoralmente in misura determinante la vittoria del Centrodestra in Liguria ( dove la Lega quadruplica i voti), riportando un risultato plebiscitario nella roccaforte veneta (dove somma voto a Zaia e voto a Salvini).<br \/>\n<br \/>La pretesa di Renzi di ridimensionare la sconfitta subita esibendo la conquista della maggioranza delle regioni in palio, o dando al risultato un significato solo &ldquo;amministrativo&rdquo;, maschera la realt&agrave;. La competizione regionale mai come in questo caso ha avuto un marchio politico generale. Mai come in questo caso Renzi ha investito la propria immagine nella contesa, e l&#8217;ha politicamente persa. Lo prova il fatto che paradossalmente le due principali affermazioni elettorali del PD (Campania e Puglia) sono state ottenute da capi bastone locali (De Luca e Emiliano), relativamente autonomi dal renzismo anche se sostenuti da Renzi. In Liguria dove la competizione coinvolgeva pi&ugrave; direttamente che altrove la figura di Renzi su diverse frontiere dello scontro politico, la sconfitta &egrave; stata inequivocabile. Pi&ugrave; in generale il calo verticale del consenso al PD tra elezioni europee e regionali &egrave; riconducibile prevalentemente all&#8217;esperienza politica del governo Renzi, non a fattori locali.<br \/>\n<br \/>In questo quadro, la sinistra politica riformista, nelle sue diverse articolazioni e collocazioni, registra un risultato critico. Con una indubbia particolarit&agrave; in Liguria, dove il dato di Pastorino (9%) &egrave; consistente (seppur inferiore alle ambizioni iniziali), frutto anche di una spaccatura verticale del PD genovese: e tuttavia &egrave; significativo lo scarto amplio tra il voto al candidato presidente (voto personalizzato anti Paita) e il voto di lista. Nelle Marche, in Campania, in Toscana (seppur nell&#8217;ultimo caso con un risultato pi&ugrave; rilevante, 6%) le sperimentazioni di laboratorio della &ldquo;sinistra unita&rdquo; non riescono a capitalizzare che in misura modesta la crisi del renzismo. Pesa proprio nel quadro di una competizione politica l&#8217;assenza di un riferimento politico nazionale capace di polarizzare e motivare il voto &ldquo;a sinistra&rdquo;, oltre alla zavorra d&#8217;immagine di sconfitte e compromissioni passate. La crescita consistente e relativamente uniforme dell&#8217;astensione a sinistra &egrave; assai indicativa, a conferma della tendenza gi&agrave; registrata nelle elezioni regionali dell&#8217;Emilia Romagna lo scorso autunno.<br \/>\n<br \/>Complessivamente il dato elettorale fotografa dunque uno scenario politico negativo: la crisi del renzismo &egrave; fondamentalmente capitalizzata a destra; le lotte contro il Job Act e la &ldquo;buona scuola&rdquo; non trovano una espressione rilevante, attiva e autonoma, a sinistra. L&#8217;astensione registra prevalentemente un sentimento di sfiducia passiva in pi&ugrave; ampi settori del popolo di sinistra.<\/p>\n<p>LA CRISI DEL &ldquo;PARTITO DELLA NAZIONE&rdquo;<br \/>\n<br \/>Il progetto del Partito della Nazione registra una difficolt&agrave; evidente. Il fine dell&#8217;operazione era ed &egrave; quello di combinare la preservazione del blocco sociale tradizionale del centrosinistra (parte della classe operaia industriale, lavoratori del settore pubblico e pensionati) con lo sfondamento nel blocco sociale del centro destra (piccola e media impresa). Su entrambi i versanti l&#8217;operazione segna il passo.<br \/>\n<br \/>Sul versante del lavoro dipendente, dopo la tele vendita degli 80 euro, la politica del governo paga il costo sociale della guerra vinta contro l&#8217;articolo 18, lo scontro frontale col grande sciopero della scuola, il contenzioso sulle pensioni. Il vecchio blocco sociale del PD &egrave; stato investito da una frana di consensi su ogni lato.<br \/>\n<br \/>Sul versante del blocco sociale di centrodestra, i vantaggi assicurati con lo sgravio dell&#8217;Irap e dei contributi alle imprese &egrave; compensato dalla difficolt&agrave; di ridurre la tassazione immobiliare e dal peso elettorale della questione migranti. La conseguenza &egrave; semplice: Renzi non riesce a capitalizzare la crisi verticale di Forza Italia che va tutta a beneficio della Lega. Mentre il consenso elettorale del centrodestra complessivamente inteso non solo tiene ma si espande.<br \/>\n<br \/>Questa battuta d&#8217;arresto rivela in realt&agrave; una questione di fondo: la difficolt&agrave; del renzismo ad alimentare il proprio populismo di governo. Dopo l&#8217;operazione strutturale degli 80 euro, dopo la sgravio fiscale e contributivo legato al Job Act, il governo non trova altra benzina per nutrire il Partito della Nazione. L&#8217;operazione tentata con la restituzione anticipata del TFR ha fatto un flop clamoroso (500 richiedenti in tutta Italia contro la previsione governativa di un 50% di lavoratori interessati): perch&eacute; la tassazione imposta per ragioni di cassa l&#8217;ha resa svantaggiosa. Il DEF del 2015 &egrave; altrettanto indicativo. Il &ldquo;tesoretto&rdquo; sperato si &egrave; dissolto sotto i colpi della Corte Costituzionale (pensioni) e sotto l&#8217;effetto di trascinamento finanziario delle operazioni precedenti. La crescita ulteriore del debito pubblico non consente all&#8217;Italia di negoziare in sede UE lo sfondamento del tetto del 3% sul deficit (concesso invece alla Francia). Mentre l&#8217;uscita dalla recessione del capitalismo italiano fatica a trasformarsi in reale ripresa (la crescita del 0,1% nel primo trimestre 2015 &egrave; dovuta alla crescita degli investimenti fissi lordi, non dei consumi finali; e la crescita degli investimenti a sua volta &egrave; quasi interamente dovuta alla FIAT). In questo quadro il governo non riesce a capitalizzare come avrebbe voluto la combinazione fortunata del calo dell&#8217;euro, del prezzo del petrolio, degli interessi sul debito pubblico (legato al quantitative easing della BCE). Mentre la crisi greca minaccia ricadute sui titoli pubblici italiani, e nuove sentenze della Corte istituzionale sono in attesa, con le relative incognite, su partite finanziarie consistenti ( blocco degli stipendi pubblici).<\/p>\n<p>RICADUTE E INCOGNITE DEL DOPO VOTO<br \/>\n<br \/>Il populismo si conferma dunque come delizia e croce del governo Renzi. Nessuna altra forma di governo ha dovuto il proprio successo al richiamo populista quanto il renzismo. Ma proprio per questo il destino del renzismo &egrave; affidato alla capacit&agrave; di alimentarlo. L&#8217;intera costruzione del renzismo si fonda sulla raccolta del consenso. Il consenso non &egrave; solo il fine della politica di Renzi. E&#8217; la leva della sua ambizione bonapartista. E&#8217; il mezzo di cui Renzi si serve per scavalcare la relazione coi corpi intermedi della societ&agrave; (sindacati e Confindustria), puntando al diretto rapporto di massa; per riequilibrare i rapporti di forza con altri poteri dello Stato (Magistratura e Presidenza della Repubblica); per polarizzare attorno al proprio progetto un diffuso trasformismo politico negli stessi ambienti parlamentari (fuori e dentro il PD); per ottenere uno spazio negoziale in Europa. Il consenso &egrave; insomma la leva centrale del rapporto di forza tra l&#8217;aspirante Bonaparte e ogni suo interlocutore o avversario. Ma proprio per questo una crisi di consenso potrebbe investire il renzismo pi&ugrave; di ogni altro fenomeno politico. Se cede il consenso cede l&#8217;architrave delle fortune del Capo. E un effetto domino rischia in quel caso di rovinargli addosso, con la stessa precipitazione della sua fulminea scalata.<br \/>\n<br \/>E&#8217; presto per valutare se e in che misura l&#8217;esito del voto del 31 Maggio avr&agrave; effetti sulla vicenda politico parlamentare. I passaggi delicati al Senato su Riforma istituzionale e scuola saranno una prima occasione di verifica. L&#8217;impressione &egrave; che l&#8217;assenza di alternative al renzismo sul piano degli equilibri parlamentari consenta al governo uno spazio di tenuta e di navigazione. Lo stesso esito del voto non prefigura altre soluzioni politiche disponibili a breve per la classe dominante: Confindustria mantiene l&#8217;appoggio al governo che pi&ugrave; la ignora ma che pi&ugrave; ha dato ai padroni; la stampa borghese, con a capo Repubblica, mantiene la scelta di investire su Renzi; lo stesso crollo di Forza Italia, e la crescita parallela di grillismo e salvinismo, rafforzano l&#8217;appoggio obbligato a Renzi da parte del capitale finanziario quale unico strumento di governabilit&agrave;. N&eacute; Renzi, presumibilmente, cambier&agrave; registro della propria politica e della propria ambizione. Il referendum istituzionale del 2016 resta nel suo disegno l&#8217;&rdquo;appuntamento con la storia&rdquo;: l&#8217;incoronamento plebiscitario del Presidente, la fondazione del nuovo Premierato in pectore.<br \/>\n<br \/>E tuttavia la battuta d&#8217;arresto del 31 Maggio disegna la linea di una prima crepa importante di tale progetto. Lo spazio di una stabilizzazione reazionaria &ldquo;di regime&rdquo; attorno a Renzi, che poteva aprirsi dopo la sua vittoria sull&#8217;articolo 18, si fa assai pi&ugrave; problematico.<br \/>\n<br \/>Mentre proprio il panorama politico tripartito fra populismi reazionari rivali quale emerge dal voto conferma il punto di fondo: solo l&#8217;irruzione sulla scena del movimento operaio pu&ograve; capitalizzare a vantaggio dei lavoratori le difficolt&agrave; di Renzi, scomponendo i blocchi populisti e aprendo dal basso uno scenario nuovo. Diversamente quelle stesse difficolt&agrave; saranno il trampolino di altre soluzioni reazionarie, contro gli operai e tutti gli sfruttati.<\/p>\n<p>IN QUESTO CONTESTO, IL RISULTATO DEL PCL<br \/>\n<br \/>In conclusione, qualche notizia sul risultato elettorale del PCL. Ci siamo presentati in un numero limitato di Regioni, a causa delle astruse e antidemocratiche normative elettorali che, proprio per queste elezioni, rendono necessario la raccolta di un numero improponibile di firme (nelle realt&agrave; con molte provincie, anche nell&rsquo;ordine di decine di migliaia). Eravamo presenti quindi solo in Umbria e in Liguria.<br \/>\n<br \/>In Umbria, eravamo in lista con Casa Rossa di Spoleto, associazione politica locale con cui si &egrave; a lungo collaborato in questi anni: abbiamo raccolto lo 0,5% (poco meno che alle politiche del 2013, quando si era ottenuto lo 0,7%), a fronte dell&rsquo;1,6% di Umbria per un&rsquo;altra Europa (alternativa al PD) e il 2,6% di SeL (in alleanza con il PD). Per dare un metro di paragone, nelle scorse elezioni regionali il PCL non si era presentato, la FdS aveva il 6,9% e Sel il 3,4% (entrambi in alleanza con il PD).<br \/>\n<br \/>In Liguria abbiamo visto una dinamica pi&ugrave; articolata. Al voto erano infatti presenti tre diversi candidati di sinistra: Luca Pastorino (che riuniva componenti in uscita del PD con il grosso della sinistra di Rifondazione, Sel e Tsipras), Matteo Piccardi (del PCL) e Antonio Bruno (AltraLiguria, che riuniva componenti di Tsipras e della sinistra ligure, in particolare impegnate nella difesa dell&rsquo;ambiente e del territorio, critiche con i partiti e la candidatura Pastorino). Matteo Piccardi ha ottenuto lo 0,8%, la lista del PCL lo 0,6% (ma in sole due provincie, Genova e Savona; la lista circoscrizionale era infatti assente ad Imperia e La Spezia). Un buon risultato, quindi, in particolare in confronto a quello delle altre forze: se Pastorino ha raccolto un certo consenso (9%), le liste che lo hanno sostenuto molto meno (4,1% rete a sinistra, 2,5 % la lista Pastorino); l&rsquo;AltraLiguria di Bruno (lista e candidato) ha raccolto solo lo 0,7%, dietro al PCL nonostante l&rsquo;appoggio di diverse forze, compresa Sinistra Anticapitalista.   Un risultato limitato, quindi, per il numero di realt&agrave; in cui siamo stati al voto, oltre che per i consensi ricevuti. Ma un risultato positivo: pur essendo una piccola forza, oramai cancellati dai media (anche da quelli di sinistra), abbiamo dimostrato che &egrave; ancora in campo una prospettiva comunista e rivoluzionaria.<\/p>\n<p>Partito Comunista dei Lavoratori<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I risultati delle elezioni amministrative del 31 Maggio misurano una pesante battuta d&#8217;arresto del renzismo. Non necessariamente la sua crisi. 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