{"id":66626,"date":"2018-03-29T00:00:00","date_gmt":"2018-03-29T00:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2018\/03\/29\/critica-delloperaismo\/"},"modified":"2018-03-29T00:00:00","modified_gmt":"2018-03-29T00:00:00","slug":"critica-delloperaismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2018\/03\/29\/critica-delloperaismo\/","title":{"rendered":"Critica dell&#8217;operaismo"},"content":{"rendered":"<p>Un&#8217;analisi e decostruzione del revisionismo operaista ripercorso principalmente attraverso la carriera politica e filosofica del suo ideologo ed esponente maggiore, Mario Tronti<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/4487_MarxPotOp.jpg.png\" alt=\"4487_MarxPotOp.jpg.png\" \/><br \/>\n<em>&laquo;Operai, operaie, vi parlo a nome dei vostri compagni studenti: sono le otto del mattino. Oggi, quando voi uscirete, sar&agrave; gi&agrave; buio. Per voi la luce del sole oggi non splender&agrave;. Vi cuocerete al cottimo. Otto ore di cottimo! E uscirete stanchi, svuotati, convinti di avere guadagnato la vostra giornata e invece sarete stati derubati. S&igrave;, derubati di otto ore della vostra vita&#8230;&raquo;.<\/em><\/p>\n<p>Erano gli appelli che i megafoni di Potere Operaio rivolgevano alla fiumana di operai che ogni mattina entrava in fabbrica a secernere plusvalore nell&rsquo;intramontabile &ldquo;La classe operaia va in paradiso&rdquo; di Elio Petri, 1971. Gli anni dell&rsquo;adolescenza di quella che &egrave; stata la parabola operaista in Italia.<\/p>\n<p>Ma cos&rsquo;&egrave; l&rsquo;operaismo? Nell&rsquo;area della sinistra radicale &egrave; impossibile non essersi imbattuti in questo ircocervo. La casa editrice DeriveApprodi &egrave; impegnata da vent&rsquo;anni nella riedizione e in battesimi editoriali di molti autori che ebbero la propria collocazione politica in zone variamente graduate dell&rsquo;estrema sinistra, da Potere Operaio a Prima Linea passando per Autonomia Operaia. Contrassegnata da un gatto selvaggio, simbolo dello sciopero a oltranza su cui s&rsquo;impernia tutta la strategia di lotta operaista, una sezione apposita &egrave; dedicata in segno d&rsquo;omaggio alla matrice di tutte quelle esperienze: &ldquo;Biblioteca dell&rsquo;operaismo&rdquo;. Ma, provare per credere, alla nostra domanda non si trover&agrave; uno solo di quei testi che risponda in modo chiaro. Ce ne assumiamo l&rsquo;incarico, non tanto per amore storiografico quanto perch&eacute;, nel poco bene e nel tanto male che quell&rsquo;esperienza rappresent&ograve; per il movimento operaio non solo in Italia e non solo negli anni &rsquo;60-&lsquo;70, a un giovane comunista che si affacci oggi al mondo delle lotte essa pu&ograve; malauguratamente apparire ancora, circonfusa com&rsquo;&egrave; da un appeal oltranzista (tanto pi&ugrave; avvalorato dall&rsquo;aver ricevuto le maggiori critiche dagli spalti sbagliati, quelli borghesi) quale via giusta. Per scongiurare una simile eventualit&agrave;, ed &egrave; vitale scongiurarla, queste righe auguriamo possano aiutare.<\/p>\n<p>Un&rsquo;indagine sull&rsquo;operaismo in Italia non pu&ograve; non partire dalla rivista annuale &ldquo;Quaderni rossi&rdquo; fondata nel 1961 dal dissidente socialista Raniero Panzieri e dal dissidente comunista Mario Tronti. All&rsquo;entourage di questa, che comprendeva rivoluzionarissimi nomi del calibro di Massimo Cacciari e Antonio Negri, allora PSI, si fa risalire la nascita dell&rsquo;operaismo. Ma se la scienza e la prassi del movimento operaio &egrave; il comunismo, a meno che non sia un suo raro sinonimo, e gli &ldquo;operaisti&rdquo; si sbracciano come meglio non possono per riaffermare che non lo &egrave;, qual &egrave; la sostanza di questa dottrina? La domanda elementare reca in s&eacute; la risposta altrettanto elementare: l&rsquo;operaismo nacque proprio nel momento in cui si pens&ograve; che la scienza e la prassi del movimento operaio non fossero pi&ugrave; (e per alcuni non erano mai state) il comunismo. E che quindi occorreva dell&rsquo;altro. Un altro &ndash;ismo. Nessuno meglio di quello che si trov&ograve; e si conserv&ograve; fino al momento che le realt&agrave; che vi si identificavano, per l&rsquo;infezione che incubavano, non degenerarono al punto da non potere pi&ugrave; giustificarlo. Di l&igrave; anche il nome cambi&ograve; e l&rsquo;&ldquo;operaismo&rdquo; si estinse.<\/p>\n<p><strong>IL 1956<\/strong><\/p>\n<p>Per capire non solo filosoficamente ma anche storicamente il brodo di coltura da cui ha origine l&rsquo;operaismo, quello dello stalinismo abbandonato dal versante destro del soggettivismo borghese e dell&rsquo;idealismo che porta dritti dritti al pi&ugrave; reazionario nichilismo, &egrave; utile un po&rsquo; di storia. Dopo la rivolta degli operai della Germania-est contro Walter Ulbricht nel 1953, il 1956, l&rsquo;anno della rivolta ungherese, fu un anno tanto tragico quanto importante nel mondo della sinistra, e per molti aspetti un punto di non ritorno. Gli operai d&rsquo;Ungheria insorsero contro il dispotismo dell&rsquo;apparato stalinista che tale rimaneva malgrado la destalinizzazione di facciata. La critica a Stalin da parte dell&rsquo;allora primo segretario Krusciov niente aveva a che vedere con una critica scientifica del fenomeno politico, sociale e storico dello stalinismo. Il suo j&rsquo;accuse pubblico, le sue desecretazioni e condanne non facevano che additare il singolo Stalin come un capriccioso boia, un assassino senza scrupoli &ldquo;anche quando non serviva pi&ugrave;&rdquo; (sic!), e non inquadravano affatto anzi eludevano oculatamente il contesto in cui si programmavano purghe e gulag che non erano capricci di un pazzo ma provvedimenti funzionali a un preciso disegno politico, essendo lo stesso Krusciov figlio e continuatore di quel disegno. Lo stalinismo dur&ograve; ben oltre Stalin e aveva a che fare ben al di l&agrave; che con la sua individualit&agrave; efferata certamente quanto la sua mediocrit&agrave; e il suo opportunismo.<\/p>\n<p>Durante la sollevazione, i soviet costituitisi nelle maggiori fabbriche di Budapest rivendicavano la rottura con l&rsquo;oppressione della casta burocratica, le accuse a Stalin furono riformulate dialetticamente da comunisti come S&agrave;ndor Fakete, e nelle rivendicazioni dei consigli di fabbrica si teneva assolutamente fermo il carattere pianificato dell&rsquo;economia ungherese, della propriet&agrave; pubblica dei mezzi di produzione cos&igrave; come i principi del socialismo da recuperare in Lenin contro l&rsquo;eredit&agrave; riveduta e corrotta di Stalin. <\/p>\n<p>Si rivendicavano elezioni libere e autodeterminazione nazionale e si escludeva la riorganizzazione e l&rsquo;ammissione di partiti borghesi. Imre Nagy, allora e per poco primo ministro, il quale si ritrov&ograve; a rappresentare una insurrezione che non aveva n&eacute; voluto n&eacute; guidato, di fronte all&rsquo;invasione dei blindati russi a soppressione della rivolta, minacci&ograve; l&rsquo;uscita dal Patto di Varsavia, imposto da Krusciov, per contrappeso alla Nato, l&rsquo;anno precedente e che, come il gemello occidentale, soggiogava gli stati satelliti in condizioni di sudditanza assoluta a Mosca. L&rsquo;insurrezione venne affogata nel sangue (2.652 morti e 250.000 espatriati ca.) dai carri armati sovietici. Il Cremlino, dopo Jalta, aveva costruito il suo impero non secondo i princ&igrave;pi del leninismo, ma come una copia in carta carbone realsocialista dagli imperi capitalisti &ndash; con tanto di invasioni ed esportazioni di socialismo in punta di baionetta &ndash; sullo scacchiere geopolitico mondiale. Concepiva gli stati alleati, nella realt&agrave; ostaggi, non come frutto di rivoluzioni endogene coi quali coordinarsi e dialogare, ma come bottini di guerra, utili a mantenere l&rsquo;estensione del proprio regno e incutere paura all&rsquo;Ovest. Questo non poteva che essere il modo per non lasciarsi sopraffare dal campo avverso dal momento che lo stalinismo rompeva con l&rsquo;Internazionale per paura che altre rivoluzioni potessero far saltare le poltrone dei burocrati reggenti. Se in Russia, dopo la rivoluzione, lo stalinismo ritorn&ograve; come menscevismo di reazione, fuori si present&ograve; come menscevismo di mozione. Mosca non avrebbe mai incoraggiato rivoluzioni occidentali, specie quelle (Spagna docet) che volevano svolgersi in aperto contrasto con la degenerazione burocratica. <\/p>\n<p>I partiti comunisti addentellati si accodano alla Pravda: gli insorti ungheresi sono restauratori della borghesia, nostalgici di Horthy, bianchi, provocatori fascisti, orde di teppisti e via dicendo. Su tutti, l&rsquo;Unit&agrave; di Togliatti brilla per spregiudicatezza e audacia. In molti, invece, cominciano a snasarsi la verit&agrave;, abnormemente marcia per non puzzare. Tra questi, il comunista Mario Tronti. Il quale cos&igrave; comincia a cogitare: se il comunismo &egrave; buono per sconfiggere il nazifascismo, creare eserciti e colossi statali, un contropotere titanico al potere capitalistico occidentale, d&rsquo;altra parte non &egrave; sempre che tutela gli interessi degli operai. Distinguiamo quindi: c&rsquo;&egrave; il comunismo, che &egrave; solo un&rsquo;uguale e contraria macchinazione di potere improntato a princ&igrave;pi diversi ma sostanzialmente appannaggio della stessa oligarchia, del medesimo machiavellismo e complotto di governanti contro i governati per imporsi e conservarsi. E quanto a ci&ograve;, nulla quaestio giacch&eacute; &ndash; sempre come se la racconta il giovane togliattiano &ndash; &egrave; solo grazie a questo comunismo (lo stalinismo) che tanto risultato si &egrave; ottenuto (vi era gi&agrave; in germe tutta la squisita filosofia trontiana dell&rsquo;&ldquo;autonomia del politico&rdquo;). Ma non siamo d&rsquo;accordo sulla questione operaia. Qui, l&rsquo;altro distinguo: i poveri operai da qualche parte dovranno pur sfangarla, fermo restando che, per come &egrave; soprainteso, non &egrave; col comunismo che possono. La prova del nove &egrave; l&rsquo;Ungheria. <\/p>\n<p>Ma ancora Tronti ingoia il rospo. Firma il manifesto dei centouno che esprime solidariet&agrave; agli insorti magiari, tenuto in alcun conto dal Pci che, al contrario, incrementa l&rsquo;alone di sospetto e diffidenza intorno a chi, per dirla col miglior Togliatti, non &ldquo;sta con la propria parte, anche quando questa sbaglia&rdquo;. Si parlava di un punto di non ritorno perch&eacute; fu quello il momento in cui molti, naueseati e lacerati dalla crisi, abbandonarono il partito. Incluso il regista del film citato in apertura. Ma quello che fa esplodere definitivamente l&rsquo;&ldquo;operaismo&rdquo; di Tronti avviene in casa sua, a Torino, con le giornate di Piazza Statuto. <\/p>\n<p><strong>LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO<\/strong><\/p>\n<p>Nel giugno del 1962, dopo anni di stagnazione, migliaia di operai della Fiat di Torino cominciano uno sciopero e una lotta che durer&agrave; mesi per il rinnovo del contratto nazionale, con dentro tutte le richieste accumulatesi negli anni e fino allora ignorate, dall&rsquo;aumento dei salari e la riduzione dell&rsquo;orario di lavoro alla perequazione di trattamento tra operai e impiegati e tra giovani e meno giovani, ecc. Il 7 luglio, Fiom-Cgil e Fim-Cisl proclamano uno sciopero dei metalmeccanici in sostegno della lotta dei compagni della Fiat. Ma Confindustria aggira ancora una volta le rivendicazioni dei lavoratori, siglando alle loro spalle un accordo separato col sindacato giallo Sida e con la Uil. Proprio dove questa ha la propria sede cittadina su Piazza Statuto, centinaia di lavoratori si riversano dando vita a una delle maggiori contestazioni operaie del secondo Novecento. La rabbia &egrave; incontenibile, scavalca gli appelli alla moderazione delle dirigenze sindacali e di partito e assume le forme di una vera e propria guerra civile, una comune italiana, con servizi d&rsquo;ordine autogestiti, selciato divelto, barricate protrattesi giorni, di qua gli operai, di l&agrave; la polizia. Una fotografia di Sessantotto in anticipo di sei anni. L&rsquo;Unit&agrave; parler&agrave; ancora di provocazioni fasciste e\/oppure lumpenproletarie. Mentre al processo dove verranno tradotti molti di quei &ldquo;vandali&rdquo;, una inconfutabile verit&agrave; emerge: i rivoltosi sono tutti operai. E nessuna motivazione soggiaceva alla sommossa che non fosse politica. Tronti lo dir&agrave; il momento della sua epifania; quando si accorse del potenziale della forza della classe operaia. Per il Nostro, fu l&rsquo;ennesimo episodio che vide contrapporsi ragioni operaie e ragioni &ldquo;comuniste&rdquo;, ovvero le ragioni del Partito Comunista al cui riformismo i lavoratori non si accodavano pi&ugrave;. Ma neanche allora Tronti ritiene sia il momento di ricredersi sulla natura comunista\/rivoluzionaria del suo partito. Trova invece che si convenga, pi&ugrave; che tenere due piedi in una scarpa, dividere un piede per due scarpe. Come immagine &hellip;calza meglio.<\/p>\n<p>Non rinnova la tessera per qualche tempo, ma resta comunista. Un comunista eretico perch&eacute; non si allineer&agrave; al Pci sui fatti torinesi, come gi&agrave; per quelli ungheresi, e comincia a sviluppare tutta una sua teoria di lotta operaia alternativa alle indicazioni del partitissimo. Abbandoner&agrave; l&rsquo;armamentario filosofico accaparrato abusivatamente dal Pci (solo per mezzo del quale, invece, avrebbe potuto distruggere Togliatti e togliattiani). Si sbarazzer&agrave;, posto che mai l&rsquo;assunse, di tutto il marxismo dialettico impugnando il quale l&rsquo;apparato dimostrava a colpi di contraffazioni la ragione del proprio filisteismo, facendo passare per rivoluzionario il riformismo, per bolscevico il menscevismo, per ortodosso il revisionismo. Cos&igrave; Tronti, d&rsquo;accordo che, dal versante comunista, fosse nel giusto la dialettica secondo Togliatti (l&rsquo;unica, per lui) a comandar questo e quello no, scioglie ogni nodo cos&igrave;: se la dialettica vieta le insurrezioni ma io con le insurrezioni voglio stare, e studiarle, capirle, vedere se &egrave; vero che non possono condurre a una rivoluzione per vie altre da quelle comuniste (qui, staliniste), bene! Se &egrave; cos&igrave;, al diavolo la dialettica! In caso non debba approdare a niente, c&rsquo;&egrave; sempre tempo per i mea culpa. <\/p>\n<p>Dopo la collaborazione a &ldquo;Quaderni rossi&rdquo; con Panzieri, Tronti decide che, data la situazione preinsurrezionale dell&rsquo;Italia dei secondi anni Sessanta, il compito di chi volesse approcciarsi alle lotte operaie da una prospettiva altra da quella del Pci, una prospettiva &ldquo;operaista&rdquo; (eccoci arrivati!), dovesse essere l&rsquo;intervento pratico nel vivo delle lotte e non solo, come finora era stato con Qr, uno studio dal di fuori, dal taglio antropo-sociologico, tutto culturale e poco o punto politico. D&rsquo;altra parte, viste le contraddizioni ideologiche del nucleo redazionale, tra socialisti che non avevano mai accettata la validit&agrave; della rivoluzione sovietica e comunisti che, sotto il suo nome, ne accettavano anche la negazione, una prassi comune era impossibile. Non si poteva pi&ugrave; limitarsi ad &ldquo;apprendere dagli operai&rdquo;, a studiarli in vitro. Era l&rsquo;ora di proporre. Proporre la via della rivoluzione. I socialisti non concordano, i comunisti ne sono convinti. La redazione si spacca. &ldquo;Quaderni rossi&rdquo;, dopo sei numeri dal &rsquo;61 al &rsquo;66, non esce pi&ugrave;. Tronti e i suoi fonderanno &ldquo;classe operaia&rdquo;.<\/p>\n<p><strong>SUPEROMISMO SOGGETTIVISTA E NICHILISMO DECADENTE:<br \/>\n<br \/>UBRIACATURA E POSTUMI DA UBRIACATURA DELL&rsquo;IDEALISMO BORGHESE ANTIDIALETTICO<\/strong><\/p>\n<p>Adesso Tronti ha bisogno di inventarsi un altro Marx a suffragio della sua eterodossia. Il famigerato &ldquo;Operai e capitale&rdquo;, bibbia dell&rsquo;operaismo, &egrave; una raccolta di articoli che il &ldquo;cattivo maestro&rdquo; venne accumulando durante la collaborazione per il suo secondo periodico &#8220;classe operaia&#8221; dove metter&agrave; a punto il suo Marx spurio. La novit&agrave; che il marxismo eretico di Tronti segna rispetto alla tradizione ha la sua cifra in una costante: la puntuale inversione dei termini della teoria marxiana. Il Nostro si sforza di dimostrare che non il capitalismo d&agrave; la classe operaia ma al contrario: la classe operaia d&agrave; il capitalismo. Questo gli &egrave; possibile farlo, per propria stessa ammissione, solo espungendo dal marxismo il materialismo dialettico che invece ne &egrave; il telaio principe e portando al naturale sbocco le premesse di un altro marxista in proprio, Galvano Della Volpe. In che senso non &egrave; il capitalismo a dare la classe operaia ma la classe operaia a dare il capitalismo? &Egrave; indubbio che il capitalismo funzioni grazie alla classe operaia. Ma Storia volle che la borghesia conducesse una rivoluzione. E il capitalismo, il modo di produzione della borghesia, si estese al mondo intero. Il capitalismo allora ha la forza perch&eacute; ha la propriet&agrave;. Il proletariato esiste come soggetto sociale ma non ha ancora esaurito il suo compito storico. Non nell&rsquo;Occidente, almeno, che &egrave; il campo di ricerca operaista. Nessuno di questi poli, quello capitalista e quello operaio, vive per s&eacute; come termine astratto senza il potere, la propriet&agrave; sulla produzione che pu&ograve; materialmente farli vivere. Pertanto in Marx, il rapporto capitale-lavoro &egrave; biunivoco; l&rsquo;uno vive dell&rsquo;altro, con la differenza che mentre il capitalista non pu&ograve; vivere senza lo sfruttamento sull&rsquo;operaio, l&rsquo;operaio pu&ograve; oggettivamente vivere senza il suo sfruttatore. Tuttavia il capitalismo &#8211; che al netto delle recenti affermazioni trontiane, non &egrave; un sistema intelligente &#8211; tiene piuttosto in non cale i principi oggettivi e il mondo &ldquo;come potrebbe\/dovrebbe essere&rdquo;. Proprio ci&ograve; ne determina l&rsquo;anacronismo e ne inasprisce le contraddizioni. Contraddizioni che per&ograve;, stando ai postulati operaisti di possibilit&agrave; di vita eterna del capitalismo, non esisterebbero. Tutto &egrave; rigettato in un estremo soggettivismo da parte operaia, affatto governata da leggi oggettive, strutturali, dialettiche. Ma solo dal proprio grado di &ldquo;scontentezza&rdquo;. Qualora il capitalismo riuscisse a rimediare a questa scontentezza &#8211; secondo l&rsquo;operaismo lo ha poi fatto e vanno ben oltre il manicomio della teologia i suoi tentativi di spiegare come! -, l&rsquo;idealismo soggettivista che porta Tronti e co. a esaltare superomisticamente la classe operaia, sar&agrave; lo stesso che ne legittimer&agrave; l&rsquo;abbandono in seguito, liquidandola come integrata, giudicando vincitore un altro soggettivismo, quello dell&rsquo;&ldquo;intelligente&rdquo; capitale, e quindi portando tutti i pargoli dell&rsquo;operaismo, gli autonomi che ora non possono pi&ugrave; dirsi &ldquo;autonomia operaia&rdquo;, a razzolare interclassisticamente per bacini di &ldquo;scontenti&rdquo; d&rsquo;altri tipi. Dai sottoproletari ai piccolo-borghesi, produttori in proprio, studenti, liberi professionisti ecc. Non &egrave; un caso se, nella storia della repubblica, non si &egrave; mai visto un amore cos&igrave; profondo tra le realt&agrave; dell&rsquo;Autonomia e un soggetto istituzionale come il Movimento 5 Stelle.<\/p>\n<p>Ma andiamo con ordine. Nel sistema capitalistico, si &egrave; detto, la borghesia detiene i mezzi di produzione solo grazie al processo storico-dialettico che ha permesso questo possesso, cos&igrave; come la dirigenza politica, giuridica e tutto quanto ne compone la sovrastruttura. Ma &egrave; proprio questo che rende necessaria la rivoluzione. Nel presente contesto l&rsquo;operaio, col principio oggettivo della sua autodeterminabilit&agrave;, fa ben poco: il pane, i mezzi e finanche il permesso di produrlo, se li &egrave; allocati il padrone e tocca andare a prenderglieli. Il nostro eretico invece, in una sbornia di machismo da rampollo della borghesia che scopre gli stupefacenti effetti della possenza operaia e ne fa il suo adulterante preferito, legge gi&agrave; operaio e padrone come termini parimenti potenti del rapporto sociale. Anzi la classe operaia, sostiene, &egrave; molto pi&ugrave; forte del capitale in quanto &egrave; della sua forza che il capitale si nutre. Il capitale cerca sul mercato il lavoro dell&rsquo;operaio, altrimenti felice dov&rsquo;&egrave; e dove il lavoro (il &ldquo;lavoro morto&rdquo;, sottratto alla valorizzazione capitalistica, il lavoro in s&eacute;, da s&eacute; e per s&eacute;) pu&ograve; da subito vivere senza padroni perch&eacute; lo pu&ograve; oggettivamente. A mancare &egrave; quell&rsquo;irrilevante problema della propriet&agrave; dei mezzi di produzione, colonna portante del marxismo e liquidato con aristocratica non-chalance dal revisionismo operaista.<br \/>\n<br \/>Sar&agrave; che la propriet&agrave; si determina storicamente; ed &egrave; un bel groppo, senza il Marx storico, spiegarsi come una classe oggettivamente pi&ugrave; forte d&rsquo;un&rsquo;altra abbia deliberatamente lasciato che la classe &ldquo;per s&eacute;&rdquo; debole conquistasse la propriet&agrave; sul mondo intero e, soggiogando quella forte e autosufficiente, glielo rivendesse pezzo a pezzo e con gli interessi! E perch&eacute;, ancora, questa classe &egrave; tanto imbecille da accettarlo supinamente quando invece potrebbe voltarsi dall&rsquo;altra parte e prosperare libera? I soggetti sociali si muovono nel fiume della Storia. Neppure si sarebbero formati come tali, se non fosse per il fiume della Storia. A toglier quello, rimangono due pesci morti che solo la macabra immaginazione di un gioco infantile pu&ograve; far interagire e parlare. Ma Tronti preferisce travestire da lotta di classe questa ventriloqua necrofilia piuttosto che digerire il filosofo della dialettica storica della quale &egrave;, ad oggi, un convinto avversario.<\/p>\n<p><strong>LA LEGGENDA DEI GRUNDRISSE<\/strong><\/p>\n<p>Il Marx che fa la storia dell&rsquo;autonomia &egrave; quello degli sterminatamente chiacchierati &ldquo;Grundrisse&rdquo; o &ldquo;Lineamenti fondamentali della critica dell&#8217;economia politica&rdquo;, pubblicati per la prima volta in Italia da un altro operaista, Enzo Grillo. Erano scritti, questi, non destinati alla pubblicazione, una serie di appunti preparatori a &ldquo;Per la critica dell&rsquo;economia politica&rdquo; disarticolati, implementati e corretti in fieri. Ponte di collegamento tra il Marx filosofo e il Marx scienziato dove ancora molte delle messe a fuoco in &ldquo;Critica dell&rsquo;economia politica&rdquo; e poi ne &ldquo;Il capitale&rdquo; sono allo stato primitivo. Ma Tronti trover&agrave; in quei vuoti l&rsquo;occasione di innestare i suoi semi di deviazione.<br \/>\n<br \/>&ldquo;Dove Marx mostra il massimo della consapevolezza su questo tema &egrave; nei &#8220;Grundrisse&#8221;. E forse per una semplice ragione formale: non costretto n&eacute; a una ferrea disposizione logica degli argomenti n&eacute; a una particolare cura linguistica nella loro esposizione, in una fase di lavoro tutto suo, che si poneva molto al di qua di un&rsquo;uscita pubblica, egli avanzava pi&ugrave; speditamente nelle sue scoperte fondamentali e scopre quindi di pi&ugrave; e pi&ugrave; cose nuove, di quante non ne appaiano nelle opere compiute&rdquo; (M. Tronti). <\/p>\n<p>Dopo la classe operaia data dal capitalismo, dopo la sua autosufficienza prima del comunismo, eccoci a un altro ribaltamento squisitamente trontiano: in un lavoro confuso e planimetrico, come dice gi&agrave; il titolo, vi sarebbe pi&ugrave; esattezza che in un lavoro riveduto, corretto e dato alle stampe. Un esempio di questo modus operandi si riscontra gi&agrave; nel suo approccio a &ldquo;L&rsquo;ideologia tedesca&rdquo;. Nessuna intemerata pu&ograve; coprirlo di ridicolo meglio d&#8217;una citazione da egli stesso: <\/p>\n<p>&laquo; &ldquo;mentre la rivoluzione comunista si rivolge contro il modo (Art) dell&rsquo;attivit&agrave; che si &egrave; avuto finora, sopprime il lavoro (die Arbeit beseitigt) e abolisce il dominio di tutte le classi insieme con le classi stesse&rdquo;&hellip; Una riga poi cancellata dal manoscritto continuava, dopo &ldquo;sopprime il lavoro&rdquo;, con una interrotta definizione di questo come &ldquo;la forma moderna dell&rsquo;attivit&agrave; sotto la quale il dominio delle&hellip;&rdquo;. (Werke, 3, p. 70). Marcuse cerca di giustificare la gravit&agrave; di queste affermazioni avvertendo che qui compare la solita Aufhebung (superamento), che mentre sopprime restaura e cos&igrave; via. Poi s&rsquo;accorge della spiegazione troppo banale, e allora pensa lui a sopprimere questa categoria dell&rsquo;avvenire che &egrave; il non-lavoro e a restaurare l&rsquo;antiquata, filistea, reazionaria idea di felicit&agrave;&rdquo;&raquo;.<\/p>\n<p>I &ldquo;Werke&rdquo;, manoscritti propedeutici e campo di ricerca prediletto dell&rsquo;operaismo onde scovare le ombre che non pu&ograve; nelle opere ufficiali, testimoniano che l&rsquo;autore stesso fu tentato dal precisare quel &ldquo;arbeit beseitigt&rdquo;, &ldquo;sopprime il lavoro&rdquo;, con un chiarificatore &ldquo;sopprime la forma moderna dell&rsquo;attivit&agrave;&rdquo;, ecc. Cio&egrave; una storicamente determinata forma di attivit&agrave;. Il lavoro inteso com&rsquo;&egrave; inteso nel e dal sistema capitalistico: lavoro salariato, alienazione, reificazione, privazione materiale e spirituale. Non certo l&rsquo;umano operare tout court. Il comunismo non &egrave; il regno in cui l&rsquo;umanit&agrave; vivr&agrave; d&rsquo;aria: si continuer&agrave; ad operare, a lavorare, ma in ben diverse condizioni. Diverse al punto che, forse, il lavoro non sar&agrave; neanche percepito o pensato come lavoro pi&ugrave; di quanto un organismo non percepisca e pensi come lavoro l&rsquo;attivit&agrave; biologica che espleta naturalmente per vivere. Parve banale specificarlo a Marx e pare questione di lana caprina a noi. Tronti invece ne discett&ograve; tanto da elevare quel &ldquo;beseitigt&rdquo; a discrimen politico e teorico di tutta una scuola. Poich&eacute; se ne far&agrave; stendardo per la seguente battaglia operaia &ldquo;alternativa&rdquo;: il rivoluzionario non lavora! La rivoluzione &egrave; contro il lavoro. Comunismo &egrave; soppressione di tutto ci&ograve; che &egrave; in s&eacute; reazione. Non si tratta di questa o l&rsquo;altra forma di lavoro. &Egrave; nemico il lavoro in s&eacute;. Sic et hic! E com&rsquo;&egrave; nemico sic et hic il capitalismo, perci&ograve; non si riforma e si distrugge, cos&igrave; vale per il lavoro: non si riforma n&eacute; trasforma n&eacute; ce ne si appropria n&eacute; lo si ripartisce, fossimo matti! Rivoluzione &egrave; soppressione e rifiuto del lavoro. Motivo per il quale, se un nemico pi&ugrave; grande del Pci avevano e hanno gli autonomi, questo era ed &egrave; il sindacato in quanto tale, visto come sensale della forza-lavoro. Ecco la sintesi dell&rsquo;ideologia operaista ed ecco perch&eacute; tanto cavillare, che oggi sembra pi&ugrave; che autonomia, autismo e basta, intorno ai puntievirgola degli inediti marxiani. Sar&agrave; il codice filologico che si applicher&agrave; anche sull&rsquo;intero corpo dei Grundrisse oltre Tronti, fino a Negri.<\/p>\n<p>Il polverone di pretesti sollevato intorno alle pagine dei &ldquo;Grundrisse&rdquo; parte proprio dal confondere un&rsquo;analisi del lavoro per come dovrebbe spontaneamente darsi, nel tempo, dopo la rivoluzione e la presa del potere dei comunisti, in assenza di classi e in piena libert&agrave; e uguaglianza, con quanto invece sarebbe possibile gi&agrave;. Confusione gravida di conseguenze perch&eacute; tutta la rivoluzione si svolge mediante il riconoscimento di nemici ancora vivi e di mezzi mediante i quali soltanto, nelle condizioni date, &egrave; possibile avanzare. Dire &ldquo;Nel comunismo non si lavora da salariati: tu che oggi lotti per lavorare meglio e meno da salariato non sei comunista&rdquo; equivale a dire &ldquo;Nel comunismo non si hanno classi: tu che oggi parli di avanzamento di tale classe a scapito di tale altra, non sei comunista&rdquo;. Non signigica nulla o significa il peggio.<\/p>\n<p>Riportiamo da Tronti che, a sua posta, riporta da Marx e lo s-piega alla sua bisogna: &ldquo;La sostanza comune di tutte le merci, la loro sostanza cio&egrave; non di nuovo come loro contenuto materiale e quindi come determinazione fisica, ma la sostanza comune di esse in quanto merci e perci&ograve; valori di scambio, &egrave; costituita dal fatto di essere lavoro oggettivato. L&rsquo;unica cosa differente dal lavoro oggettivato &egrave; il lavoro non oggettivato ma ancora da oggettivare, il lavoro come soggettivit&agrave;. Oppure: il lavoro oggettivato, ossia spazialmente presente, pu&ograve; essere anche contrapposto, come lavoro passato, al lavoro temporalmente presente. Nella misura in cui deve essere presente temporalmente, come lavoro vivo, esso pu&ograve; esserlo soltanto come soggetto vivo, in cui esiste come capacit&agrave;, come possibilit&agrave;; perci&ograve;, come operaio&rdquo;. E aggiunge Tronti: &ldquo;Abbiamo gi&agrave; visto nell&rsquo;Urtext di &ldquo;Per la critica dell&rsquo;economia politica&rdquo; &ndash; dello stesso periodo dei Grundrisse (N.d.A, non &egrave; che &ldquo;Per la critica dell&rsquo;economia politica&rdquo; &egrave; semplicemente &#8220;dello stesso periodo dei Grundrisse&#8221;: questi ultimi erano la stesura preparatoria di quello, uscito non a caso nel 1859, l&rsquo;anno successivo dei Grundrisse datati 1857-1858; il Nostro sembra occultare accuratamente il fatto che i Grundrisse non siano un&rsquo;opera come le altre e tra le altre, ma una pianta di lavoro futuro) dir&agrave; ancora pi&ugrave; in sintesi: &ldquo;l&rsquo;unica antitesi al lavoro oggettivato &egrave; il lavoro non oggettivo, cio&egrave; l&rsquo;unica antitesi al lavoro oggettivato &egrave; il lavoro soggettivo&rdquo;. Lavoro soggettivo contrapposto a lavoro oggettivato, lavoro vivo contrapposto a lavoro morto, &egrave; il lavoro contrapposto al capitale: il lavoro come non-capitale. Due sono le sue caratteristiche fondamentali e tutt&rsquo;e due segnano il lavoro come un non-qualcosa, un Nicht piantato nel cuore di una rete di rapporti sociali positivi, che tiene in s&eacute; insieme la possibilit&agrave; del loro sviluppo come quella della loro distruzione&rdquo;. <\/p>\n<p>Com&rsquo;&egrave; diafano il canto della negazione nichilistica (non, non, non) antitetico-antagonista preclusa ad ogni sintesi! Ma d&rsquo;altronde Tronti lo scrive recisamente che il superamento &egrave; pacificazione, che la pacificazione &egrave; felicit&agrave; e la felicit&agrave; &egrave; reazionaria. Il pi&ugrave; semplicemente possibile ristabiliamo l&rsquo;ordine in questa palude di nebbia e intrichi in cui viene affogata la lucerna rivoluzionaria: quando Marx dice che l&rsquo;unico lavoro sottratto alla valorizzazione capitalistica &egrave; il lavoro non oggettivato, quindi il lavoro soggettivo, sta parlando di qualcosa pacifica anche ai sassi. Lui stesso, subito dopo le parole che riporta Tronti, ci fa un esempio: &ldquo;Se un capitalista si fa tagliare della legna per arrostire il suo montone, il rapporto non solo del taglialegna con lui, ma anche di lui col taglialegna &egrave; un rapporto di scambio semplice. Il taglialegna gli presta il suo servizio, ossia un valore d&rsquo;uso che non accresce il capitale ma nel quale anzi questo si consuma, e il capitalista gli d&agrave; in cambio un&rsquo;altra merce sotto forma di denaro.&rdquo; Non c&rsquo;&egrave; mole di lavoro che viene cristallizzata, &ldquo;oggettivata&rdquo;. Quel lavoro esperito non resta intrappolato in nessuna pietra filosofale. Sfuma, esaurisce nel momento stesso in cui si esperisce in cambio d&rsquo;altro. Se niente e nessuno fossilizza il lavoro e dunque il valore del lavoro (giacch&eacute; il lavoro fisico, nel momento in cui si compie &egrave;, in s&eacute;, ormai finito; solo prelevandone il valore &egrave; possibile conservarlo), perch&eacute; non c&rsquo;&egrave; stato un pluslavoro quindi non c&rsquo;&egrave; stato un plusvalore. E quindi non c&rsquo;&egrave; stato profitto, non c&rsquo;&egrave; stato accrescimento di capitale. Ma i rapporti sociali, al mondo com&rsquo;&egrave;, non si consumano nel modo paritetico che Marx ha posto qui in funzione d&rsquo;esempio, per illustrare cosa &egrave; il lavoro senza estrazione di surplus per poi poter spiegare cos&rsquo;&egrave;, al contrario, il lavoro sotto l&rsquo;estrazione di surplus, e quindi spiegare cos&rsquo;&egrave; il capitalismo e perch&eacute; e come occorre liberarsene. Secondo la teoria del plusvalore che nei Grundrisse Marx comincia a delineare (non a caso Tronti, insieme a dialettica e propriet&agrave;, non parla mai nemmeno di plusvalore), i rapporti sociali si consumano in quest&rsquo;altro modo: il capitalista chiede all&rsquo;operaio di farsi tagliare la legna. Il capitalista lo paga 10 euro. Poi prende questa legna tagliata, un po&rsquo; la usa se gli occorre, un po&rsquo; no. Quella che non usa la rivende. La rivende gi&agrave; tagliata, quindi far&agrave; scambio di lavoro oggettivato. E la rivende all&rsquo;operaio per 15 euro. L&rsquo;operaio scoprir&agrave; che se il suo lavoro &egrave; valso 15 euro e non 10, ha compiuto una mole di lavoro pari a 5 euro gratis. Ma quella mole di lavoro &egrave; ormai, nella sua valorizzazione, saldamente in pugno al padrone. Se all&rsquo;operaio &egrave; necessaria, non ha altra via che piegarsi a questo latrocinio. Se quei 15 euro li ha, li scuce subito. Se non li ha, s&#8217;indebita. E qualora, sempre estremamente stilizzando, ci si chiedesse se non conviene, a quel punto, che una prossima volta l&rsquo;operaio si tagli da s&eacute; la legna necessaria visto che, avendola tagliata per altri, ne ha le capacit&agrave;, sorger&agrave; un piccolo problema: non ha n&eacute; legna n&eacute; accetta. Che sono propriet&agrave; di altri padroni e dovrebbero rivendergliele. Rivendergliele a tanto denaro quanto lui non riuscir&agrave; mai a metter da parte. Ipotizziamo il costo di tre mesi di fare legna sottopagato senza, da quella sottopaga, spendere un quattrino per vivere. Allora s&igrave;, se riuscisse a star fermo coi consumi e lavorare alle pur inique condizioni di rapina padronale, ma sufficienti nell&rsquo;arco di tot. tempo a renderlo proprietario di centri e mezzi di produzione, anche l&rsquo;operaio potrebbe riuscire a diventare un libero produttore e addirittura un capitalista a sua volta, chiss&agrave;! Ma se quest&rsquo;operaio, invece, non riesce proprio a digiunare per tre mesi, a non pagare un soldo d&rsquo;affitto, di bollette e tutto quanto gli occorra per tenersi in vita, l&rsquo;unica che gli resta e assaltare violentemente il padrone e togliergli quello che esso toglie a lui. Questo illustra e indica Marx. Tronti invece illustra e indica di rispondere con un pernacchio al padrone che ti assolda per fregarti, rimanendo comodamente all&rsquo;ombra delle siepi beandoti del potenziale soggettivo della forza\/capacit&agrave; di produrre e ripodurti, di ogni gesto che tu compirai fuori dal dominio padronale come &ldquo;lavoro non oggettivato&rdquo; quindi &ldquo;lavoro vivo&rdquo;; anche se non potrai allungare le mani su di una mela perch&eacute; nulla t&rsquo;appartiene per legge. Nel frattempo il padrone morir&agrave; di fame (tu, miracolosamente, no) e quando finalmente sar&agrave; morto di fame e si sar&agrave; bruciato il circuito capitalistico, entrerai nei suoi campi e nelle sue officine a produrre immediatamente per te senza oggettivare\/mortificare la tua produzione!<\/p>\n<p>Tronti estrapola frammenti da frammenti, decontestualizzati non solo dal resto delle opere di Marx ma persino dal corpo degli stessi Grundrisse, e a toppe e rappezzi metter&agrave; in piedi un Marxenstein da laboratorio che, disossato di dialettica, avanzer&agrave; cempennante come uno zombie. Allora lo rianimer&agrave; di scariche elettriche estetizzanti e fraseologie energetiche dandogli, a intermittenza, l&rsquo;imput per urli come &ldquo;Rivoluzione!&rdquo;; &ldquo;Classe operaia!&rdquo;; &ldquo;Morte al capitale!&rdquo;. E in questo modo riuscir&agrave; a tenerlo in piedi un po&rsquo; di pi&ugrave; e a impressionare gli spettatori pi&ugrave; sprovveduti come fosse una creatura viva.<\/p>\n<p><strong>TATTICA E STRATEGIA DEL GATTO SELVAGGIO PERMANENTE: STERILIT&Agrave; DI UNA DIALETTICA MORTA ALL&rsquo;ANTITESI<\/strong><\/p>\n<p>Se allora la classe operaia dovr&agrave; rifiutare il lavoro oggettivato che arricchisce il padrone, non le resta che scioperare a oltranza. L&rsquo;operaismo non proporr&agrave; lo sciopero classico, come un momento specifico della lotta contro il padrone; ma il gatto selvaggio permanente come abbandono e rifiuto del lavoro, assioma fondativo di tutta la propaganda operaista. Il &ldquo;rifiuto dell&rsquo;attivit&agrave;&rdquo; e &ldquo;lo sciopero del lavoro vivo&rdquo; quale &ldquo;crollo della contrapposizione tra capitale e lavoro&rdquo; &egrave; la pi&ugrave; &ldquo;terribile minaccia che possa essere portata alla vita stessa della societ&agrave; capitalistica&rdquo; (cit). Come l&rsquo;esorcista si precipita dalla finestra per liberarsi dal demone che lo possiede cos&igrave;, per l&rsquo;operaismo, la classe operaia, scoprendo d&rsquo;essere il cuore del suo peggior nemico, dovr&agrave; ucciderlo uccidendo se stessa. Cessando l&rsquo;operaio d&rsquo;essere operaio, finir&agrave; il capitalista d&rsquo;essere capitalista. Semplice, no? Tanti rompicapi e cape rotte e la soluzione era nel non svegliarsi la mattina e non andare in fabbrica, fare un giro di telefonate e dire agli altri di fare lo stesso. Nessun presentimento di incanalarsi per un binario morto sfiora il Nostro nemmeno quando, assimilando l&rsquo;operaio alla borghesia, arriva all&rsquo;aberrazione che &ldquo;la borghesia produca&rdquo;! In tale sovrapporsi e mescolarsi di soggetti fino alla scomparsa per vie tutte sillogistiche dei termini stessi, la borghesia finisce tutt&rsquo;uno col proletariato; proletari e proprietari sono gi&agrave; forti alla stessa stregua, nasce la borghesia produttiva e il socialcapitalismo, il piano del capitale, l&rsquo;uso rivoluzionario del riformismo e il riformismo della rivoluzione (il superamento come restaurazione), il general intellect culla di complottismi che verranno, la rarefazione e la scomparsa delle classi, l&rsquo;oltremarxismo, l&rsquo;oltreclassismo e altre amenit&agrave;.<\/p>\n<p>Una tisica battaglia navale di sofismi senza sbocchi, senza tempo e incarnazioni reali. Travestito da aristocratico spregio barricadiero, un riformismo ben peggiore del riformismo classico che perlomeno pone che delle riforme siano promotori attivi gli operai. Il riformismo operaista toglie perfino questo margine di attivit&agrave; ai proletari intimando loro di lasciare che il capitalismo, collassando da s&eacute; in deficit del loro apporto, crei da solo il comunismo. Il &ldquo;biennio rosso&rdquo;, in proposito del geniale stratagemma dello sciopero fine a s&eacute; stesso, vide a grappoli fabbriche del nord Italia espropriate dagli operai in armi, sull&rsquo;onda della rivoluzione d&rsquo;ottobre; dal governo fu disposto di non rifornirle finch&eacute; gli occupanti non si fossero stancati, accorgendosi che senza padroni si va poco lontano. Ma &egrave; senza il potere, senza le leve di comando allora al servizio dei padroni, che si va poco lontano. Infatti, seppur con ingenti perdite di profitto da parte padronale, che dopo la devastante esperienza &ldquo;democratica&rdquo; risolse di affidarsi all&rsquo;uomo forte Mussolini, sulla scommessa contro la rivoluzione mediante la sola occupazione, Giolitti vinse. Tutto qui, insomma, il succo del geniale marxismo eretico di Tronti: non riappropriarsi dei mezzi di produzione, ma lasciarli al padrone, se tanto gli piacciono, e cominciare gi&agrave; a vivere comunisticamente da s&eacute;! <\/p>\n<p><strong>CONCLUSIONI<\/strong><\/p>\n<p><em>&laquo;Il socialismo premarxista &egrave; battuto. Esso continua la lotta non pi&ugrave; sul suo proprio terreno, ma sul terreno generale del marxismo, come revisionismo&raquo;<\/em> (&ldquo;Materialismo e revisionismo&rdquo;).<\/p>\n<p>La via trontiana al comunismo fu una serie di paralogismi reazionari degni del peggior nichilismo piccolo-borghese. Il padre storico di questa filosofia che afferma che &ldquo;il fine &egrave; nulla, il momento dello scontro &egrave; tutto&rdquo;, era gi&agrave; contestato da Lenin contro l&rsquo;empiriocriticismo di Richard Avenarius ed Ernst Mach, embrione filosofico dell&#8217;ipersoggettivismo operaista. Un estremismo ben al di l&agrave; dell&rsquo;infantilismo leniniano e un improponibile minimalismo politico mascherato di antagonismo che informa ancora totalmente di s&eacute; la strategia dell&rsquo;autonomia. Con la retorica degli spazi liberati e l&rsquo;elusione del controllo dello Stato, neanche pi&ugrave; del capitalista, come massimo obiettivo politico, se oggi la galassia antagonista abbandona ogni riferimento al mondo del lavoro, la discendenza dai nonni operaisti non pu&ograve; essere pi&ugrave; esemplificativa. Questi ultimi accusavano il lavoro di collaborazionismo col capitale; tanto pi&ugrave; doloso in quanto pleonastico. Ma, per tornare al film di Petri, essi poterono farlo senz&rsquo;altro. &Egrave; Lul&ugrave; Massa che, adottando questa condotta (e non &egrave; un caso se mai il movimento operaio fece sua la linea operaista), si ritrova realmente a morire di fame. Nel film, l&rsquo;operaio fordista interpretato da Gian Maria Volont&eacute;, si lascia convincere dai proclami degli studenti operaisti: rinuncia alla lotta e abbandona tutto, rovinando sempre pi&ugrave;. Si ritrover&agrave; a dormire sulle panche d&rsquo;una facolt&agrave; occupata, vivr&agrave; dell&rsquo;elemosina della tanto deprecata &ldquo;societ&agrave; produttiva&rdquo; e perder&agrave;, insieme col lavoro, la casa, la famiglia, la forza dell&rsquo;unione coi compagni, il futuro. Regredito, atomizzato e impotente nel vicolo cieco di un estremismo parolaio. Ma i suoi compagni, in fabbrica, lottano per lui, coi metodi propri e progressivi del movimento operaio. Ottenendone la riassunzione. Quanti muri deve abbattere la classe operaia! Quanti nemici ha, non solo tra chi suo nemico si dichiara, ma anche in chi se ne dice il miglior alleato!<\/p>\n<p>Definendo il comunismo &ldquo;un&rsquo;astrazione dogmatica&rdquo;, Tronti dir&agrave; che esso &ldquo;ha visto sorgere dinanzi a s&eacute; altre dottrine socialiste&rdquo; dove si sente evidentemente scagionato a riparare. Peccato che, ancora una volta, sia il contrario: la storia del pensiero socialista e del movimento operaio, che ai primordi era tutto e il suo contrario, ha via via selezionato il suo prodotto scientifico: il comunismo. Pu&ograve; sembrare impossibile, ma &egrave; cos&igrave;: pi&ugrave; di quanto potesse dentro il Pci, Tronti riusc&igrave; a far danni fuori. Dove, rivendendo le diapositive di un Marx in negativo a una generazione che aveva s&igrave; urgenza della rottura col Marx in salsa Pci, ma per tornare a quello bolscevico non per ulteriormente inquinarlo di nichilismo, prov&ograve; d&rsquo;essere, pi&ugrave; che un sovversivo, un irriducibile sovvertitore.<\/p>\n<p><strong>UN POSCRITTO E UNA PRECE<\/strong><\/p>\n<p>Quando Mario Tronti si accorge che le sue strampalate teorie sugli operai e contro gli operai, dagli operai separano in realt&agrave; tutti gli altri, studenti, intellettuali, lembi di piccola e media borghesia, col risultato che senza pi&ugrave; nessun contatto coi lavoratori, sorgono gruppi e sette giovanili che da s&eacute; e per s&eacute; soltanto decidono sia il momento del conflitto a fuoco contro il capitale e lo Stato, egli, impaurito, ritratter&agrave; dichiarando, a distanza neanche di cinque anni dall&rsquo;uscita del suo Necronomicon, che quel discorso non &egrave; pi&ugrave; valido e tutto &egrave; da ripensare. Fa in tempo a ricollocarsi prima che il 7 aprile &lsquo;79 colpisca anche lui come Negri e altri. Fa ritorno al Pci nel &lsquo;72 e, perdonato dal gruppo dirigente quale figliol prodigo, ne corona addirittura il Comitato centrale. Da allora sforna verbosi libri vittimistico-nostalgiaci sugli anni e i bei compagni della giovinezza operaista, torna a menarla a quando a quando con &ldquo;la tesi operaista&rdquo; in anamnesi senili e arronza sconclusionate morali circa la disfatta della sua linea e, con essa, della classe operaia tutta. Come in una matriosca stregata di aberrazioni, non smette di sottoprodurre, da ogni tossica categoria concettuale, infinite altre sempre pi&ugrave; tossiche. &Egrave; stato senatore fino al governo Gentiloni e la sua ultima pubblicazione, &ldquo;Dello spirito libero &ndash; Frammenti di vita e di pensiero&rdquo;, l&rsquo;ha presentata ai Musei capitolini insieme a Maria Elena Boschi. La ministra, non capendo un tubo della serqua di trontonate che a stento capiamo noi, al solo scopo di vezzeggiare l&rsquo;ultimo intellettuale rimasto nel Pd, e certamente l&rsquo;ultimo con un po&rsquo; di storia alle spalle, qual essa sia poco importa all&#8217;ipocrisia borghese, cos&igrave; ha sospirato: &ldquo;Tu ti presenti come uno sconfitto, ma io non ti ho mai pensato tale&rdquo;. Generosamente sorridendogli. La Boschi! &Egrave; superfluo ogni commento. <\/p>\n<p>Per il centenario della rivoluzione d&rsquo;ottobre, un suo rapsodico intervento in un&rsquo;aula frastornata e sonnolenta recitava cos&igrave;: &ldquo;Rivoluzione e terrore, se sono dunque inseparabili, dobbiamo per questo rassegnarci alla pratica di cosiddetti riformismi che per&ograve; mai riescono a mettere in discussione il rapporto, che poi &egrave; un rapporto di forza, tra il sotto e il sopra, tra il basso e l&rsquo;alto della societ&agrave;? &Egrave; il problema che ci pone ancora dopo un secolo quell&rsquo;ottobre del &lsquo;17&rdquo;. Con che faccia diceva questo dagli spalti di uno dei governi pi&ugrave; repressivi e reazionari della storia della repubblica italiana, se la risposta non &egrave; &ldquo;Per lustrarsi la nomea di indefesso ribelle e continuare a vendere per la DeriveApprodi&rdquo;, &egrave; ignota a noi e a lui, al cielo e alla terra, e a tutte le cose visibili e invisibili. Amen.<\/p>\n<p>Salvo Lo Galbo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un&#8217;analisi e decostruzione del revisionismo operaista ripercorso principalmente attraverso la carriera politica e filosofica del suo ideologo ed esponente maggiore, Mario Tronti &laquo;Operai, operaie, vi&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[16],"tags":[],"class_list":["post-66626","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-teoria","entry","simple"],"jetpack_featured_media_url":"","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/66626","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=66626"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/66626\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=66626"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=66626"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=66626"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}