{"id":67394,"date":"2020-08-14T00:00:00","date_gmt":"2020-08-14T00:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2020\/08\/14\/la-sollevazione-popolare-in-libano\/"},"modified":"2020-08-14T00:00:00","modified_gmt":"2020-08-14T00:00:00","slug":"la-sollevazione-popolare-in-libano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2020\/08\/14\/la-sollevazione-popolare-in-libano\/","title":{"rendered":"La sollevazione popolare in Libano"},"content":{"rendered":"<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/5440_lebanon-protests.jpg\" alt=\"5440_lebanon-protests.jpg\" \/><br \/>\n<br \/>La sollevazione popolare in Libano dopo la drammatica esplosione al porto di Beirut ha costretto alle dimissioni il governo Diab. La stessa sorte toccata a suo tempo al governo Hariri, anch&#8217;esso disarcionato dalla prima ribellione di massa iniziata il 17 ottobre 2019.<br \/>\n<br \/>Chi nutre una visione geopolitica e spesso complottistica della storia, secondo cui tutto ci&ograve; che avviene &egrave; deciso dietro le quinte da un pugno di burattinai (siano essi gli imperialismi, le multinazionali, Soros e Bill Gates&#8230;) che manovrerebbero le masse a proprio piacimento, avr&agrave; qualche difficolt&agrave; a interpretare la dinamica libanese. Perch&eacute; l&#8217;intero corso politico dell&#8217;ultimo anno nel paese dei cedri ha come primo protagonista la rivolta di massa contro un intero sistema di potere, e di poteri: quello che gli imperialismi e le potenze regionali avevano architettato per i libanesi.<\/p>\n<p><strong>EREDIT&Agrave; COLONIALE E SPARTIZIONE CONFESSIONALE<\/strong><\/p>\n<p>La divisione confessionale dello stato libanese &egrave; in ultima analisi un&#8217;eredit&agrave; coloniale. Dopo la disgregazione dell&#8217;impero ottomano seguito alla prima guerra mondiale, l&#8217;imperialismo francese e l&#8217;imperialismo inglese si spartirono le sue spoglie disegnando la geografia del Medio Oriente. Fu il trattato di Sykes Picot,<br \/>\n<br \/>1916, rivelato e denunciato agli occhi del mondo dalla rivoluzione bolscevica. La Francia ottenne il mandato per Libano e Siria, creature artificiali  del nuovo ordine stabilito con riga e compasso. La divisione confessionale del Libano fu la forma politica funzionale al suo controllo. La conquista dell&#8217;indipendenza nel 1943\/&#8217;45 preserv&ograve; questa eredit&agrave;, dandole nuove forme. Il lungo periodo dei trent&#8217;anni gloriosi del secondo dopoguerra consent&igrave; al Libano risorse economiche sufficienti per sostenere il proprio equilibrio interno fondato sull&#8217;alleanza tra borghesia sunnita e cristiana. Ricchezza finanziaria ed estraneit&agrave; alle guerre regionali sembrarono assegnare al Libano un insperato privilegio. Erano gli anni in cui il paese veniva chiamato, non a caso, la Svizzera del Medio Oriente.<br \/>\n<br \/>Ma alla met&agrave; degli anni &#8217;70 questo equilibrio croll&ograve;. La Svizzera del Medio Oriente si trasform&ograve; in breve tempo nel paese di una spietata guerra civile confessionale, tra il fronte cristiano maronita e il fronte arabo musulmano, sostenuto dai palestinesi e dalla minoranza drusa (Jumblatt). Una guerra estenuante, che dal 1975 al 1990 trasform&ograve; il Libano in un cumulo di rovine, a partire da Beirut. L&#8217;equilibrio tra le confessioni religiose fu ristabilito solo dopo quindici anni col concorso decisivo delle potenze imperialiste, in primis USA, Francia, Italia, che dal 1982 &ndash; dopo l&#8217;aggressione sionista all&#8217;OLP e alla sua presenza libanese &ndash; investirono in Libano una propria presenza militare quale garante dello status quo.<br \/>\n<br \/>Il sistema da allora vigente ha recuperato la vecchia spartizione delle funzioni istituzionali definita nel 1943 tra le minoranze etniche e religiose: la guida del governo ai sunniti, la presidenza della repubblica e la guida dell&#8217;esercito ai cristiano-maroniti, la presidenza del Parlamento agli sciiti. Il sistema di voto (proporzionale dal 2018) &egrave; blindato e distorto da questa spartizione corporativa, che ha retto nel tempo a prove difficili, come le guerre del Golfo, la nuova guerra libano-israeliana del 2006 e il contrasto tra USA e Iran. Persino la prima onda delle rivoluzioni arabe e la lunga guerra siriana sembrarono risparmiare gli equilibri libanesi, dove dal 2009 la nuova alleanza di governo tra una parte della comunit&agrave; cristiano-maronita guidata dal generale Aoun e il &ldquo;Partito di Dio&rdquo; filoiraniano Hezbollah sanc&igrave; una sorta di  pacificazione nazionale. Con l&#8217;Arabia Saudita, nemica dell&#8217;Iran, nel ruolo di protettrice della borghesia sunnita (famiglia Hariri).<\/p>\n<p><strong>UN CAPITALISMO LIBANESE SUPERPARASSITARIO<\/strong><\/p>\n<p>La pace interna poggiava in realt&agrave; su basi fragili. Prima la crisi capitalistica internazionale, poi la seconda ondata delle rivoluzioni arabe hanno destrutturato il regime nelle sue fondamenta.<\/p>\n<p>Il capitalismo libanese ha assunto nel lungo periodo una natura particolarmente parassitaria. Beirut ha operato per decenni come deposito di grandi investimenti immobiliari e finanziari. La ricostruzione degli anni &#8217;90 dopo la guerra civile &egrave; stato un volano di tali investimenti, provenienti dai paesi imperialisti e dalle monarchie del Golfo. Una ristretta oligarchia finanziaria &ndash; cristiana, sunnita, sciita &ndash; si &egrave; smisuratamente arricchita in un rapporto osmotico col grande capitale internazionale. Oggi il 5% della societ&agrave; libanese concentra nelle proprie mani il 70% della ricchezza nazionale. Lo Stato confessionale opera come intermediario e agenzia del capitale finanziario: prende a prestito dalle sessanta banche private del paese a tassi di interessi altissimi, indebitandosi a dismisura, mentre l&#8217;estrema debolezza della produzione industriale costringe il Libano a importare ogni bene di prima necessit&agrave;, dagli alimenti ai medicinali, con un deficit strutturale della bilancia dei pagamenti (3,7 miliardi di esportazioni e 20 miliardi di importazioni) e un ulteriore incremento del debito pubblico. L&#8217;evasione fiscale delle grandi ricchezze e il peso della corruzione endemica hanno fatto il resto. Intanto molte banche hanno chiuso i battenti, ma solo dopo aver portato all&#8217;estero 6 miliardi di dollari, i risparmi dei cittadini libanesi. Il default dello Stato nel marzo 2020, il crollo della lira libanese, lo sviluppo di una inflazione annua del 60% sui beni primari, sono lo sbocco di questa spirale rovinosa.<\/p>\n<p><strong>&ldquo;ANDATEVENE TUTTI, E TUTTI VUOL DIRE TUTTI&rdquo;.<br \/>\n<br \/>CARATTERI E DINAMICA DI UNA RIVOLUZIONE<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;ascesa di massa dell&#8217;ottobre 2019 &egrave; inseparabile da tale contesto.<br \/>\n<br \/>L&#8217;innesco della rivolta, come spesso accade, &egrave; stato casuale: l&#8217;aumento della tassa sulle comunicazioni Whatsapp. Ma le sue radici erano e sono profonde. Da un lato, la mobilitazione ha raccolto la nuova spinta della seconda fase delle rivoluzione arabe e medio-orientali (Algeria, Iraq, Sudan), a partire dalle loro rivendicazioni democratiche. Dall&#8217;altro, si &egrave; rivolta contro l&#8217;insieme della classe dirigente libanese in tutte le sue espressioni politiche e istituzionali, quale responsabile del crollo del paese. <\/p>\n<p>Il tratto caratterizzante della ribellione di massa in Libano (come del resto in Iraq) &egrave; il suo carattere aconfessionale. &Egrave; la rottura dei vecchi recinti etnici, religiosi, settari che per un lungo periodo storico hanno diviso e frantumato il proletariato libanese e le classi subalterne a vantaggio della borghesia, dell&#8217;imperialismo, delle diverse potenze regionali. La parola d&#8217;ordine &ldquo;non siamo n&eacute; sunniti n&eacute; cristiani n&eacute; sciiti, siamo libanesi&rdquo; &egrave; divenuta una parola d&#8217;ordine di massa, in una dinamica di movimento che ha investito il Nord sunnita e cristiano e il Sud sciita, e che per questo si &egrave; posta in rotta di collisione con i diversi partiti confessionali della borghesia. &Egrave; una parola d&#8217;ordine democratica che rivendica l&#8217;eguaglianza e la laicit&agrave; dello Stato contro la sua spartizione. Non &egrave; un caso che sia la giovane generazione la protagonista della ribellione. Una giovane generazione che non ha vissuto la guerra civile degli anni &#8217;70 e &#8217;80, che non &egrave; stata irregimentata dalle diverse confessioni, ma che ha vissuto sulla propria pelle la comune condizione di miseria, di disoccupazione, di privazione di futuro.<\/p>\n<p>Per la stessa ragione &egrave; molto significativa la partecipazione delle donne alla rivoluzione. Il patto tra i clan confessionali, il profilo reazionario delle loro leadership, ha comportato la sistematica negazione dei diritti democratici delle donne libanesi, su ogni terreno. L&#8217;unit&agrave; di governo tra reazionari maroniti e reazionari sciiti si &egrave; consumata in primo luogo contro di loro. La sollevazione anticonfessionale ha dunque trovato le donne in prima fila, a partire dalle giovanissime, con lo sviluppo di un imponente movimento femminista nazionale organizzato, a Nord e a Sud.<\/p>\n<p>La pandemia ha frenato e interrotto questa mobilitazione multiforme negli ultimi mesi. L&#8217;immane tragedia dell&#8217;esplosione di Beirut, fotografia perfetta del fallimento di un regime, l&#8217;ha oggi rilanciata e radicalizzata. L&#8217;assalto ai palazzi del potere di sabato 8 agosto, l&#8217;occupazione e devastazione della sede associativa delle banche, hanno espresso la radicale volont&agrave; di rottura della giovent&ugrave; libanese con la propria classe dominante. Il tentativo di quest&#8217;ultima di dirottare la crisi politica verso nuove elezioni &egrave; al momento fallito, perch&eacute; privo di credibilit&agrave;. Nuove elezioni con le vecchie regole sarebbero non solo un salvacondotto per i partiti dominanti ma la riproduzione del loro sistema spartitorio. &ldquo;<em>Andatevene tutti, e tutti vuol dire tutti!<\/em>&rdquo; &egrave; la replica di massa a questa profferta.<\/p>\n<p><strong>LA DEBOLEZZA DEL MOVIMENTO OPERAIO LIBANESE<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;esplosione di massa dell&#8217;ultimo anno ha scavalcato il movimento operaio organizzato. Il movimento operaio libanese &egrave; stato fortemente indebolito nella sua lunga storia dalla divisione confessionale del paese. I partiti confessionali hanno lavorato sistematicamente per la sua frantumazione. In particolare la Confederazione Generale dei Lavoratori Libanesi (CGTL) &egrave; stata terreno di spartizione tra i partiti dominanti. Ogni partito settario ha costruito il proprio sindacato di categoria per pesare maggiormente nella Confederazione, col risultato di dividere le forze e paralizzarne l&#8217;azione. <\/p>\n<p>La Commissione di Coordinamento dei Sindacati (UCC), quale sindacato alternativo, ha svolto invece un ruolo importante nel ciclo di lotte operaie dal 2011 al 2014 attorno a rivendicazioni economiche elementari (aumenti salariali, diritti di contrattazione, rifiuto dell&#8217;austerit&agrave;). Un ciclo di lotte che ha visto la crescita dei livelli di sindacalizzazione nei diversi settori: tra i portuali (baricentro storico del proletariato libanese), fra gli insegnanti (per lo pi&ugrave; dipendenti di scuole private religiose), nel personale sanitario (in particolare fra le infermiere). Ma contro questo processo di sindacalizzazione ha lavorato l&#8217;intero fronte dei partiti dominanti, con l&#8217;obiettivo di spezzarne la dinamica e disinnescare il contagio. Nel 2015 il blocco dei partiti confessionali ha recuperato il proprio controllo sull&#8217;UCC impedendo l&#8217;elezione ai suoi vertici di una candidatura &#8220;di sinistra&#8221;, Hanna Gharil. L&#8217;indebolimento di UCC ha favorito l&#8217;arretramento della classe lavoratrice e del suo livello di organizzazione proprio alla vigilia dell&#8217;esplosione rivoluzionaria e della crisi verticale del regime.<\/p>\n<p>La politica del Partito Comunista Libanese, di estrazione stalinista, legato strettamente al Partito Comunista Siriano filo-assadista, &egrave; stata subalterna, al di l&agrave; dei proclami, a questa dinamica generale. La partecipazione del Partito Comunista Libanese a partire dal 2008 ad un blocco politico con Hezbollah e con forze borghesi confessionali, la cosiddetta &ldquo;Alleanza dell&#8217;8 marzo&rdquo;, lo ha di fatto subordinato al bipolarismo dominante, privandolo di un possibile ruolo alternativo.<br \/>\n<br \/>La debolezza del movimento operaio rappresenta a sua volta un punto debole della rivoluzione libanese.<\/p>\n<p><strong>LE MANOVRE DELLA REAZIONE E DELL&#8217;IMPERIALISMO, FRANCIA IN TESTA<\/strong><\/p>\n<p>La coscienza politica della ribellione &egrave; pi&ugrave; arretrata della sua azione, come accade frequentemente nelle dinamiche di massa.<br \/>\n<br \/>Il movimento si articola in una miriade di comitati di scopo e di associazioni ( &ldquo;movimento contro il caro prezzi&rdquo;, &ldquo;comitato contro il pagamento del debito pubblico&rdquo;, &ldquo;osservatorio popolare per la lotta alla corruzione&rdquo;, &ldquo;comitato sui rifiuti urbani&rdquo;, ecc.), ma manca di ogni centralizzazione e direzione politica unificante, mentre la disperazione sociale e letteralmente la fame allargano il proprio raggio ogni giorno di pi&ugrave;, in un paese in cui tra quindici giorni rischia di mancare la farina e il pane, mentre la pandemia moltiplica contagi e morti. E a fronte di un sistema sanitario costosissimo, largamente privato, e in buona parte crollato, come denuncia Medici Senza Frontiere.<\/p>\n<p>&Egrave; in questo spazio che si sviluppano le manovre politiche per indebolire e dividere la mobilitazione. Settori di destra cristiana reazionaria legati al partito falangista dei Gemayel, ad esempio il gruppo di ex ufficiali che chiedono l&#8217;aumento delle proprie pensioni, cercano di inserirsi nella rivolta per indirizzarla unilateralmente contro Hezbollah e Amal, in una logica di richiamo della foresta della vecchia pulsione settaria. Specularmente, il Partito di Dio fa leva sulla campagna di Gemayel per recuperare consenso presso la giovent&ugrave; sciita che gli &egrave; sfuggita di mano, e richiamarla all&#8217;unit&agrave; confessionale. <\/p>\n<p>Ma &egrave; soprattutto l&#8217;imperialismo che bussa alla porta di un Libano collassato. La Francia di Macron si offre nelle vesti di salvatrice del Libano, e addirittura della sua rivoluzione: 250 milioni di euro come primo obolo &laquo;direttamente destinato al popolo, non ai suoi governanti&raquo;, recita il Presidente francese, chiedendo in cambio riforme economiche risolutrici. Quali? Ad esempio un drastico taglio delle spese sociali per rendere solvibile il Libano presso il capitale finanziario, anche francese. E chi dovrebbe realizzare queste riforme? Un nuovo governo selezionato dai creditori, sotto il loro controllo. Il plauso di alcuni settori popolari all&#8217;offerta francese riflette ad un tempo ingenuit&agrave; e disperazione.<br \/>\n<br \/>Non mancano peraltro le contraddizioni d&#8217;interesse tra gli imperialismi. La Francia, per ingraziarsi il senso comune popolare, chiede una inchiesta internazionale sull&#8217;esplosione al porto di Beirut, perch&eacute; &ldquo;non &egrave; possibile aver fiducia in una commissione d&#8217;inchiesta gestita dai governanti libanesi&rdquo;. Ma gli USA si oppongono, perch&eacute; temono che la commissione offra alla Francia un palcoscenico troppo ampio. Quanto all&#8217;Italia, il ministro degli esteri Luigi Di Maio non vuole essere emarginato dall&#8217;iniziativa francese e si affretta a dichiarare che il Libano &egrave; per l&#8217;Italia &laquo;una seconda casa&raquo; (!), e che per questo dirige la missione militare UNIFIL nel Sud Libano, una missione che proprio il 31 agosto dovr&agrave; rinnovare il proprio mandato.<br \/>\n<br \/>Di certo la seconda ricostruzione del Libano &egrave; un boccone  ghiotto per gli imperialismi. E non solo in termini economici, ma anche come postazione strategica nel rimescolamento degli equilibri generali in Medio Oriente.<\/p>\n<p><strong>PROGRAMMA DI EMERGENZA E PROSPETTIVA RIVOLUZIONARIA<\/strong><\/p>\n<p>Ma non sar&agrave; l&#8217;imperialismo a salvare il Libano. Il colonialismo francese &egrave; la radice storica del dramma, non pu&ograve; essere la sua soluzione. In ogni caso non pu&ograve; esserlo per la classe lavoratrice, i disoccupati, la popolazione povera del paese. Al contrario, non pu&ograve; esservi alcuna soluzione progressiva della crisi politica, economica, sociale, istituzionale, sanitaria senza una rottura drastica con l&#8217;imperialismo, a partire dalla cancellazione del gigantesco debito pubblico. I cosiddetti aiuti dell&#8217;imperialismo servono solo a garantire laute commesse per la ricostruzione e a pagare gli strozzini del capitale finanziario. Senza recidere la dipendenza economica dall&#8217;imperialismo, innanzitutto europeo, e dalle potenze regionali &ndash; Arabia Saudita e Iran in primis &ndash; non &egrave; possibile alcun controllo sulla ricostruzione e alcuna prospettiva di emancipazione sociale. Cancellare il debito pubblico con l&#8217;imperialismo, nazionalizzare senza indennizzo per i grandi azionisti l&#8217;intero sistema bancario, sono la prima voce di un programma di emergenza, assieme all&#8217;esproprio dei capitalisti libanesi e alla cacciata di tutti i loro partiti.<\/p>\n<p>Questo programma &egrave; inseparabile dall&#8217;unificazione di un fronte di massa che raccolga tutte le domande di liberazione: le domande di emancipazione della classe lavoratrice, dell&#8217;industria, del commercio, dell&#8217;amministrazione pubblica, a partire da una scala mobile dei salari contro il carovita, un controllo popolare sui prezzi, un piano di investimenti pubblici nella sanit&agrave; (che va interamente nazionalizzata), nei trasporti, nel risanamento ecologico, che offra lavoro all&#8217;enorme massa dei giovani disoccupati, mettendola al servizio della ricostruzione. Ma anche le domande e i diritti dei rifugiati siriani, spesso usati come manovalanza ricattabile e al tempo stesso bersaglio di campagne xenofobe; e del mezzo milione di palestinesi, costretti da decenni a vivere nei campi, senza servizi e senza tetto, in una condizione ignobile di degrado.<\/p>\n<p>Questo programma di lotta salda le ragioni dell&#8217;emergenza libanese con la prospettiva della rivoluzione araba e medio orientale, che va ben al di l&agrave; dei confini del Libano. Una prospettiva che cancelli alla radice ogni eredit&agrave; coloniale, a partire dallo Stato sionista, affermi il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese e del popolo curdo, unifichi il Medio Oriente in una grande federazione di popoli liberi. Ci&ograve; che pu&ograve; avvenire solo su basi socialiste.<br \/>\n<br \/>Questo programma ha bisogno di un partito rivoluzionario internazionale capace di conquistare sul campo la propria credibilit&agrave; di direzione alternativa, in Libano, in Algeria, in Iraq, ovunque la rivoluzione rialzi la testa.<\/p>\n<p><strong>CON LA RIVOLUZIONE, PER UNA SUA DIREZIONE ANTICAPITALISTA<\/strong><\/p>\n<p>Leggeremo lo sviluppo della crisi libanese col metodo dei marxisti, che vedono i processi rivoluzionari ovunque si manifestino, nella diversit&agrave; delle loro forme, dinamiche, contraddizioni; e che al tempo stesso non si affidano alla spontaneit&agrave; dei movimenti, ma pongono la questione decisiva dello sviluppo della loro coscienza e direzione. &Egrave; il metodo con cui abbiamo riconosciuto e sostenuto le rivoluzioni arabe, contro ogni sostegno ai regimi oppressivi cui si ribellavano (come ha fatto tanta parte del campismo di estrazione stalinista); ma senza mai subordinarci alle loro direzioni liberali, piccolo-borghesi e filoimperialiste, che le hanno portate alla disfatta in Tunisia, in Egitto, in Siria, come hanno fatto i pi&ugrave; diversi ambienti movimentisti.<\/p>\n<p>Autonomia dei comunisti in funzione della lotta per l&#8217;egemonia anticapitalista nei movimenti di massa: &egrave; la politica di Lenin e di Trotsky, dell&#8217;Internazionale comunista dei tempi migliori. &Egrave; la politica che lo scenario mondiale rende ogni giorno pi&ugrave; attuale, quale unica possibile alternativa, in Libano e ovunque.<\/p>\n<p>Partito Comunista dei Lavoratori<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La sollevazione popolare in Libano dopo la drammatica esplosione al porto di Beirut ha costretto alle dimissioni il governo Diab. 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