{"id":67982,"date":"2022-07-28T00:00:00","date_gmt":"2022-07-28T00:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2022\/07\/28\/venti-di-rivolta-soffiano-in-karakalpakstan\/"},"modified":"2022-07-28T00:00:00","modified_gmt":"2022-07-28T00:00:00","slug":"venti-di-rivolta-soffiano-in-karakalpakstan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/index.php\/2022\/07\/28\/venti-di-rivolta-soffiano-in-karakalpakstan\/","title":{"rendered":"Venti di rivolta soffiano in Karakalpakstan"},"content":{"rendered":"<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/testblogarticle.thelegendfitness.it\/wp-content\/uploads\/2024\/03\/6388_foto.jpg\" alt=\"6388_foto.jpg\" \/><br \/>\n<br \/>Sono quasi tre settimane che il Karakalpakstan &egrave; stato scosso dalla rivolta, ora sopita ma non estinta. Si tratta del pi&ugrave; importante moto di protesta in Uzbekistan dopo il massacro poliziesco di Andijan avvenuto nel 2005 e la seconda importante quasi-insurrezione dell&rsquo;anno in Asia centrale, dopo le accese proteste in Kazakistan. <\/p>\n<p>Chiaramente le notizie sono passate in sordina, a causa del generale disinteresse della stampa ma anche perch&eacute; penetrare la pesante cappa posata sull&rsquo;informazione e sulla libert&agrave; di parola &egrave; difficile, vista la stretta repressiva e la difficile situazione dei media, dei giornalisti e dell&rsquo;opposizione in Uzbekistan.<\/p>\n<p>&Egrave; necessario, innanzitutto, spiegare di cosa si parla quando si discute di Karakalpakstan. Si tratta dell&rsquo;unica nazione non ancora indipendente dell&#8217;ex area centro-asiatica sovietica (fatta eccezione per i Pamiri del Gorno-Badakhshan, in Tagikistan) e oggi assoggettata all&#8217;Uzbekistan. Precedentemente, questo territorio era conosciuto come Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Karakalpaka all&#8217;interno della RSS uzbeka, mentre ancor prima godeva giustamente dello status di repubblica federale a s&eacute; stante, dal 1932 al 1936, e in precedenza era stato un Oblast&#8217; autonomo nella RSS kazaka dal 1925. Con la dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica ha attraversato un brevissimo periodo di indipendenza politica (pi&ugrave; de jure che non nella pratica), per poi essere riannessa all&#8217;Uzbekistan con lo status costituzionale di Repubblica autonoma a cui &egrave; garantito il diritto all&#8217;indipendenza e all&rsquo;autodeterminazione (diritto costituzionale erede dei principi della prima URSS, inesistente in quasi tutto l'&#8221;occidente&#8221;, dove da sempre vige l&#8217;ossessione reazionaria per la cosiddetta &#8220;unit&agrave; nazionale&#8221;). <\/p>\n<p>I karakalpaki, i &ldquo;nativi&rdquo; della repubblica, sono un popolo pi&ugrave; vicino ai kazaki che agli uzbeki, in particolare dal punto di vista linguistico (il karakalpako e il kazako, oltre che il nogai, fanno parte del sottogruppo Kipchak delle lingue turche-altaiche), e sono celebri per i particolari cappelli neri, da cui prendono il nome. Al giorno d&rsquo;oggi, la demografia della repubblica &egrave; poco chiara: i Karakalpaki variano dai 700.000 al milione (senza contare un numero indefinibile di migranti in Kazakistan, ufficialmente meno di 3000, ma molto pi&ugrave; probabilmente sono oltre i 300.000; altre migliaia si trovano tra il Kirghizistan e il Turkmenistan, ma il censimento talvolta &egrave; complicato visto che spesso adottano la cittadinanza e la nazionalit&agrave; dello Stato titolare per accedere all&rsquo;assistenza sociale del paese di residenza e in Uzbekistan si dichiarano uzbeki per avere meno problemi nella ricerca di lavoro), gli uzbeki sono all&rsquo;incirca 700.000, i kazaki 300.000\/400.000 e i restanti sono divisi tra altre minoranze, in maggioranza turkmeni, tatari e russi, per un totale di circa due milioni di abitanti, in maggioranza dislocati nelle aree rurali.<\/p>\n<p>Il paese &egrave; dotato di tutti gli elementi di una nazione indipendente: letteratura nazionale (l&rsquo;autore pi&ugrave; conosciuto &egrave; il poeta &Aacute;jiniyaz), bandiera, stemma, inno, costituzione adottata nel 1993, parlamento eletto ogni cinque anni e una sorta di primo ministro (governo comunque dipendente e approvato da quello dello Stato uzbeko, che di fatto lo manovra a proprio piacimento, e sono rappresentati gli stessi identici partiti, rendendo cos&igrave; l&#8217;autonomia soltanto un principio di facciata). L&#8217;autonomia culturale &egrave; sulla carta ampiamente rispettata: la lingua ha lo status di ufficialit&agrave;, &egrave; insegnata nelle scuole (anche ai livelli pi&ugrave; alti), media e governo si preoccupano di fornire l&rsquo;informazione e i documenti bilingui, senza particolari pressioni e forzature da parte dello Stato per una uzbekizzazione della popolazione (cose impensabili per le popolazioni pi&ugrave; piccole di paesi come la Francia e l&#8217;Italia, per esempio, dove bretoni, sardi, friulani, occitani ecc. non hanno mai potuto godere di simili diritti e tantomeno di quello di secessione; il solo essere riconosciuti come popolazioni a s&eacute; stanti e con pari dignit&agrave; di quelle pi&ugrave; grandi &egrave; apparentemente un lusso inconcepibile).<\/p>\n<p>Il territorio della Repubblica autonoma &egrave; un terzo di quello dello Stato, ma con una popolazione che &egrave; a malapena il 5% di quella dell&rsquo;intero Uzbekistan. L&rsquo;economia del territorio, prevalentemente desertico (l&rsquo;importanza del celebre lago d&rsquo;Aral &egrave; notevolmente diminuita a causa del suo quasi completo prosciugamento) e con una scarsa presenza di infrastrutture, &egrave; caratterizzata soprattutto dalle miniere e dalle risorse naturali e alcuni giacimenti di petrolio (nel 2018 sono state scoperte nuove riserve di gas che hanno reso il territorio ancor pi&ugrave; appetibile e interessante per il governo centrale), e in misura minore l&rsquo;agricoltura e l&rsquo;allevamento. L&rsquo;ineguale distribuzione della ricchezza e delle risorse della regione rende complicata l&rsquo;autosufficienza della nazione, che difficilmente pu&ograve; avvenire se queste risorse non saranno rilocate, utilizzate e controllate dalla classe lavoratrice del Karakalpakstan, costretta al giorno d&rsquo;oggi all&rsquo;emigrazione per sfuggire alle durissime condizioni di vita e alla povert&agrave;. Per questo &egrave; necessario intraprendere un cambiamento in favore della trasformazione in senso socialista della societ&agrave; dell&rsquo;Asia centrale, con un Karakalpakstan progressista, indipendente e possibilmente inserito nel quadro di una federazione con gli altri popoli dell&rsquo;area, ispirata dagli stessi ideali emancipatori e dal diritto di autodeterminazione delle nazionalit&agrave;. In ogni caso, una prossima indipendenza politica potr&agrave; tutelare il popolo karakalpako da possibili repressioni di massa da parte del governo centrale di Tashkent e dai possibili futuri tentativi di assimilazione forzata dello stesso.<\/p>\n<p>Ma cosa sta accadendo in questa nazione semi-sconosciuta e desertica? Questo primo luglio, migliaia di persone hanno manifestato nelle vie della capitale, Nukus, contro il governo centrale di Tashkent e le riforme costituzionali in atto (ma anche in altre citt&agrave;, come Chimboy e Mo&amp;#699;ynoq, ci sono state proteste). C&rsquo;&egrave; stata una rapida escalation di violenza la stessa notte, che pare abbia portato al tentativo di occupare alcuni edifici governativi e alla brutale repressione attuata dalle forze istituzionali ha portato a 18 morti e a 243 feriti; secondo le fonti ufficiali ci sono stati anche 516 arresti [1]. A riprova di una certa intensit&agrave; e supporto degli scontri, le forze governative per reprimere le proteste hanno dovuto ricorrere a forze non locali, perch&eacute; diversi membri delle forze dell&rsquo;ordine del Karakalpakstan si sono schierati con i manifestanti. Gli scontri con le forze governative si sono prolungati nella capitale Nukus, ma non &egrave; ci dato conoscere la situazione attuale.<\/p>\n<p>Il principale motivo del contenzioso &egrave; l&rsquo;avviamento di un processo di modifica di alcuni articoli della costituzione, tra cui quello che riconosce il diritto all&#8217;autonomia politica e alla secessione del Karakalpakstan tramite un referendum. Di fatto, se non ci fossero state proteste cos&igrave; intense, la nazione sarebbe divenuta una semplice provincia dello Stato. Ovviamente il presidente uzbeko, Shavkat Mirziyoyev, costretto ad abbandonare i suoi propositi dalla sollevazione popolare, si &egrave; lasciato andare a viscide dichiarazioni sulla fratellanza dei due popoli, ormai &ldquo;divenuti uno solo&rdquo;[2], che in altre parole sono un invito all&rsquo;assimilazione alla maggioranza uzbeka e all&rsquo;abbandono di qualsiasi rivendicazione nazionale; non ha mancato ovviamente di affermare che i fomentatori di eventuali disordini separatisti saranno severamente puniti. Nel frattempo, si &egrave; preoccupato di procedere all&rsquo;applicazione dello stato d&rsquo;emergenza della durata di un mese (e una forte stretta sui media e su Internet) in nome della &ldquo;sicurezza dei cittadini, per la protezione dei loro diritti e libert&agrave;&rdquo; e &ldquo;per la restaurazione della legge e dell&rsquo;ordine&rdquo; (tipica fraseologia che tutti i regimi borghesi utilizzano di fronte alle rivolte antigovernative, in aggiunta alle solite lagnanze sulle violenze dei dimostranti e ad altre formule squisitamente repetita iuvant) e non sembra aver cambiato idea sul resto delle riforme costituzionali (un totale di 170 emendamenti, la maggioranza piuttosto vaga), che prevedono l&rsquo;aumento degli anni previsti per la carica presidenziale da cinque a sette e, guarda un po&rsquo; che caso fortuito, l&rsquo;azzeramento degli anni accumulati alla carica di presidente da parte di Mirziyoyev, gi&agrave; al secondo mandato (dall&rsquo;ottobre 2021, quando ha sbaragliato &ldquo;addirittura&rdquo; quattro semi-sconosciuti candidati, anch&rsquo;essi filo-governativi, mentre ai partiti d&rsquo;opposizione non &egrave; stato permesso di partecipare alle elezioni con i loro candidati), permettendogli cos&igrave; di bypassare il limite di due cariche (dandogli mano libera per almeno altri quattordici anni). Mirziyoyev ha affermato di aver avviato un processo di costruzione di un &ldquo;nuovo Uzbekistan&rdquo;. Alla faccia, novit&agrave; strabilianti che sanno di vecchio e di muffa autocratica.<\/p>\n<p>Un famoso referendum sull&rsquo;indipendenza o meno si sarebbe dovuto tenere gi&agrave; nel 2013, a vent&rsquo;anni dall&rsquo;unificazione dei due territori nel 1993, com&rsquo;era previsto dall&rsquo;accordo ai tempi dell&rsquo;annessione, ma &egrave; ovviamente rimasto lettera morta. Nel 2021 gi&agrave; altri scontri erano avvenuti a causa delle pressioni da parte del governo uzbeko per una pi&ugrave; rapida transizione della forma scritta della lingua dal cirillico all&rsquo;alfabeto latino, senza aver per&ograve; chiesto il consenso alla popolazione karakalpaka.<\/p>\n<p>Appunto necessario: il sottoscritto gi&agrave; ha avuto modo di adocchiare in alcuni commenti sui social network ridicole teorie e insinuazioni su una possibile &ldquo;rivoluzione colorata&rdquo; in Karakalpakstan con l&rsquo;obiettivo di destabilizzare l&rsquo;Uzbekistan. Non per sminuire l&rsquo;importanza di questo Stato, tutt&rsquo;altro che risibile, ma c&rsquo;&egrave; da dubitare che il principale sogno delle potenze occidentali di questi tempi sia la destabilizzazione dell&rsquo;Uzbekistan. Le incredibili lagnanze sulle &ldquo;rivoluzioni colorate&rdquo; o &ldquo;arcobaleno&rdquo; sostenute da una parte dei settori della Sinistra non hanno alcuna credibilit&agrave; teoretica, ma vista la popolarit&agrave; di cui godono queste scempiaggini &egrave; necessario parlarne. Questo non vuol dire che i governi occidentali non colgono le opportunit&agrave; di colpire avversari politici ed economici sfruttandone le rivolte interne, ma da qui ad affermare che queste insurrezioni nascano e crescano soltanto grazie ai &ldquo;dollari&rdquo; e agli &ldquo;euro&rdquo; dei servizi segreti stranieri &egrave; sintomo di estraniamento dalla realt&agrave; delle cose e di completa mancanza di analisi strutturale degli avvenimenti nel mondo che rasenta la tipica teologia dei numi tutelari del complottismo.<\/p>\n<p>La maggior parte di queste rivolte &ldquo;arcobaleno&rdquo; &egrave; nata sull&rsquo;onda della legittima insoddisfazione delle masse nei confronti dei loro governi e oppressori, promotori di politiche borghesi e\/o nazionaliste, caratterizzati e appoggiati da elementi di presunta Sinistra soltanto perch&eacute; ostili all&rsquo;Unione Europea e agli Stati Uniti. Questa ostilit&agrave; nei confronti dei governi occidentali non &egrave; certo motivo di demerito, ma &egrave; semplicemente ridicolo pensare che questi Stati, spesso estremamente reazionari, possano traghettare la rivoluzione verso il comunismo o una qualsiasi forma di progressismo. Ci si pu&ograve; spremere le meningi quanto si desidera, ma non sorger&agrave; mai in nessun modo una minima intuizione che possa suggerire che l&rsquo;Iran, la Bielorussia o il Kazakistan vogliano liberare il proletariato internazionale: non provano a liberare neppure il proletariato nei loro paesi. Basterebbe chiedere ai rivoluzionari di questi Stati la loro opinione, ma a quanto pare per le aree pi&ugrave; &ldquo;sovraniste&rdquo; della &ldquo;Sinistra&rdquo; &egrave; pi&ugrave; divertente parlare di &ldquo;geopolitica&rdquo; come se la lotta politica fosse una partita a Risiko, piuttosto di disquisire sul controllo operaio dei mezzi di produzione. Il vero problema delle cosiddette &ldquo;rivoluzioni colorate&rdquo; &egrave; che il proletariato e i movimenti rivoluzionari non sono stati in grado di cavalcare queste ondate di rivolta e di porre all&rsquo;ordine del giorno l&rsquo;obiettivo della costituzione di governi dei lavoratori e delle lavoratrici; cio&egrave;, il movimento rivoluzionario non &egrave; stato capace di egemonizzare queste proteste e insurrezioni, lasciando libero campo ai settori borghesi.<\/p>\n<p>Perch&eacute; non c&rsquo;&egrave; un tentativo di &ldquo;rivoluzione colorata&rdquo; innescato dall&rsquo;estero nel territorio uzbeko? Innanzitutto, per tutti i motivi di cui sopra: le proteste in Karakalpakstan sono scaturite successivamente a un tentativo di reprimere il diritto a esistere come entit&agrave; politica di un&rsquo;intera nazione (con la scusa di poterla &ldquo;integrare&rdquo;), non perch&eacute; gli influencer statunitensi hanno cominciato a pubblicare video su Tik Tok e Instagram chiedendo l&rsquo;indipendenza del Karakalpakstan o perch&eacute; qualche sorta di George Soros ha scoperto un posticino nel cuore e nel portafoglio per i piccoli popoli dell&rsquo;Asia centrale. Inoltre, non c&rsquo;&egrave; bisogno di essere accecati dalla presunta &ldquo;propaganda americana&rdquo; per desiderare il crollo di un governo come quello dell&rsquo;Uzbekistan responsabile della repressione dei diritti fondamentali, della persecuzione delle minoranze religiose, di torture e violenze nei confronti dei suoi stessi cittadini, della violenza e repressione nei confronti della comunit&agrave; LGBTQ+ (esemplare l&rsquo;articolo 120 del codice criminale del 1994 della Repubblica dell&rsquo;Uzbekistan che &ldquo;punisce i rapporti omosessuali con una pena di 3 anni&rdquo;) e di politiche di carattere patriarcale.<\/p>\n<p>Il partito di governo, lo stesso ovviamente del primo ministro Abdulla Aripov e del presidente Shavkat Mirziyoyev, &egrave; il Partito Liberale Democratico dell&#8217;Uzbekistan, ovviamente reazionario e antisocialista. &Egrave; nato come creatura personale di Islom Karimov, ultimo presidente della RSS uzbeka e capo regime dell&#8217;Uzbekistan post-indipendenza: il suo periodo di &ldquo;regno&rdquo; &egrave; famoso per l&rsquo;uso della tortura e dell&#8217;omicidio istituzionalizzati e per, diciamo, una &#8220;scarsa simpatia&#8221; nei confronti degli oppositori politici. &Egrave; stato un governo, quello di Aripov, sopravvissuto grazie ai brogli elettorali e alla corruzione diffusa dalla dissoluzione dell&#8217;URSS fino alla sua morte nel 2016, quando &egrave; stato sostituito dal nuovo &ldquo;sovrano illuminato&rdquo;, Mirziyoyev, che ha avviato qualche riforma e apertura e ha smantellato la prigione di Jaslyk nel settembre 2019, che costituiva il principale rapporto tra Aripov e il Karakalpakstan, prigione celebre per essere stato un centro di detenzione per gli attivisti per i diritti umani e gli oppositori, sottoposti a terribili torture al suo interno.<\/p>\n<p>In secondo luogo, a sfatare questo emergente mito rivoluzionario cromatico, la collaborazione dello Stato uzbeko con i governi occidentali. L&rsquo;Uzbekistan, infatti, &egrave; l&rsquo;unico dell&rsquo;area che non fa parte dell&rsquo;Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, che raccoglie i pi&ugrave; stretti alleati della Russia (o in altre parole, le nazioni sostanzialmente trattate come sudditi dall&rsquo;imperialismo russo, come l&rsquo;Armenia) e che &egrave; intervenuta nella repressione delle proteste in Kazakistan di quest&rsquo;anno. &Egrave; vero che pur non avendo stretto accordi militari specifici con la Russia &egrave; comunque un paese a essa legato, ma sono innegabili le relazioni amichevoli con gli Stati Uniti, l&rsquo;Unione Europea (che ogni tanto esprime qualche lagnanza pro forma sulla corruzione o la mancanza di diritti civili) e la Cina. <\/p>\n<p>&Egrave; vero anche che c&rsquo;&egrave; stato uno strappo dopo il 2005 tra il regime di allora e l&rsquo;occidente, a scapito dei precedenti ottimi rapporti con gli Stati Uniti, in quanto il paese ospitava un contingente americano durante l&#8217;invasione dell&#8217;Afghanistan ed era un alleato nella &#8220;Guerra al terrorismo islamico&#8221;, ma questo strappo pare essere stato efficacemente ricucito. Il 5 luglio, infatti, il Dipartimento di Stato statunitense ha pubblicato un comunicato di Ned Price, rappresentante del dipartimento, che afferma, dopo una classica, blanda e inutile dichiarazione a favore di una risoluzione pacifica del conflitto, di sostenere l&#8217;integrit&agrave; territoriale dell&#8217;Uzbekistan. Peraltro, nel comunicato &egrave; presente un&#8217;altra formula assai ambigua: &#8220;We support Uzbekistan&rsquo;s efforts to implement democratic reforms&#8221; [3]. Quali riforme democratiche? Certo, per quanto riguarda il piano della democrazia formale sembrano esserci stati dei miglioramenti rispetto ai tempi di Karimov (non ci voleva granch&eacute;, e in ogni caso si parla di un restringimento dei fenomeni repressivi sulla libert&agrave; di culto e il rilascio di alcune decine di prigionieri politici), ma forse non &egrave; chiaro al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti che la direzione appena intrapresa dal governo uzbeko non &egrave; quella delle riforme democratiche, ma semmai quella del rafforzamento dell&#8217;autocrazia. O pi&ugrave; probabilmente il Dipartimento di Stato ne &egrave; conscio ed &egrave; semplicemente poco interessato a questi fatti fintanto che i rapporti con il paese saranno buoni. In ogni caso, non si trovano motivazioni per cui i paesi occidentali dovrebbero tentare un rivolgimento politico in un paese come l&#8217;Uzbekistan, quando questi ha un regime non particolarmente ostile nei confronti dei loro interessi.<\/p>\n<p>In ogni caso gi&agrave; si parla dei possibili &#8220;oscuri agitatori separatisti al soldo dell&#8217;occidente&#8221;, definizione ridicola che gi&agrave; il sottoscritto ha dovuto leggere in alcuni sagaci commenti e nei media filogovernativi, che accusano &ldquo;malevoli&rdquo; forze straniere di aver causato i disordini con l&rsquo;intenzione di provocare scontri interetnici e di attaccare l&rsquo;integrit&agrave; territoriale dell&rsquo;Uzbekistan utilizzando il Karakalpakstan come trampolino di lancio per delle terribili cospirazioni; questa logica ritiene per questo necessario abolire lo statuto di autonomia (ricordiamo: pi&ugrave; di facciata che reale) in nome di questi presunti fatti, peccato che siano palesemente i provvedimenti legislativi ad averli scatenati e ad aver creato le premesse per una rivolta nazionale di cui precedentemente non c&rsquo;era neppure l&rsquo;ombra. &Egrave; cos&igrave; che questi stessi media colgono l&rsquo;ispirazione per gettare fango sulle politiche leniniane che implicavano il riconoscimento e l&rsquo;autonomia delle nazionalit&agrave; dell&rsquo;ex impero degli Zar, politiche attaccate di recente dal reazionario Vladimir Putin, beniamino di una discutibile parte della &ldquo;Sinistra&rdquo; lo considera un &ldquo;denazificatore&rdquo;, ama gli &ldquo;uomini forti&rdquo; e ha messo le lotte progressiste sotto a un tappeto come se fosse polvere. D&rsquo;altronde, &egrave; un grande classico, in Uzbekistan come altrove, che invece di riconoscere il fallimento delle proprie politiche capitaliste, nazionaliste e autoritarie questo genere di governi punti il dito a destra e a manca, con un range che va dagli americani ai russi ai terroristi islamisti e, in particolare, a dei generici e vaghi comunisti.<\/p>\n<p>I candidati al ruolo di agenti al soldo dello straniero, o, meglio, in parole pi&ugrave; realistiche, i gruppi indipendentisti, sono poco significativi. Uno, il Free Karakalpakstan National Revival Party, ha sempre avuto una presenza soprattutto su Internet e sicuramente non pu&ograve; essere considerato un movimento significativo all&#8217;interno della popolazione; l&#8217;altro, l&#8217;Alga Karakalpakstan (movimento responsabile di una sorta di governo del Karakalpakstan in esilio e guidato da un ex membro della borghesia dell&#8217;Uzbekistan, Aman Sagidullaev, accusato di aver sottratto un milione di dollari da un&#8217;azienda di trattori; non &egrave; chiaro se si tratti della verit&agrave;, visto che risiede in Kirghizistan e che le accuse sono state fatte soltanto dopo l&#8217;avviamento del suo attivismo indipendentista: in ogni caso, non sembra essere il genere di persona capace di avere una grande presa nei karakalpaki disoccupati e\/o sfruttati), ha i propri militanti sotto il costante rischio di incorrere nella dura repressione. Sostenere il referendum (obiettivo principale di questi gruppi; peraltro, dovrebbe essere svolto previa accettazione dell&#8217;Uzbekistan, e difficilmente ci si pu&ograve; aspettare dell&#8217;onest&agrave; in questo settore da parte di un governo autoritario, borghese, corrotto e nazionalista) per l&#8217;eventuale indipendenza, promesso dal governo alla vigilia dell&#8217;unione tra le due nazioni, significa incorrere nella ferocia della repressione istituzionale.<\/p>\n<p>La verit&agrave; &egrave; che i sentimenti indipendentisti, diffusi a quanto pare soprattutto all&#8217;interno delle frange giovanili, nascono soprattutto in risposta alle inconcludenti politiche dello Stato uzbeko, incapace di risolvere i problemi sanitari, la disoccupazione e i disastri ambientali del Karakalpakstan. I fondi stanziati dallo Stato per lo sviluppo della repubblica sembrano essere pi&ugrave; interessati a renderla dipendente dal governo centrale che a svilupparne il potenziale.<\/p>\n<p>Chiaramente, i media al soldo delle istituzioni uzbeke affermano che anche i rappresentanti dei poteri legislativi del Karakalpakstan approvano e domandano una ridefinizione dei rapporti per rendere la repubblica una parte indivisibile dell&rsquo;Uzbekistan: peccato solo che dei fantocci messi l&igrave; dal governo non possono essere considerati in nessun modo rappresentativi dei voleri delle masse karakalpake, semmai possono essere considerati i megafoni e gli sgherri locali della cricca governativa di Tashkent.<\/p>\n<p>Inoltre, ancora una volta, per concludere, un messaggio ai rivoluzionari affetti dal terrore atavico del separatismo e con il dogma ben poco rivoluzionario dell&rsquo;unit&agrave; a tutti i costi: compito dei marxisti rivoluzionari &egrave; s&igrave; ricercare l&rsquo;unit&agrave; della lotta del proletariato al di l&agrave; di tutti i confini, ma quest&rsquo;unit&agrave; non deve andare a discapito delle piccole nazionalit&agrave; e a favore dello sciovinismo di quelle numericamente pi&ugrave; grandi o culturalmente pi&ugrave; influenti. <\/p>\n<p>L&rsquo;obiettivo dev&rsquo;essere dunque la rivendicazione dell&rsquo;autodeterminazione e dell&rsquo;indipendenza politica di un Karakalpakstan operaio e multietnico, capace di lavorare con tutte le altre nazionalit&agrave; della regione alla costruzione di una federazione socialista, per combattere lo sciovinismo nazionalista in tutte le sue forme, cosa che pu&ograve; avvenire soltanto se queste nazioni hanno gli stessi diritti e responsabilit&agrave; al momento della costituzione di una simile federazione. Non cesseranno mai le baruffe etniche fintanto che ogni singolo popolo non abbia ricevuto riconoscimento politico e amministrativo, che si traduce in poche e pratiche parole nell&rsquo;indipendenza politica. Soluzioni intermedie non sono una garanzia sul lungo termine: il caso del Karakalpakstan ne &egrave; un esempio lampante, visto che formalmente &egrave; autonomo e gode dei diritti nazionali, ma di fatto &egrave; assoggettato allo sciovinismo del governo uzbeko che da un momento all&rsquo;altro pu&ograve; spazzare via questi diritti nazionali. <\/p>\n<p>Internazionalismo non &egrave; l&rsquo;ostilit&agrave; contro la separazione e l&rsquo;indipendenza politica dei popoli in cerca della propria libert&agrave; statale, ma &egrave; il sostegno nelle loro battaglie contro la loro borghesia nazionale e contro lo sciovinismo che li vorrebbe forzati all&rsquo;interno di confini politici e culturali che non hanno scelto. <\/p>\n<p>Altrimenti se ci disgustano a tal punto i reclami da parte dei popoli pi&ugrave; piccoli in cerca di uno statuto al pari di quelli numericamente maggiori tanto vale richiedere l&rsquo;annessione immediata dell&rsquo;Italia a un qualunque altro paese e ci sarebbe maggiore &ldquo;unit&agrave;&rdquo;. &Egrave; una tesi ridicola da avallare, cos&igrave; come &egrave; ridicolo avallare i proclami anti-indipendentisti che solitamente piacciono tanto ai riformisti ultr&agrave; dell&rsquo;&rdquo;unit&agrave; nazionale&rdquo; e della &ldquo;patria una e indivisibile&rdquo;.<\/p>\n<p>NOTE<\/p>\n<p>1 &#8211; https:\/\/www.aljazeera.com\/news\/2022\/7\/4\/what-we-know-about-protests-in-uzbekistans-karakalpakstan-region<br \/>\n<br \/>2 -https:\/\/www.specialeurasia.com\/2022\/07\/02\/karakalpakstan-riots-uzbekistan\/<br \/>\n<br \/>3 &#8211; https:\/\/www.state.gov\/protests-in-the-karakalpakstan-autonomous-region-in-uzbekistan\/<\/p>\n<p>Alessio Ecoretti<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono quasi tre settimane che il Karakalpakstan &egrave; stato scosso dalla rivolta, ora sopita ma non estinta. 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