Press "Enter" to skip to content

L’Italia e il riconoscimento del Kosovo

I rimasugli mummificati del governo Prodi – con l’unica eccezione del ministro uscente Ferrero – hanno ieri, 21 febbraio 2008, assecondato la manovra imperialistica americana nei Balcani riconoscendo il Kosovo come stato indipendente. Sotto l’impulso del Ministro degli Esteri D’Alema, già svergognato protagonista nel 1999 dei bombardamenti aerei sulla Jugoslavia: l’Italia non partecipò direttamente alle azioni militari però fu fondamentale l’utilizzo della base aerea di Aviano nel saccheggio e nella legalizzazione della pulizia etnica dell’autoctonia serba nella provincia del Kosovo. Un’autorizzazione giunta direttamente dall’allora premier, che in seguito ebbe anche il coraggio di scrivere l’autocelebrativo libro dal titolo “Kosovo”. Lo stesso D’Alema che incensò il “forte senso di responsabilità” degli americani in seguito alla tragedia del Cermis, quando i top-gun giocherellavano con gli aviogetti e i cavi delle funivie, preparando in maniera ludica l’assalto alla Serbia.

Un riconoscimento affrettato e qualunquista, totalmente lesivo del diritto internazionale, che colloca nuovamente l’Italia in prima linea nel ruolo di marionetta preferita degli Stati Uniti: il bellicismo del governo Prodi, che conserva ed esporta militari nelle operazione di invasione e di legalizzazione di conflitti illegittimi (Kosovo, Afghanistan, Libano), persevera anche ora che lo stesso esecutivo è in attesa della sua eutanasia elettorale. Il riconoscimento del Kosovo da parte dell’Italia e di altre nazioni fondamentali dello scacchiere mondiale ed europeo quali Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania rappresenta una palese violazione delle risoluzioni dell’organismo delle Nazioni Unite, il garante vilipeso dall’imperialismo americano, dai suoi lacchè atlantici e da una Russia svenduta negli anni ’90 dalla mediocre figura dello statista alcolizzato Boris Eltsin. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dell’11 giugno del 1999 non includeva in nessun modo il termine “indipendenza”, tanto meno la possibilità che essa potesse essere proclamata in maniera unilaterale. Oltre al vilipendio del diritto internazionale, il riconoscimento del Kosovo è una violenta umiliazione della Serbia, l’ultimo atto di demonizzazione di una Nazione che negli anni ’90 ha subito non soltanto le devastazioni dei bombardamenti della NATO, ma anche vergognose sanzioni economiche ed il discredito di un’opinione pubblica che ha mistificato realtà ed eventi: lo stesso ideale della “Grande Serbia”, mitizzato come un demone della politica nazionalistica di Milosevic, altro non era che il tentativo del governo belgradese di tutelare le minoranze serbe presenti in quei paesi voluti fermamente dall’America, dalla Germania post riunificazione – all’epoca nuovo trattore dell’Europa, alla ricerca disperata di lander mediterranei quali Croazia e Slovenia – e dal politicizzato e iper-reazionario Vaticano di Karol Wojtyla. La stampa nazionale ed internazionale ha enfatizzato gli eventi della Bosnia Erzegovina e le “vigliacche aggressioni serbe a danno della Croazia”, dimenticando o facendo passare come “eventi normali” o “atti dovuti” la pulizia etnica di Slavonia e Krajina, compiuta dagli ustascià croati in pochi giorni nel 1995 che costrinse oltre 200.000 serbi ad abbandonare le proprie case. Fin dal secondo Dopoguerra inoltre la situazione in Kosovo era divenuta esplosiva, con il nascere e l’incrementarsi delle violenze albanesi a danno della popolazione serba: allora le responsabilità ricaddero anche su Tito, con la sostanziale apertura delle frontiere tra il Kosovo e l’Albania, che portarono inevitabilmente ad un incremento demografico della componente squipetara nella storica provincia serba. Gli stessi accordi di Rambouillet, definiti persino da Kissinger “una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento, un pessimo documento diplomatico che non avrebbe dovuto essere presentato in quella forma” erano l’ennesimo atto ostile per portare nuove tragedie al popolo e alla nazione serba. La famigerata Strage di Racak, casus belli che fece decollare i caccia della NATO, fu un clamoroso falso, una messinscena mediatica in cui cadaveri di militanti dell’UCK uccisi in altri zone del Kosovo, vennero accatastati e mostrati alle televisioni come “vittime civili della pulizia etnica serba”.

La “guerra umanitaria”, così venne definita all’epoca, ha portato la totale sparizione dell’etnia serba (e non solo, anche i rom hanno subito le violenze albanesi) da intere regioni del Kosovo, tra cui il capoluogo Pristina, città in cui vivevano 40.000 serbi fino al 1999, presenza oggi completamente azzerata. Le risoluzioni dell’ONU e le forze internazionali non hanno impedito che oltre duecentomila serbi fossero cacciati dal nuovo Kosovo “umanizzato”, che oltre cento monasteri ortodossi fossero rasi al suolo o gravemente danneggiati. In questo contesto, di violenza e di prevaricazione, la provincia in cui si è formata l’identità nazionale serba è stata saccheggiata dagli Stati Uniti e da fantocci come D’Alema, che senza alcuna vergogna continua a bullarsi di una situazione drammatica ed illegale di cui lui fu uno dei principali artefici all’epoca dei raid della NATO e che ancora oggi è uno dei cavalli di battaglia del politicante di Gallipoli.

Gianfranco Bina

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarĂ  pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *