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Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini

Seconda parte

La società e tutti i suoi mali (guerre, delitti, miserie) nascono dalla proprietà privata. Questo è però solo l’ultimo anello in una lunga catena di eventi.

Le minime difficoltà della natura (di origine geografica, climatica, stagionale), unite all’incremento di popolazione, portano all’uso di strumenti. Inoltre, a confronto con le differenze presenti in natura, l’uomo comincia a ragionare per relazioni (grande-piccolo, alto-basso…) e a riflettere sulla propria superiorità rispetto agli altri animali; riflessione che in seguito lo porterà a considerarsi superiore anche ai proprî simili.

I rari incontri con altri uomini, invece, lo portano a congetturare che questi ultimi siano simili a lui non solo come aspetto esteriore. Nascono minime associazioni provvisorie di uomini volte a fini comuni, come la cattura di prede; associazioni che si sciolgono immediatamente esaurito il loro compito.

L’uso degli strumenti porta alla costruzione delle prime abitazioni. Forse, a questo punto, ci sono dei piccoli conflitti per i ripari, ma sono risolti rapidamente: chi perde la sua abitazione se ne costruisce un’altra, senza alcun rancore. Nella natura c’è ancora spazio per tutti. Le abitazioni portano alla nascita delle prime famiglie e, di conseguenza, all’abitudine a frequentarsi, e ai primi abbozzi di linguaggio. Soprattutto, nascono i primi agi, beni originariamente superflui di cui l’uomo tuttavia non riesce a farne a meno una volta che ci si è abituato, ma nemmeno ad apprezzarli più per soddisfazione. Gli agi diventano al contempo indispensabili ma incapaci di soddisfarlo del tutto, reclamandone sempre di nuovi.

Nascono le prime unioni di famiglie, ovvero le nazioni. L’amore comincia a superare il livello della soddisfazione fisica, assume caratteri morali, sentimentali, di preferenza e fissazione. Ne derivano le prime gelosie e scontri feroci e sanguinosi. Dalla costante frequentazione reciproca tra gli uomini nascono la stima e l’apprezzamento, e il desiderio di essere stimati dagli altri; nascono così l’orgoglio, la vanità, il senso dell’oltraggio e la necessità di vendetta. I conflitti tra individui si fanno duraturi e feroci, e la pietà naturale esige di essere corretta tramite leggi e punizioni.

Tuttavia questo è il periodo migliore per l’umanità, un’età dell’oro fatta di equilibrio, di giusta distanza tra la barbarie e la civiltà, tra l’indolenza delle origini e la frenesia del progresso. L’umanità era stata fatta per restarvi per sempre.

Si tratta di un’epoca in cui ognuno può ancora svolgere il proprio lavoro indipendentemente. Ma con la proprietà privata nasce anche la divisione del lavoro, che pone termine all’indipendenza degli individui.

La proprietà privata nasce con l’invenzione della metallurgia e dell’agricoltura: sono necessarie entrambe per la formazione di una civiltà. Il punto è che sono necessarî molti uomini per la lavorazione del metallo, che necessitano di essere sfamati da chi coltiva i campi. Inoltre, le due attività si alimentano a vicenda: il metallo permette un’agricoltura più produttiva, e maggior cibo permette a più persone di lavorare al metallo. Nasce l’interdipendenza. Dall’agricoltura segue la divisione delle terre. A questo punto subentrano le differenze individuali, di capacità e ingegno, che permettono ad alcuni di produrre di più e ad altri di meno. Nascono i poveri e i ricchi.

Nasce anche la necessità di apparire: per il proprio vantaggio devono essere simulate qualità di cui si è privi, qualità valutate positivamente dalla pubblica opinione. Si diventa schiavi degli altri e delle altrui opinioni, soggette tra l’altro al mutare delle mode.

Oltre a poveri e ricchi c’è anche chi, avendo conservato la mentalità naturale, è stato escluso dalla spartizione delle terre: ne derivano rapine, violenze, oppressione e dominio. Partendo dall’eguglianza si è così arrivati al disordine e al diritto del più forte, cioè a uno stato di guerra permanente. C’è la necessità di una soluzione, necessità sentita in primo luogo dai più ricchi, che hanno di più da perdere. Sono quindi i ricchi a proporre l’istituzione del diritto, ingannando i poveri perché il diritto non garantisce tanto la sicurezza degli individui quanto legalizza uno stato di fatto di diseguglianza. Nati col diritto, gli stati nazionali si diffondono in tutto il mondo, ed entrano quindi in guerra tra loro. Tra gli stati permane tutt’ora una condizione priva di diritto, senza alcun freno.

C’è chi afferma che le leggi nascano dall’unione dei deboli contro i forti, ma non è così. Sono i ricchi a proporle, perché sono questi che rischiano di più dall’assenza di leggi, mentre i poveri non avrebbero nulla da perderci, se non la libertà, che è il bene più prezioso.

Le leggi tuttavia necessitano di magistrati e capi che le facciano rispettare. Sbaglia chi afferma che l’istituzione del potere dei capi preceda l’istituzione delle leggi (il riferimento implicito di Rousseau è sempre a Hobbes); sbaglia anche chi afferma che l’autorità del governo derivi da quella paterna: nulla è più lontano dal dispotismo dell’autorità paterna (qui la critica è invece rivolta a Robert Filmer, il quale sosteneva che l’autorità paterna fungesse da modello alla monarchia e la giustificasse). Non si può quindi immaginare una istituzione volontaria della tirannide, anche perché non è possibile privarsi della propria libertà: sarebbe come privarsi della propria umanità.

Il contratto stipulato tra il popolo e i suoi capi è posteriore alle leggi, dovrebbe servire per garantirle, ed è revocabile (in questo Rousseau è dunque d’accordo con Locke e si oppone nuovamente a Hobbes).

Le magistrature e le cariche dei capi del popolo, inizialmente elettive, generano continue lotte e dispute per le successioni. Per evitarlo, diventano ereditarie, aprendo però così la strada all’arbitrio.

I passaggi dalla proprietà privata alle leggi, dalle leggi alle cariche elettive, e infine a quelle ereditarie dovrebbero essere teoricamente dei rimedî contro gli abusi di potere, ma in realtà si confermano come nuove occasioni per ulteriori abusi. Questo perché le leggi e le istituzioni tentano di frenare gli uomini senza cambiarli, senza tentare di sradicarne i vizî sorti in loro con il progressivo allontanamento dalla condizione originaria.

Le distinzioni politiche incrementano le ineguaglianze, fomentando l’arrivismo da cui a loro volta si nutrono. La peggiore di tutte le diseguaglianze rimane tuttavia la ricchezza: per valutare quanto una società si sia allontanato dallo stato di natura è sufficiente considerare le differenze di ricchezza tra i suoi cittadini; queste però affondano le radici nella smania per il riconoscimento, cioè per la stima dell’opinione pubblica.

L’estrema diseguaglianza porta a una società fatta di guerra, miseria e menzogna. L’esito finale è l’avvento del dispotismo. Tutti gli uomini tornano uguali, come in origine, con la differenza che ora sono tutti privi di tutto, obbligati a seguire non la propria volontà ma quella del despota, che a questo punto governa solo in virtù della propria forza e non del diritto. Ora il contratto che regge il governo può considerarsi sciolto, e i cittadini hanno il pieno diritto di rovesciare il despota.

In conclusione, l’uomo nella società civile è quanto di più lontano ci possa essere dall’uomo selvaggio. L’uomo selvaggio è placido, sereno e desidera unicamente una vita libera e pacifica. Il cittadino invece è perennemente attivo, si tormenta alla ricerca di beni che non gli daranno la felicità e si umilia di fronte a padroni che odia.

Il selvaggio vive costantemente in sé stesso, mentre l’uomo civile vive costantemente fuori di sé, all’interno dell’opinione altrui.

È così dimostrato che qualunque diseguaglianza di origine morale, cioè artificiale e indotta dalla società, non può essere considerata legittima fintantoché e quanto più si allontana dalla diseguaglianza fisica presente in natura tra gli uomini.

Jean-Jacques Rousseau

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