A proposito del deficit di radicalità della sinistra
Ho letto con curiosità e attenzione l’intervento di Gianni Ferrara sul Manifesto del 28 Giugno: “Sinistra senza futuro per deficit di radicalità”. Ad attirare la mia attenzione è stato proprio il titolo perché è una sintesi che io condivido pienamente; poi, avendo visto, in fondo, l’invito dell’autore ai lettori a discutere le sue opinioni, accetto volentieri il suo invito. Ad un certo punto dell’intervento, leggo con felice sorpresa tre parole che ormai sempre più difficilmente si trovano scritte: Storia, Teoria, Rivoluzione. L’articolo continua spiegando giustamente perché “senza storia non può esserci teoria e senza teoria non c’è rivoluzione”; sono d’accordo sul “tradimento” del bolscevismo anche se, aggiungerei, che non si possono dare tutte le colpe ad esso per quanto riguarda la catastrofica parabola della rivoluzione dell’Ottobre; d’accordo anche sulla critica alla social-democrazia, non si potevano trovare parole più adatte; non è vero infatti che “la somma delle riforme realizza pacificamente la rivoluzione sociale”. “Per cui” scrive Ferrara “dopo un secolo di egemonia social-democratica, le riforme si escogitano e si fanno, in Italia ed in Europa, solo che sono dirette a perpetuare e a consolidare il dominio del capitale”. Giustissima, sacrosanta conclusione logica della sua analisi. Immediatamente dopo però, me ne vorrà scusare Ferrara, trovo una contraddizione notevole proprio nella sua analisi, dalla quale mi sarei aspettato, vista la logica precedente, una conclusione diversa. Scrive Ferrara: “non per ciò la procedura legale, democraticamente fondata, per realizzare le riforme deve essere rinnegata…Non è nella procedura l’errore, è nella incidenza dei contenuti, nel deficit di radicalità…”. Caro Ferrara, non crede che come il bolscevismo, anche la social-democrazia abbia concluso la sua parabola? E’ vero che mancano i contenuti ma è anche vero che quei contenuti di cui Lei giustamente parla non si possono mettere nella “Sua procedura legale”, perché, in realtà, non esiste più neanche quella, o meglio, esiste solo ufficialmente. La social-democrazia è sempre stata una forma di governo “ibrida”, nata e cresciuta più per necessità storiche che ideali. Se nei cento anni di vita nei quali più o meno ci ha governato, ci ha portato a qualche buon risultato, è stato solo perché nel corso del ‘900, il capitalismo ha avuto paura del comunismo e ha dovuto, anche per la sua sopravvivenza e riproduzione, fare delle concessioni al popolo, organicamente, inventandosi, dove questo era possibile, forme di governo minimamente democratiche che poi vennero chiamate socialdemocrazie. Non è un caso che le socialdemocrazie dell’occidente capitalista sono entrate tutte in crisi dopo la dissoluzione dell’Urss. Il sistema “ibrido” non serviva più, perché non serviva più il compromesso. Quindi, caro Ferrara, è certo che occorrono “scelte di fondo” come Lei dice “nette, chiare, inconfondibili” ma non sul portato di un “ibrido” che è ormai fuori dalla storia dei giorni nostri. A me pare evidente che la prima scelta di fondo da fare, prima perché è la madre di tutte le altre che Lei giustamente cita, è l’anticapitalismo, che oggi, come allora del resto, è anche necessariamente antimperialismo. Si potrebbe obiettare: allora si ricomincia da capo? Del resto, anche allora, il problema non era forse la povertà e le continue guerre dove morivano solo i poveri? Non esisteva forse anche allora un parlamento di “rappresentanti del popolo” all’interno del quale vi erano spesso maggioranze di “centro-sinistra”? Non vi era forse anche allora una certa sinistra riformista che parlava di salvaguardia delle istituzioni democratiche e della democrazia della rappresentanza? Quanti morti (poveri) ci sono voluti per affrontare la prima e la seconda guerra mondiale, il fascismo e la guerra di liberazione, prima che le istituzioni democratiche partorissero la socialdemocrazia? Essa è nata e cresciuta in Europa perché i poveri sono morti, perché i comunisti hanno combattuto con le armi e non perché i riformisti hanno fatto le riforme. Per quanto riguarda poi il concetto di pace, del quale si parla molto di questi tempi a sinistra, sono d’accordo ad assumerlo come fine, certo è però che, in tempi di guerra, ottenere la pace per mezzo della pace, questa si che sembra un’utopia. Come vede, caro Ferrara, la radicalità manca perché manca il coraggio delle scelte di fondo.
Roberto Carnieri mcPCL dell’Umbria
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