intervista a Samir Amin presidente del Forum Mondiale del III Settore
COSTRUIRE IL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO
A colloquio con Samir Amin
di Marina Minicuci
A tuo parere cosa “sarà” o “dovrebbe essere” ciò che Chavez ha definito “il Socialismo del XXI secolo” ? Esso si situa all’interno della tradizione marxista e comunista?
Ciò che “sarà” o “dovrebbe essere” il socialismo del XXI secolo ci rimanda direttamente alla lettura del marxismo che io condivido: il socialismo (o meglio, il comunismo) non può essere altro che il prodotto della lotta di classe e dei popoli sfruttati e dominati, non la messa in opera di un “progetto intellettuale” concepito previamente. Quindi, per venire alla tua seconda domanda, direi che si situa all’interno della tradizione marxista come punto di partenza, in consonanza con la prospettiva del socialismo. Le formule che associano il progresso sociale e la pratica autentica della democrazia nella conduzione delle lotte e della gestione dei poteri alternativi, saranno inventate dai popoli stessi. Ovvio che quando parlo di “democrazia” e “democratizzazione” mi riferisco alla natura del processo continuo nella sua progressione, e non alla democrazia rappresentativa occidentale. Nel merito, ho formulato alcuni principi generali che costituiscano il punto di partenza di una riflessione sulle analisi delle sfide e la portata delle lotte (indissolubili le une dalle altre).
Vediamo, dunque, all’interno della tradizione marxista e comunista, i principi generali che tu formuli relativi alla lotte da intraprendere.
I) Costruire un mondo fondato sulla solidarietà fra gli esseri umani anziché sulla “competizione”, in altre parole fondare la socializzazione sulla democrazia piuttosto che sul “mercato”.
II) Costruire un mondo fondato sul riconoscimento del carattere non mercantile della natura e delle risorse del pianeta, delle terre agricole, capace di fronteggiare le maggiori sfide ecologiche e climatiche. Ugualmente, non devono essere sottoposti al carattere mercantile: i prodotti culturali, della conoscenza scientifica, dell’educazione e della sanità.
III) Promuovere le politiche che vincolino strettamente la democratizzazione senza limiti, il progresso sociale e l’affermazione dell’autonomia delle nazioni e dei popoli.
IV) Affermare la solidarietà dei popoli del Nord e del Sud nella costruzione di un internazionalismo con base antimperialista.
Il lettore troverà nell’Appello di Bamako, pubblicato in numerosi siti internet, gli argomenti che sostengono ciascun principio. Principi che sono stati sottoposti al referendum di molti dei movimenti impegnati nelle più disparate lotte.
Tu ritieni che la progressione di questo processo sarà lenta e a tappe e -come sai- alcuni temono, anche per brutte esperienze pregresse, che ciò possa dar credito al cosidetto “capitalismo dal volto umano”…
Alcuni pensano che questi principi si ascrivano alle esigenze del comunismo che, secondo la tradizione marxista, implica l’emancipazione completa dall’alienazione mercantile. Altri, più intransigenti, esprimono i timori che dici. In contrapposizione, io credo che i progressi in questa direzione non possono essere altro che il prodotto delle vittorie conseguite contro lo svolgersi della logica immanente dell’accumulazione del capitale. In questo senso esse danno contenuto alla tappe inevitabili nel lungo cammino verso il socialismo.
La costruzione del socialismo del XXI secolo, tenendo conto della realtà conformata dallo spiegamento imperialista e la diversità delle congiunture delle lotte in corso, non può essere che graduale e diversa in se stessa. Amenoché non ci vogliamo afferrare all’illusione del “tutto subito”, al mito della rivoluzione (invece che dei progressi rivoluzionari). Io preferisco parlare sempre di progressi rivoluzionari attuali invece che di “rivoluzioni”. Questi progressi implicano, evidentemente, che i blocchi sociali egemoni alternativi integrino le grandi maggioranze popolari del Sud (in particolare i contadini). Altri progressi, di natura differente, sono possibili nei medesimi centri imperialisti. Comunque, credo, che continuare il dibattito sia certamente necessario, ma non dovrebbe costituire un ostacolo alla volontà di costruire strategie di lotte comuni.
La globalizzazione ha ridotto a questioni accessorie le decisioni nazionali e, com’è ovvio, parallelamente, aumentano le rivendicazioni di sovranità nazionale. D’altro canto, la convergenza nelle diversità che tu auspichi non è considerata da tutto il movimento altermondista necessaria e talvolta neppure auspicata. Ci muoviamo qui, ancora, fra globale e locale. Vogliamo fare il punto su questi temi?
La sola menzione dell’indipendenza nazionale e della sovranità provoca in alcuni un’acuta crisi di orticaria. La sovranità è quasi considerata una “tara del passato”. Questa è la tesi popolare fra le classi medie europee (per le evidenti ragioni vincolate alla costruzione dell’Unione Europea), ma non incontra alcuna eco nel Sud del mondo e nemmeno negli Stati Uniti e in Giappone.
La visione non nazionale o post nazionale deriva dall’idea che la globalizzazione costituirà, d’ora in poi, il livello di decisione per le trasformazioni possibili, avendo perso il livello nazionale questa capacità. In altri termini, che l’idea della ricerca dei progressi in un “solo paese” è illusoria. L’idea è meno nuova di quel che sembra e in parte riprende la critica diretta al progetto della “costruzione del socialismo in un solo paese”.
Non condivido questo punto di vista, anche se condivido il punto di vista critico del “socialismo in un solo paese” pur considerando allo stesso tempo che progressi preliminari a scala mondiale e regionale siano possibili, a partire dalle condizioni diseguali.
Quanto al movimento, come dici, alcune correnti denominate “autonomiste”, ispirate da formulazioni “post moderne” rifiutano il principio della convergenza necessaria. I movimenti alle quali esse si ispirano devono essere rispettati come tali. Altri vorrebbero addirittura la dispersione del movimento che dovrebbe costituirsi come alternativa in sé, come “soggetto individuale” che in quanto tale diventa un agente di trasformazione (è la visione teorica di Negri). I pensatori delle correnti autonomiste affermano di poter cambiare il mondo senza prendere il potere. La storia dirà se ciò è possibile o è un’illusione. Intanto, con quasi tutti i più grandi movimenti popolari impegnati nelle grandi battaglia, possiamo senz’altro dire di non aderire a questa tesi teorica.
Entrando nello specifico dell’Europa, dove innegabilmente il livello nazionale ha perso capacità decisionale, quali sono le battaglie che i comunisti dei paesi europei, secondo te, dovrebbero sostenere?
Questa è una domanda cruciale perché la convergenza non può essere costruita a livello mondiale o regionale se non è praticata anzitutto a livello nazionale. Che lo si voglia o no, sono le sfide nazionali che definiscono e inquadrano le sfide concrete ed è a questo livello che si otterrà di far pesare la bilancia degli equilibri attuali che reggono le relazioni di forza sociale e politica a favore delle classi popolari. I livelli regionali e mondiali possono riflettere i progressi nazionali e senza dubbio favorirli (o perlomeno non ostacolarli) un po’ di più.
In Europa la priorità data alla “costruzione dell’Unione Europea” favorisce lo slittamento verso il liberismo sociale, le illusioni sostenute dalla retorica della “terza via” e del “capitalismo dal volto umano”. Ho seri dubbi che il movimento possa superare queste limitazioni. Penso che i cambiamenti decisivi di orientamento del potere politico costituiscano una condizione previa, in particolare la rottura con l’atlantismo (l’OTAN è il nemico dei popoli europei). Nell’Europa dell’Est, sul punto di trasformarsi a partire dalle sue relazioni reali con la Germania e l’Europa Occidentale in quello che fu (e tuttora è) l’America Latina per gli Stati Uniti, le illusioni sono ancora maggiori.
L’Unione Europea -io penso a quella che critica il sistema attuale- si divide fra “europeisti” e “non europeisti”. Entrambi si potrebbero mettere d’accordo sui vantaggi che rappresenterebbe un’Europa unita, dando contenuti differenti a tali vantaggi: quello di trasformarsi in una potenza economica per gli uni, quello di diventare il piedistallo di un’Europa sociale per gli altri. Tale dibattito rimarrà astratto fin quando non risponde a certe questioni preliminari.
Le condizioni che caratterizzano i differenti partner europei -che io non definisco solo a partire dai loro livelli diseguali di sviluppo materiale, ma anche per la diversità delle varie culture politiche- secondo me non rendono possibile il concretizzarsi di progressi nell’insieme regionale. Il progetto europeo è stato concepito dall’origine (Jean Monnet, lo definì “un avversario dichiarato della democrazia”) come non democratico. E’ destinato a sostituire i poteri che si determinano normalmente con il suffragio, con poteri non democratici di decisione (travestiti da poteri tecnocratici e sottomessi di fatto alle esigenze del capitale dominante). L’Unione Europea non è uscita da quest’ottica. L’espressione “deficit democratico” è riferibile a questa parte della realtà, impegnata ad assicurare la costruzione edificata contro qualsivoglia “minaccia democratica”. In queste condizioni l’Europa sociale non può essere altro che un inganno. La costruzione della medesima può avvenire solo dopo la demolizione dell’istituzione di Bruxelles, non dalla sua “riforma”. Al tempo stesso, laddove è possibile, bisognerebbe creare le condizioni per una costruzione alternativa e differente. Se la “sinistra” non prende l’iniziativa in questo senso, allora le demagogie paranazionaliste minacceranno seriamente di recuperare il potere!
La sinistra in Europa è un tasto dolente, con rare eccezioni, a guardarsi in giro prende lo sconforto. Ma c’è una questione che mi inquieta particolarmente e mi piacerebbe discutere con te. Le nostre popolazioni subiscono una pressione tremenda. Il tentativo è quello di rimuoverci dall’arena politica. La propaganda si è sostituita alla violenza come mezzo di controllo del popolo. E fin qui, tutti sappiamo che è appunto questo che si chiama liberismo. Ma, se vogliamo essere onesti, e dobbiamo esserlo, a me sembra che neppure alla “nostra” sinistra europea piaccia la partecipazione popolare. Mostrano segni di fastidio e imbarazzo per tutto quello che si muove e non necessariamente gravita nella loro orbita. C’è, purtroppo, una grande distanza fra quello che dicono e quello che pensano e fanno. In Italia, abbiamo avuto un fenomeno recentemente di 300.000 persone portate in piazza da un comico che ha uno dei 10 blog più letti del mondo. La sinistra, la “nostra”, ha storto il naso, parlava di populismo, ma populismo vuol dire dalla parte del popolo (Chavez, vivaddio, è populista!). Non trovi che la “nostra” sinistra europea è sempre più lontana dal suo popolo? Non è che è un’apparato chiuso, verticistico come nel XIX e XX secolo, ma a differenza di allora è formato da sparuti, divisi e insignificanti gruppetti? Se è così, come si concilia questo con il movimento mondiale che invece ha portato alla ribalta la partecipazione? Dov’è l’innovazione nella sinistra europea (e, ça va sans dire, non parlo certo di quella che ha deciso di chiamarsi così, il cui presidente è Fausto Bertinotti)? Non credi sarebbe necessario e urgente aprire una seria riflessione in merito?
Qui tu metti più di un coltello nella piaga. Cominciamo col riferirci alla nostra storia. La politica dominante della sinistra è stata, in effetti, segnata nel XIX e XX secolo da pratiche fondate sull’organizzazione verticale gerarchizzata dei partiti, dei sindacati, delle associazioni. Poi, nel corso delle lotte di resistenza degli ultimi decenni, i popoli hanno generato un altro modo di procedere. Infatti, i movimenti che sono stati protagonisti delle lotte -di trasformazione sociale radicale e riformista, rivoluzionarie, indipendentiste- hanno trasformato il mondo, in un senso generalmente favorevole alle classi popolari e ai popoli dominati. Ma i limiti e le contraddizioni proprie a queste forme di azione sono apparse con forza nel decennio dall’80 al ’90. Il deficit democratico di queste forme hanno originato ulteriori delusioni: riforme e rivoluzioni hanno portato al potere regimi dei quali il minimo che possiamo dire è che spesso non hanno mantenuto le promesse. Il risultato di queste sconfitte ha reso possibile la ripresa dell’offensiva del capitale dominante e dell’imperialismo negli anni ottanta, poiché molte delle vecchie forze della sinistra organizzata sono rimaste appartate da queste prime lotte, timide dinnanzi alle agressioni, talvolta unite alle opzioni liberali e imperialiste. In tempi più recenti, il movimento è stato alimentato da “forze nuove”, a volte in modo quasi “spontaneo”. Nel loro dispiegarsi, queste forze hanno promosso il principio fondamentale della pratica democratica: negando la gerarchia verticale e promuovendo forme orizzontali di cooperazione nell’azione. Questo avanzamento della coscienza democratica deve considerarsi come un progresso di civilizzazione.
A questo, possiamo sperare che le organizzazioni ereditiere del passato -partiti politici, sindacati ecc. – siano capaci di adeguarsi e trasformarsi in consonanza con la pratica democratica che esigiamo. Devono abbracciare la logica della lotta e non quella dell’organizzazione. E questo vale per tutti: piccole e grandi organizzazioni. Perché la “logica della lotta” fa prevalere le esigenze della medesima; mentre la “logica dell’organizzazione” fa prevalere gli interessi messi in gioco dai direttivi attuali, o in attesa di diventare tali, e la partecipazione del potere dominante del momento, favorendo pertanto l’opportunismo.
Quali sono a tuo parere le più grandi conquiste ottenute in questi anni di lotte di resistenza?
Le lotte di resistenza hanno ottenuto innegabili vittorie. Hanno dato impulso alla sconfitta dell’offensiva del capitale e dell’imperialismo. Sconfitta che si manifesta in modo eclatante con il progetto statunitense per il controllo militare del pianeta, indispensabile per garantire il “successo” della globalizzazione attuale, le guerre “preventive” sferrate per assicurare l’effettività del progetto (invasione in Afganistan e in Iraq, occupazione della Palestina, aggressione al Libano). Queste sono già sconfitte evidenti. Il progetto economico e sociale neoliberista, concepito per essere utilizzato come cimento forte e stabile all’accumulazione del capitale -assicurare la tassa di beneficio massimo, a qualsiasi costo- è, persino nell’opinione delle medesime istanze che la originarono (Banca Mondiale, FMI, OMC, Unione Euriopea), incapace di imporre le sue condizioni. Tutto è in panne: il ciclo di Doha dell’OMC si trova in un vicolo cieco, l’FMI è di fronte al fallimento finanziario. La minaccia di una brutale crisi economica e finanziaria è all’ordine del giorno. Non per questo dobbiamo auto felicitarci di questi successi. Essi continuano ad essere insufficienti per trasformare i rapporti di forze sociali e politiche a favore delle classi popolari e, di fatto, queste vittorie continuano ad essere vulnerabili (suscettibili di cambiamento) finché il movimento non passerà dalla resistenza difensiva alla resistenza offensiva. Solo così si potrà aprire la strada per la costruzione di un’alternativa positiva “un altro mondo è possibile” e, naturalmente, migliore.
Qui possiamo tornare alla “questione europea”. Il possibile conflitto fra le ispirazioni dei popoli europei e il progetto atlantico di Washington o Bruxelles non è fondato, a mio parere, nei conflitti di interesse del capitale dominante (questo, nonostante questi conflitti secondari, rimane strategicamente fuso con una visione comune delle esigenze della gestione del pianeta), ma nelle divergenze che oppongono le culture politiche europee a quelle degli Stati Uniti. Il socialismo del XXI secolo sarà il prodotto delle convergenze e dei progressi del Sud e del Nord, che permetterà in maniera simultanea di superare le logiche esclusive di accumulazione e la costruzione di una globalizzazione multipolare negoziata. Non riprenderò gli aspetti che ho trattato su queste prospettive, in particolare quello riferito all’associazione (e non la dissociazione) delle aspirazioni democratiche e del progresso sociale. Questa opzione prevede l’adesione al modello della “democrazia rappresentativa” e implica inoltre la critica radicale dei discorsi della società civile apolitica, il discorso legittimatore della “esportazione della democrazia” (la nuova bandiera dell’allineamento al progetto imperialista, analoga a quella che ieri giustificò la colonizzazione in nome della cristianizzazione degli amerindi), il discorso sul “totalitarismo” la cui funzione è quella di sopprimere ogni prospettiva che superi la “democrazia liberale”.
A parte l’Europa, mi pare che anche l’Africa, il continente più martoriato del mondo, e l’Asia, brillino per la loro assenza dalla scena della resistenza internazionale. Che cos’è il “culturalismo” di cui parli e che si sta diffondendo in questi paesi?
In Asia e Africa esistono in questo momento correnti che noi qualificheremmo “culturaliste”, che alimentano l’illusione di progetti sedicenti “civilizzatori” fondati da gruppi parareligiosi o etnici. Io intendo per culturalismo non il riconoscimento banale delle diversità delle culture e neppure la questione che impone il dovere di rispettarle, bensì la tesi secondo la quale queste culture costituiranno invariabili trans-storiche, non sono e non saranno, su questa base, strategie legittime ed efficaci di risposta alla distruzione della globalizzazione capitalista imperialista attraverso il ripiego sull’ “autenticità culturale” (rivestita di orpelli parareligiosi e paraetnici).
Costruite a detrimento di altre dimensioni della”identità”( la classe sociale, la nazione) queste strategie sono funzionali al dispiegarsi del progetto capitalista- imperialista perché i regimi fondati su questa base non mettono in discussione i principi del mercato mondiale, accontentandosi di trasferire i conflitti dal terreno della realtà sociale ai cieli astratti della “cultura”. Lo “scontro di civilizzazioni” è, di certo, una strategia dell’imperialismo e dei suoi alleati locali. In questo senso, anche il discorso sulla “diversità culturale” sovente aiuta a finire in questi vicoli ciechi.
C’è da chiedersi perché una tesi di questa natura ha tanto successo?
Qui la risposta non può che enfatizzare le insufficienze delle sinistre radicali, la maggior parte delle quali si sono allineate intorno al progetto nazional popolare dei regimi al potere durante l’era di Bandoung (1955-’80). La prevedibile erosione e la sconfitta di questi regimi ha trascinato nella caduta anche le sinistre alle quali noi ci riferiamo. L’alternativa radicale capace di superare le insufficienze dei regimi al potere perse credibilità, si creò un vuoto nella cultura politica che fu riempito dal culturalismo. A questa ragione fondamentale, aggiungerei l’appoggio sistematico di Washington ai movimenti culturalisti. Ciò detto, non è vero che le dittature culturaliste godano dell’appoggio indefettibile dei popoli. I segni di resistenza e rivolta non mancano. Ma qui come là, queste ribellioni possono situarsi nella prospettiva della ricostruzioni popolare, aprendo la via al progresso del socialismo, o produrre solo nuovo caos, o anche essere assorbite e situate all’interno di un progretto “democratico” liberista accettabile per il capitalismo imperialista.
Un po’ quello che tu hai qualche volta affermato “un altro mondo è possibile… ancora più selvaggio di questo”. Per esempio, la globalizzazione liberista che -per dirla con parole tue- vive la sua fase senile, tu affermi che sarà necessariamente superata ma la questione è da che parte penderà: a sinistra o a destra?
Questa infatti è la questione decisiva. Il capitalismo è già un sistema obsoleto. Il sostegno ai privilegi delle classi associate alla “proprietà” che lo caratterizza esige, d’ora in avanti, l’abbandono dei principi della sua gestione attraverso i meccanismi chiamati “liberali”. L’apartheid su scala mondiale è l’unica risposta che il capitalismo imperialista può dare a questa contraddizione.
La ricerca dell’accumulazione del capitale a beneficio di una minoranza (che progressivamente si assottiglia) della popolazione mondiale esige, a un tempo, la distruzione del mondo rurale (che rappresenta ancora la metà dell’umanità), la ripartizione sempre più diseguale dell’accesso alle risorse naturali del pianeta (necessarie per mantenere gli sprechi del Nord del mondo), la dipendenza delle nuove industrie del Sud dal controllo delle tecnologie di produzione, la loro marginalizzazione allo sfuttamento “dei vantaggi” della loro mano d’opera a costi irrisori.
Quindi gli ultimi colpi di coda di un regime che sta implodendo potrebbero essere, presumibilmente saranno, i più truculenti e questo in qualche modo Washington lo ha già pianificato, difficile pensare il contrario…
E’ proprio questa la razionalità (criminale) del progetto di Washington di controllo militare del pianeta e, in ultima istanza, dell’unione per questo progetto dei suoi soci europei e giapponesi. D’altronde, come sai, il capitalismo si inaugurò, alla sua nascita, con un etnogenocidio gigantesco, quello delle civilizzazioni precolombine. E nell’attualità è obbligato a commettere un altro crimine sistematico, della medesima natura con i popoli dell’Asia e dell’Africa. E la volontà di preservare il monopolio dei rami nucleari a beneficio delle potenze della triade imperialista ha il senso di chiudere le porte alle possibilità di questi continenti e li sottomette in modo irreversibile alle esigenze della ricerca dell’accumulazione capitalistica e dell’allineamento atlantico. Altro che capitalismo dal volto umano, questo è piuttosto il suo contrario, un nuovo livello del spiegamento capitalista imperialista in tutto il suo orrore sanguinante. Questo è una specie di fascismo “blando”, senza braccia alzate e parate militari, apparentemente rispettoso di una “democrazia rappresentativa” vuota di ogni intenzione rinnovatrice.
Tuttavia, molte sono le contraddizioni e le resistenze che minacciano il progetto…
Fortunatamente sì. Le contraddizioni che minano il progetto sono tali che il suo contrario – ovvero il socialismo del XXI secolo del quale parlavamo in apertura- è oggi tutt’altro che un’utopia (intesa questa nel senso volgare di un desiderio irrealizzabile). La storia del socialismo concepì in un primo il superamento del capitalismo a partire dai suoi centri “sviluppati”, attraverso la riforma o la rivoluzione proletaria. Non è difficile capirne le ragioni: il socialismo si adattava “naturalmente” in seno alla nuova classe operaia sfruttata dal capitalismo industriale dell’Europa del XIX secolo. Oggi, il capitalismo non è solo più il nemico della classe operaia ma un nemico dell’umanità.
La costruzione della convergenza nella diversità delle lotte, che possono essere ascritte nella prospettiva del socialismo del XXI secolo, restituisce il suo posto all’universalismo, negando i discorsi culturalisti postmoderni che si ascrivono nella prospettiva dell’apartheid globalizzato. L’affermazione di tale universalismo non è sinonimo della “occidentalizzazione del mondo” né negazione delle specificità. Si tratta di traiettorie storiche diverse che generano culture politiche differenti e in costante trasformazione.
Il capitalismo storico (vale a dire il capitalismo realmente esistente, in opposizione alla visione ideologica della “economia di mercato”) è per natura imperialista (Europa, Stati Uniti, Giappone) e per sua stessa natura esclude la possibilità per le società delle periferie del sistema mondiale (Asia, Africa, America Latina) di raggiungere e divenire, a immagine del centro, delle società opulente. La via capitalistica costituisce per questi popoli un vicolo cieco.
Infine, va ribadito con forza, che la visione di un necessario accumulo preliminare che esigerebbe il passaggio da un “fase capitalista” prima di impegnarsi sulla via socialista, è senza fondamento. Dunque, la questione è o socialismo o barbarie e non o socialismo o capitalismo.
Affrontiamo la questione della prossima crisi finanziaria mondiale che, nella congiuntura attuale, pare piuttosto probabile…
L’accumulazione per esproprio è permanente all’interno della storia del capitalismo.
La vulgata ideologica dell’economia convenzionale e del “pensiero” culturale e sociale che l’accompagna afferma che l’accumulazione è finanziata dal risparmio – virtuoso- dei “ricchi”, e da quello delle nazioni. La storia non conferma questa invenzione dei puritani anglo-americani. Essa è, al contrario, quella di un’accumulazione largamente finanziata dall’esproprio degli uni (la maggioranza) a profitto degli altri (la minoranza). Marx analizzò con rigore questo processo che definì accumulazione primitiva, dove l’esproprio degli indigeni inglesi e irlandesi e delle colonizzazioni statunitensi costituiscono eloquenti testimonianze. In realtà questa accumulazione primitiva non si situa esclusivamente alle origini lontane e trascorse del capitalismo. E’ ancora oggi ben presente.
Una misura dell’importanza dell’accumulazione per esproprio -espressione che preferisco a quelle di accumulazione primitiva- è possibile. Ma per venire alla tua domanda sull’attualità vorrei dare dei dati in termini demografici e in quelli del valore apparente del prodotto sociale che l’accompagna.
La popolazione del Pianeta è moltiplicata per tre fra il 1500 e il 1900: da 450-550 milioni di esseri umani siamo passati a 1600 milioni. Poi, per 3,75 nel corso del XX secolo e siamo arrivati a una popolazione di 6.000 milioni. Ma la proporzione di europei (d’Europa e dei territori conquistati in America, Africa del Sud, Australia e Nuova Zelanda) passa dal 18% (o meno) nel 1500 al 37% nel 1900, per ridiscendere gradualmente nel XX secolo. I quattro primi secoli (dal 1500 al 1900) corrispondono alla conquista del mondo da parte degli europei, il XX secolo al “risveglio del Sud”, il Rinascimento dei popoli conquistati. E’ importante capire che questa distruzione non è stata prodotta dalle “leggi del mercato”, l’industria europea – che si pretende più “efficace”- che hanno preso il posto di prodotti non competitivi. Questo discorso ideologico passa sotto silenzio le violenze politiche e militari messe in atto per ottenere tali risultati. Non sono stati i “cannoni” dell’industria inglese, ma i cannoni tout court, che hanno avuto ragione della superiorità -non dell’inferiorità- delle industrie cinesi e indiane. L’industrializzazione, vietata dalle amministrazioni coloniali, ha fatto il resto e “sviluppato il sottosviluppo” dell’Asia e dell’Africa nel XIX e XX secolo. Le atrocità coloniali, l’estremo sfruttamento dei lavoratori sono stati il mezzo e i prodotti naturali dell’accumulazione per esproprio.
Il degrado portato avanti dalla centralizzazione che caratterizza la mondializzazione capitalista contemporanea ha prodotto una forma di gestione attribuibile al “sistema finanziario mondializzato” di funzioni decisive nella riproduzione del sistema nel suo insieme. I caratteri di questo sistema sono strettamente associati alla cristallizazione dell’oligarchia finanziaria. Questa, a sua volta, opera in un quadro definito dall’egemonia degli Stati Uniti fondato sulle liberalizzazioni internazionali dei movimenti finanziari e l’utilizzazione della misura dollaro-petrolio. Questo sistema rinforza la posizione dominante di Washington, nasconde le deficienza del sistema economico e sociale degli Stati Uniti e impone al resto del mondo una pressione finanziaria gigantesca che copre il deficit esterno degli Stati Uniti. Il dispiegarsi di questo sistema implica un volume permanentemente crescente delle operazioni finanziarie separate dalle esigenze della produzione, persino in conflitto fra di loro. Credo che questo sistema finanziario globalizzato costituisca “la catena debole” della globalizzazione capitalistica contemporanea. Se si pensa questo, la domanda da porsi è: può questo sistema essere progressivamente sostituito da un altro sistema finanziario “meno disequilibrato” (in favore dell’Europa, della Cina e forse di qualche altro paese), o è destinato a sprofondare nel caos? Quali saranno le risposte politiche e sociali a ciò? Le forze progressiste della sinistra, i governi e le classi dirigenti, devono integrare questa minaccia alla loro riflessione.
Samir, cosa vuol dire essere marxisti oggi?
Per me “essere marxisti” è partire da Marx ma non fermarsi a Marx, o a uno dei suoi grandi successori della storia moderna, Lenin o Mao.
Marxista e marxologo sono due specie differenti. Partire da Marx, significa partire dalla dialettica materialista, senza pertanto considerare che tutte le conclusioni a cui è arrivato Marx e l’uso che se n’è fatto siano necessariamente state corrette per quel tempo, a fortiori oggi. Farlo è fare di Marx un profeta, cosa che lui non ha mai preteso d’essere. Si impone quindi di dissacrare Marx.
Con tale spirito bisognerà, a mio umile avviso, affrontare la questione del posto della teoria rivoluzionaria oggi e, pertanto, il ruolo dell’intellettuale-militante che rivendica lo sforzo di comprendere il nostro tempo e formula proposizioni di azioni per la trasformazione. Bisogna farlo da uno spirito aperto, osare di voler costruire “la convergenza nelle diversità”.
9/11/2007
Marina Minicuci
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