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Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori
Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO
Seconda parte

Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori

Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO

In secondo luogo proponiamo all’insieme delle sinistre, e tra le masse, una svolta radicale sul terreno

dell’azione. Non si fronteggia la linea di sfondamento del padronato e del governo, senza contrapporle

una forza di massa uguale e contraria. Questo è oggi il nodo centrale della lotta di classe in Italia. Lo

diciamo da tempo: scioperi simbolici e ordinari, azioni centellinate e rituali , pure manifestazioni di

denuncia e protesta, sono non solo un atto impotente di testimonianza, ma oltre una certa soglia persino

un fattore di demotivazione di massa . Tutta l’esperienza di questi anni conferma questa verità. Si

impone dunque una svolta nelle forme di lotta di organizzazione di azione.

Quando proponiamo, instancabilmente, una vertenza generale del mondo del lavoro, dei precari, dei

disoccupati, congiunta all’occupazione delle aziende che licenziano, al coordinamento nazionale delle

aziende in lotta, alla costituzione di una cassa di resistenza; quando proponiamo alla base della

vertenza, una piattaforma generale unificante che parta dalla rivendicazione del blocco generale dei

licenziamenti, dalla difesa del contratto nazionale, della soppressione di tutte le leggi di precarizzazione

del lavoro votate in 15 anni da Centrosinistra e Centrodestra; quando proponiamo su questa piattaforma

una mobilitazione prolungata e radicale, mirata a piegare governo e padronato attraverso un’autentica

prova di forza; quando proponiamo una grande assemblea nazionale di delegati eletti, in tutte le

categorie, come sede democratica e di massa di promozione della vertenza, non avanziamo

semplicemente una proposta “sindacale” più radicale. Avanziamo di fatto la proposta politica di una

svolta di lotta che sia all’altezza di un livello di scontro qualitativamente nuovo. E che, sola, può riuscire

e generalizzare i mille episodi dispersi di resistenza sociale oggi in corso, a partire dalle centinaia di

aziende presidiate e occupate, ma anche dalle scuole e università in movimento dalle lotte di difesa dei

servizi pubblici. Del resto solo la preparazione e organizzazione di un’autentica prova di forza contro

governo e padronato può conseguire risultati, fossero pure parziali. Se il DDL Gelmini dovette

inizialmente rinviare la discussione al Senato non fu solamente per le contraddizioni interne alla

maggioranza: ma anche per l’effetto dirompente dell’onda d’urto di un movimento studentesco che

aveva occupato scuole e università, presidiato stazioni, fronteggiato la forza dello Stato, creando un

problema reale di ordine pubblico. E’ la misura indiretta di cosa potrebbe accadere se irrompesse sulla

scena un’analoga azione di massa del movimento operaio e di milioni di sfruttati.

Per questo diciamo che lo scontro alla Fiat è un banco di prova decisivo.Sosteniamo pienamente lo

sciopero generale promosso dalla Fiom per il 28 gennaio. Ma non è sufficiente. Occorre un salto di

qualità nell’azione. Occorre darle continuità.Congiungerla col blocco generale degli straordinari.

Preparare l’occupazione degli stabilimenti Fiat. Promuovere ovunque un’aperta contestazione di massa

di Cisl e Uil, come fu quella di piazza Statuto a Torino nel 62. Puntare apertamente a far saltare

l’accordo, affinchè lo scontro con la Fiat si trasformi nel punto di ricomposizione di una ribellione

generale capace di arrestare la valanga e rovesciare i rapporti di forza. Perchè questo è il bivio: o

emerge la forza dei lavoratori, o vince la forza del padrone. A chi ogni volta ci richiama al realismo

diciamo che esattamente questa è la realtà. E questo è vero anche sul piano politico più generale.

Riservare a Berlusconi il trattamento Tambroni del 1960: questa è e sarà la nostra proposta e la nostra

linea di massa. Perchè solo un incendio sociale e politico che trasformi la rabbia diffusa in un aperta

rivolta di massa può arrestare la reazione e aprire una pagina politica nuova. A chi ci dice che in una

battaglia frontale si può anche perdere rispondiamo che è vero. Ma non c’è sconfitta peggiore di una

battaglia non combattuta. Così è stato in tutta la storia del movimento operaio. Così è oggi. E in ogni

caso solo una svolta radicale può vincere. Solo una svolta radicale di azione può ricomporre l’unità del

fronte sociale, trascinare e polarizzare masse più larghe,infondere fiducia, incrinare il blocco sociale

reazionario. Solo una svolta radicale può puntare a cacciare Berlusconi dal versante delle ragioni del

lavoro contro ogni soluzione della crisi politica che punti a sostituire il Cavaliere con altri amici di

Marchionne e Bankitalia.

PER UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA CONTRO LA CRISI

In terzo luogo proponiamo una svolta radicale sullo stesso terreno del programma.

Assistiamo a un clamoroso paradosso. La borghesia italiana ha un programma di soluzione della crisi

contro i lavoratori e la maggioranza della società. I lavoratori non hanno un programma di soluzione

della crisi contro la borghesia. Di più: la borghesia italiana che per vent’anni ha saccheggiato il lavoro,

avanza un programma radicale di distruzione del contratto nazionale e di archiviazione dello stesso

Statuto dei lavoratori. Mentre le sinistre politiche e sindacali “più radicali” si limitano, nel migliore dei casi,

o a petizioni difensive o a suggerimenti “riformisti” magari mutuati da economisti liberali alla Krugman.

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Ne consegue una situazione singolare: la borghesia che deve conservare il suo mondo è più radicale di

chi dovrebbe rovesciarlo. Questa asimmetria di programmi non è solo la misura della subalternità del

riformismo alla società borghese: diventa la sanzione della sconfitta sociale per milioni di lavoratori e di

giovani.

Anche qui dunque proponiamo una svolta. Alla radicalità dei programmi borghesi, va contrapposta la

radicalità uguale e contraria dei programmi operai.

Per questo abbiamo indicato nel nostro documento congressuale un programma d’emergenza contro la

crisi che sottoponiamo all’attenzione e al confronto di tutta l’opposizione sociale.

Se i padroni chiedono un aumento dei carichi di lavoro, a fronte dell’attuale sovraproduzione,

rivendichiamo la ripartizione fra tutti del lavoro che c’è con la riduzione generale dell’orario a parità di

paga, in modo che nessuno sia privato del lavoro.

Se il padronato pratica e annuncia una nuova ondata di licenziamenti rivendichiamo la nazionalizzazione

senza indennizzo e sotto controllo operaio di tutte le aziende che licenziano o che attaccano i diritti

sindacali, o che causano omicidi bianchi.

Se i padroni scaricano sulle condizioni sociali la propria evasione fiscale, rivendichiamo l’apertura dei

libri contabili delle aziende, l’abolizione del segreto bancario,la trasformazione in reato penale dello

sfruttamento del lavoro nero, un controllo operaio e popolare sul fisco che individui in modo capillare le

frodi del capitale, una tassazione progressiva dei grandi profitti, rendite e patrimoni che restituisca

innanzitutto alla società italiana i 300 miliardi di euro sottratti dalla rapina degli ultimi ventanni.

Se infine i governi promuovono un nuovo smantellamento della scuola pubblica, della sanità, dei servizi,

per finanziare i 70 miliardi di interessi annuali sul debito pubblico da versare a banchieri italiani e

stranieri, rivendichiamo l’opposto: l’annullamento del debito pubblico verso le banche per investire in

scuola, sanità e servizi, finanziando un grande piano sociale di nuovo lavoro: ciò che richiede la

nazionalizzazione delle banche e la loro concentrazione in un’unica banca pubblica, sotto controllo

operaio e popolare.

Naturalmente questo programma non esaurisce il più vasto ambito di un programma di transizione. Ma

ne riassume il senso in rapporto alla crisi e alla stretta che configura. Solo l’insieme di queste misure può

realizzare un’uscita dalla crisi nell’interesse dei lavoratori. E solo un governo dei lavoratori può realizzare

tali misure. Solo un governo che sottragga al capitale le leve del comando. Solo un governo che ponga

al posto di comando la classe operaia e la sua autorganizzazione di massa. Questa è l’essenza del

nostro programma e della nostra proposta.

UN PROGRAMMA PER TUTTI GLI OPPRESSI E TUTTE LE DOMANDE DI LIBERAZIONE. IL SUD E I

GIOVANI.

E questo programma non si rivolge alla sola classe operaia. La centralità della classe operaia, a partire

dalla classe operaia industriale è confermata da tutta l’evoluzione della crisi e dello scontro sociale. Non

a caso l’attacco alla FIOM è il perno dell’aggressione avversaria. Ma noi siamo comunisti, non ”

operaisti”. E proprio perché comunisti avanziamo un programma anticapitalista che si rivolge all’insieme

delle masse oppresse e delle domande di opposizione: alle domande di liberazione della donna, alla

larga massa dei migranti supersfruttati , alle forze dell’intellettualità e della cultura, agli strati diseredati

delle periferie metropolitane, alle più larghe masse del meridione come alle domande ambientaliste e

anticlericali.

Solo la classe operaia può dare espressione unificata a questo blocco sociale, come ha dimostrato

simbolicamente ancora una volta la manifestazione della FIOM a Roma dove, non a caso, larga parte di

quelle domande ed esigenze sono confluite. A sua volta solo un programma anticapitalista per il governo

dei lavoratori può dare a quelle domande una risposta reale e non mistificatoria.

In questo quadro abbiamo posto e dobbiamo porre un’attenzione particolare alla condizione del Sud.

Non solo per ragioni legate alla sua storica oppressione. Ma perchè il Sud è oggi , più di ieri, un crinale

di possibile frattura del blocco sociale dominante sotto la pressione congiunta dalla crisi capitalista,

dell’allargamento dell’Unione Europea e del disegno federalista della Lega.

Non è un caso che proprio nel Sud si registri oggi il massimo punto di crisi del blocco governativo di

centrodestra, con autentici fenomeni di disgregazione, e insieme il massimo punto di crisi e trasformismo

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del blocco di Centrosinistra. A questo non si accompagna ancora una ripresa d’azione delle grandi

masse meridionali. Ma le mobilitazioni sui rifiuti, le proteste negli ospedali, la difesa delle stazioni

ferroviarie,- pur in ordine sparso- sono la punta emergente di un iceberg profondo di insoddisfazione

popolare. Si tratta di evitare che questa insoddisfazione venga assorbita e distorta, come tante volte è

accaduto,da suggestioni localiste, operazioni trasformiste, culture regressive.

Agire nel Sud come partito di classe mirato alla rivolta sociale e di massa contro lo Stato gendarme degli

industriali e dei banchieri del Nord: questa è la necessità che abbiamo posto nel nostro documento

congressuale, attraverso una specifica proposta di nostro orientamento nel meridione. La borghesia

celebra i 150 anni della propria rapina nel Sud, nel momento stesso in cui radicalizza la propria

oppressione sul Meridione. Noi diciamo che solo il movimento operaio può dare una prospettiva al

popolo del meridione ponendosi contro la borghesia, la sua ipocrisia patriottica o le sue recite

secessioniste. Se la loro bandiera è Cavour la nostra bandiera è Pisacane e Gramsci.

Così abbiamo la necessità di un’attenzione particolare al movimento studentesco.

Il movimento che nelle ultime settimane si è levato con un’accelerazione sorprendente non è solo un

movimento degli studenti: è un movimento di giovani. Non contesta unicamente la controriforma Gelmini.

Si ribella a quella condizione di precariato a tempo indeterminato cui le classi dominanti e tutti i loro

governi condannano la giovane generazione. Non a caso in questo movimento si è affacciata una

generazione di giovanissimi, senza esperienza pregressa- spesso neppure quella del 2008- e perciò

stesso libera dal peso delle sconfitte e segnata da energie fresche e preziose.

Il livello di coscienza politica è inevitabilmente limitato, com’è naturale nella fase iniziale di ogni giovane

movimento, tanto più nel contesto storico attuale. E per questo vi trovano spazio fisiologico illusioni

democratiche e istituzionali, magari riposte in un Presidente della Repubblica il cui unico ruolo è è quello

di ammortizzatore sociale e di inganno politico.

Ma sarebbe un errore profondo confondere il livello dato della coscienza o le posizioni delle leaderschip

con la dinamica e le potenzialità del movimento giovanile. Ben più che nel 2008, questo movimento ha

fatto irruzione nella crisi politica e per questo ha maturato un interesse politico più diretto e diffuso.

Più che nel 2008 si manifesta nel movimento un sentimento spontaneo di solidarietà coi lavoratori e di

ricerca di un blocco sociale col lavoro: favorito in questo dalla dislocazione più avanzata della Fiom e da

un diverso rapporto con la Fiom delle stesse direzioni studentesche.

E infine ben più che nel 2008, migliaia di giovani hanno fatto diretta esperienza del confronrto di piazza

con l’apparato dello Stato, a partire dalla giornata cruciale del 14 dicembre: dove non i fantomatici black

bloc, o qualche scapestrato spaccavetrine, ma diverse migliaia di giovani che volevano dirigersi verso i

palazzi del potere contro un governo salvato da deputati corrotti , hanno incontrato sulla loro strada la

massa d’urto della violenza poliziesca. E giustamente si sono difesi, ed hanno replicato, com’è loro

diritto, anche con l’uso della forza di massa, nella migliore tradizione del movimento operaio e popolare.

Ed hanno difeso con dignità questa scelta contro la campagna di criminalizzazione dei partiti borghesi e

contro la dissociazione delle componenti più organicamente riformiste del movimento come i vertici

dell’UDU.

Tutto questo segnala potenzialità importanti .

Per questo la lotta per l’autorganizzazione democratica di massa del movimento; la difesa della sua

autonomia dal centrosinistra e lo sviluppo della sua coscienza politica;la saldatura delle sue

rivendicazioni immediate con un programma anticapitalista; la battaglia interna allo stesso movimento

operaio per un programma di svolta e di mobilitazione che dia ai giovani una prospettiva di riferimento,

sono tutti aspetti tra loro intrecciati di un lavoro di ricomposizione del blocco sociale anticapitalista. Che è

inseparabile dalla riconquista di un’egemonia di classe sulla gioventù.

LA POSSIBILTA’ DI CRISI RIVOLUZIONARIE. CAUTELA NELLE PREVISIONI. CAPACITA’ DI

AZIONE.

Più in generale, l’insieme dei fattori della crisi italiana – sociali, politici, istituzionali – delinea una base

materiale di possibili esplosioni sociali per alcuni aspetti più ampia di quella esistente nella I Repubblica.

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La I Repubblica borghese, nata dal tradimento delle potenzialità rivoluzionarie della resistenza,

disponeva di un quadro capitalistico in sviluppo per larga parte della sua storia, di un grande partito

borghese centrale, con base di massa, come la DC, capace di integrare nel capitalismo italiano ampie

masse popolari del Nord e del Sud – della presenza del più grande partito stalinista d’Occidente, il PCI,

quale potente strumento di controllo della lotta di classe e della sua subordinazione al quadro costituito.

Questo sistema combinato di forze non impedì la ciclica ascesa di grandi movimenti di massa che a più

riprese sfidarono la stabilità borghese sino a produrre ripetute crisi rivoluzionarie e prerivoluzionarie: nel

48, nel 60, tra il 69 e il 76. Ma al tempo stesso riuscì a contenerle dentro le compatibilità del sistema

borghese e dei suoi equilibri flessibili.

Il quadro della II Repubblica e della sua attuale crisi è profondamente diverso . La classe operaia italiana

e i movimenti di massa hanno registrato negli ultimi 30 anni, ed in particolare nei due ultimi decenni, un

arretramento rilevante di coscienza politica e posizioni sociali, per responsabilità preminenti delle loro

direzioni . Ma, simmetricamente, anche l’ossatura politica e istituzionale della Repubblica borghese si è

fatto complessivamente più fragile: per una crisi capitalistica che ha eroso le basi sociali del consenso e

la stessa unità del blocco sociale dominante; per il fallimento della costruzione di un nuovo equilibrio

politico d’alternanza, capace di rimpiazzare la struttura politica democristiana; per la scomparsa, per la

prima volta dal dopoguerra, di una rappresentanza politica maggioritaria del movimento operaio – a

seguito della lunga mutazione PCI-PDS-PD – capace di presidiare con la stessa efficacia il controllo del

fronte sociale.

In questo quadro storico di fondo, al di là del contingente, sta in prospettiva lo spazio di esplosioni

radicali.

Contrariamente a diffuse rappresentazioni, quelle sì “ideologiche”, che immaginano la rivoluzione come

mitologia letteraria, crisi verticali, anche rivoluzionarie, possono prodursi come brusche svolte dello

scenario italiano, come nello scenario europeo.

Non sta a noi prevedere tempi e dinamiche di possibili processi di radicalizzazione di massa che come

insegna la storia, possono nascere dai fatti contingenti più imprevedibili e di diversa natura, economici e

politici. E certo sarebbe metodologicamente sbagliato avventurarsi in previsioni facilone.

Ma sta a noi combinare la cautela delle previsioni con la capacità di uno scatto politico audace di fronte

a possibili precipitazioni della crisi italiana.

L’INTERVENTO DEL PARTITO. PROPAGANDA, RADICAMENTO, DIREZIONE DELLE LOTTE

E in questo quadro generale che abbiamo provato a razionalizzare, con maggiore precisione, l’intervento

di massa del nostro partito.

Il nostro intervento è innanzitutto, come abbiamo detto, un intervento di propaganda: ciò che significa in

termini marxisti un intervento incentrato, in ogni lotta, sulla presentazione generale del nostro

programma e delle nostre proposte politiche di fondo . Questo è e resta il tratto dominante della nostra

politica: sia per i limiti attuali delle nostre forze, sia per il fatto che proprio per una piccola forza il suo

programma generale può essere il principale fattore di riconoscibilità . Ed anzi questo aspetto della

propaganda generale del nostro programma anticapitalista per un governo dei lavoratori va ulteriormente

rafforzato di fronte al procedere parallelo della crisi capitalista internazionale e della crisi italiana, in tutta

la loro profondità.

Ma, detto questo, non ci siamo limitati e non possiamo limitarci alla propaganda. Dobbiamo puntare

ovunque possibile a radicarci nelle lotte e nei movimenti sociali; ad articolare nel vivo dei conflitti le

nostre proposte generali ; a cercare di conquistare un ruolo rilevante in quelle lotte e, ove possibile, a

prenderne la testa. Tutto ciò, come sappiamo, è sempre molto difficile per ragioni oggettive e limiti

soggettivi . Ad oggi, il nostro giovanissimo partito non ha ancora vissuto l’esperienza di direzione di lotte

importanti di richiamo nazionale. E tuttavia, in questi due anni, abbiamo fatto passi avanti, accumulando

nuove esperienze preziose, seppur contingenti di intervento di massa: sia in situazioni di fabbrica e di

resistenza aziendale ,come alla FIAT, alla Merloni, alla Sevel, ad Alitalia, all’Unilever, all’Alcoa; sia in

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contesti di movimento studentesco e di lotte nella scuola e nell’università come a Roma, Bologna,

Cosenza, Ancona, Napoli, Reggio Calabria; sia in lotte di massa a base territoriale, come nella

mobilitazione a difesa delle strutture ospedaliere in Basilicata, o nel movimento dei terremotati

abruzzese, o tra gli alluvionati di Messina; sia in esperienze di fronte unico antifascista come in Toscana.

Per citarne solo alcune. E in alcune di queste esperienze non solo abbiamo guadagnato nuovi

compagni al partito, ma abbiamo verificato come la crisi delle vecchie direzioni e il vuoto di proposta

politica e sindacale possa aprire per il PCL uno spazio di inserimento superiore alle sue deboli forze.

Occorre dunque sviluppare e generalizzare questa tendenza di lavoro ponendo l’obiettivo del

radicamento sociale, a partire dalla classe operaia, come obiettivo centrale dei piani di lavoro delle

nostre sezioni e coordinamenti regionali

E tutto questo non semplicemente perché “si deve”, com’è naturale per un partito comunista. Ma per due

ragioni essenziali e di fondo, tra loro complementari.

La prima è che la conquista di un ruolo di direzione di una lotta può essere un veicolo di accelerazione

della costruzione del nostro partito, un salto potenziale, piccolo o grande, del nostro profilo pubblico e

nell’accumulo di nuove forze. A maggior ragione se quella lotta si configurasse (o divenisse) una lotta di

richiamo nazionale. Nella grande crisi americana degli anni 30, il piccolo SWP fece della conquista di un

ruolo di direzione delle lotte dei camionisti di Minneapolis, un fattore di sviluppo nazionale del

radicamento operaio del partito. Noi non abbiamo avuto ancora una nostra Minneapolis. Ma è essenziale

protendere le nostre forze in questa direzione, cercando di entrare in ogni varco possibile.

La seconda ragione è che la conquista di una lotta alle nostre parole d’ordine – o anche solo

un’influenza visibile delle nostre parole d’ordine in questa lotta – può diventare un fattore positivo di

propagazione in più ampi settori di massa con ricadute preziose sull’intera dinamica della lotta di classe.

L’esplosione sociale del Maggio 68 in Francia con la relativa situazione rivoluzionaria, non si sarebbe

prodotta senza il fattore d’innesco di un piccolo gruppo di trotskisti francesi nella fabbrica di Sud-

Aviation, dove spinsero quella occupazione della fabbrica che costituì l’innesco della valanga. E’ la

misura dell’importanza del fattore soggettivo nella lotta, e di come, in condizioni particolari, anche un

piccolo partito- o un piccolo settore d’avanguardia- possa svolgere un ruolo politicamente superiore alle

sue dimensioni.

Ancora una volta la forte tensione verso il fine e la ricerca dinamica dello sbocco anticapitalista è e deve

essere il tratto caratterizzato del PCL e del suo intervento di massa in ogni lotta, piccola o grande.Con la

consapevolezza che, in ultima analisi, solo lo sviluppo del nostro partito dentro la lotta di classe può dare

a questa lotta una prospettiva rivoluzionaria e liberatrice.

L’AUTONOMIA DEL NOSTRO PARTITO

Proprio l’ambizione del nostro programma e della nostra politica pone al PCL la necessità di

padroneggiare la relazione tra due aspetti da sempre inseparabili della politica rivoluzionaria: la piena

autonomia del partito, la politica di conquista della maggioranza delle masse. L’assoluta fermezza di

principi. La massima flessibilità della tattica. Questa relazione è il cuore della tradizione leninista e della

battaglia del bolscevismo, in Russia e su scala internazionale, all’interno stesso del movimento

rivoluzionario, contro gli opposti pericoli dell’opportunismo e dell’estremismo. Il fatto che il nostro II

Congresso si sia cimentato su questo nodo decisivo ricollega la nostra discussione alla storia del nostro

movimento. E rappresenta un fatto di arricchimento della nostra costruzione e formazione.

La costruzione indipendente del PCL in quanto partito marxista e rivoluzionario è l’alfa e l’omega di tutta

la nostra politica e della nostra stessa esistenza.

La nascita e lo sviluppo dei partiti rivoluzionari è storicamente segnata dalla scissione col riformismo e

col centrismo, attorno a principi discriminanti. Così è stato sempre. Così è stato ed è per il nostro partito.

Tutto il lungo processo di gestazione del PCL attraverso la battaglia di raggruppamento rivoluzionario in

Rifondazione Comunista è stata segnata dalla progressiva demarcazione sia dal riformismo

bertinottiano, sia dalle componenti staliniste, sia dal centrismo delle “sinistre critiche” interne. E questo

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spirito di scissione, come diceva Gramsci, ha animato il Congresso fondativo del nostro partito e la

politica di questi anni, in tutte le scelte di fondo: contro le mille pressioni unitariste, reali o finte, che fuori

di noi avrebbero voluto o vorrebbero dissolverci in un’indistinta “unità dei comunisti” con forze non

comuniste.

L’abbiamo detto e lo ribadiamo pubblicamente qui: il comunismo non è un nome, un simbolo, una

memoria, una critica del capitalismo o un’evocazione dell’immaginario; il comunismo è un programma di

rivoluzione sociale per il potere dei lavoratori.

Questo programma è il fondamento del PCL e non può essere né rimosso né amputato, pena la

liquidazione della nostra ragione politica. L’unità dei comunisti è tale se si realizza attorno a un

programma comunista, non se lo rimuove.Pena l’eterna riproposizione di equivoci fallimentari. Per

questo consideriamo il Partito Comunista dei lavoratori e il suo sviluppo come luogo e strumento

dell’unità dei comunisti, contro tutte le suggestioni retoriche che nel nome dell’ unità verrebbero liquidare

il nostro partito e il suo programma, nel nome di altri programmi e dunque di altri partiti e tradizioni: o

quelle dello stalinismo stile KKE che chiama provocatori i giovani greci in rivolta, o quelle del bolivarismo

chavista, o quelle di Porto Alegre e della cosidetta “democrazia partecipativa”, come proponeva Sinistra

Critica poco prima di votare le finanziarie di Prodi.

Questa linea di demarcazione programmatica, quindi politica e organizzativa, non solo non va messa in

discussione, ma va oggi consolidata. Va consolidata nella razionalizzazione interna di partito. Ma va

consolidata anche in sede pubblica sviluppando una costante e attiva battaglia – politica, teorica,

culturale – verso le formazioni riformiste e centriste, in tutte le sedi e occasioni di confronto. Tanto più

oggi in un quadro politico segnato dall’obiettiva frammentazione dell’estrema sinistra e da una diffusa

confusione politica nella stessa avanguardia di classe e di movimento.E soprattutto la nostra autonomia

va ricondotta al quadro internazionale delle nostre radici e della nostra collocazione. Perchè la

costruzione del nostro partito in Italia non è altra cosa dal lavoro di ricostruzione dell’internazionale

rivoluzionaria, su scala mondiale e in ogni paese, attorno ai soli principi e al solo programma che

abbiano retto la prova della storia: quelli del leninismo e quindi del trotskismo.

LA “CONQUISTA DELLA MAGGIORANZA” E IL RUOLO DELLA TATTICA

Ma per i rivoluzionari l’autonomia del partito e del suo programma non è un fine a sé. Non è uno

steccato in cui recintarsi. E’ in funzione della conquista delle masse e innanzitutto della loro avanguardia

alla prospettiva della rivoluzione. E’ questo un punto centrale della riflessione del nostro Congresso.

Un’organizzazione centrista, antagonista, movimentista, che vive di soli obiettivi immediati, di dinamiche

di movimento, di scadenze contingenti, non ha il problema della conquista della maggioranza. Perché

non ha un fine generale da perseguire al di là della propria sopravvivenza o della difesa del proprio

spazio. Ma un partito rivoluzionario, che si basa su un progetto generale che in ogni lotta immediata

persegue un fine di rivoluzione, deve assumere la politica della conquista della maggioranza, come

cardine della sua stessa identità: perché proprio la prospettiva del governo dei lavoratori richiede

necessariamente la conquista delle masse politicamente e sindacalmente attive, senza la quale si

ridurrebbe a evocazione retorica o utopia.

E, a sua volta, un’azione politica volta alla conquista delle masse, e innanzitutto dei loro settori più

combattivi , seleziona un sistema di tattiche funzionali allo scopo: in relazione alle altre sinistre riformiste

e centriste, in relazione all’intervento nei sindacati di massa, in relazione alle elezioni e ai parlamenti

borghesi . Queste tattiche che la storia del nostro movimento ci consegna, non sono affatto una

compromissione dei principi rivoluzionari. Sono in un certo senso l’opposto: la condizione decisiva per

costruire una prospettiva di rivoluzione e lo stesso sviluppo del partito rivoluzionario e del suo

programma rivoluzionario presso più ampi settori di massa e di avanguardia.

La proposta che abbiamo avanzato – e la discussione che abbiamo avuto – attorno alla tattica elettorale

sta tutta in questa cornice. E’ l’espressione su un terreno particolare, di una logica generale: come

investire il nostro programma nella più ampia comunicazione di massa proprio al fine dell’allargamento

della sua presentazione e dell’ampliamento della sua influenza. Proprio per questo partendo sempre, in

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ogni articolazione della tattica, da una premessa decisiva: l’autonomia irrinunciabile del nostro

programma e la costruzione indipendente del nostro partito.

Fermezza dei principi e duttilità della tattica. Questa, come abbiamo detto, è la lezione più profonda del

bolscevismo. E per questo abbiamo voluto recuperare quella lezione con ripetuti riferimenti storici nello

stesso testo congressuale. E’ una scelta che rivendichiamo perché non costruiremo il futuro del nostro

partito e del nostro progetto senza radicarlo nella teoria e nella storia del leninismo. E’ esattamente

questo che ci distingue dalle altre sinistre e dalla galassia del centrismo. Sarebbe davvero paradossale

se proprio nel nome di una tutela malintesa della nostra autonomia a sinistra, finissimo col cancellare o

rimuovere proprio ciò che ci distingue : la continuità con la tradizione rivoluzionaria, nei suoi aspetti

programmatici come nell’espressione tattica.

E tanto più sarebbe paradossale se nel farlo, dovessimo recuperare involontariamente, magari nel nome

dell’aggiornamento della teoria, i più vecchi argomenti di quelle correnti estremiste contro cui Lenin e

Trotsky svilupparono la propria battaglia. Quando Lenin, sulla base dell’esperienza della rivoluzione

russa, rivendicò l’importanza della tattica in campo elettorale, sindacale, nel rapporto con gli altri partiti

del movimento operaio, tutto l’estremismo obiettò, in forme diverse, che “ciò che era vero per la Russia

arretrata non era valido per l’Occidente avanzato o che i tempi cambiati”. Proprio Lenin ebbe buon gioco

nel rispondere che la verità è opposta: se i bolscevichi dovettero usare l’arma della tattica per

conquistare le masse in una Russia arretrata, a fronte di sindacati deboli, dell’assenza di una

democrazia borghese, di concorrenti politici fragili, a maggior ragione l’importanza della tattica si

sarebbe rivelata decisiva nell’Occidente avanzato, a fronte di illusioni istituzionali più radicate, di una

democrazia parlamentare segnata da una lunga storia e tradizione, di pregiudizi borghesi assai più

diffusi tra le masse, di burocrazie dirigenti del Movimento Operaio ben più sperimentate. Proprio a fronte

della maggiore complessità della rivoluzione in Occidente, sarebbe stato infantile immaginare la politica

rivoluzionaria come una semplice linea retta di propaganda e di denuncia, senza lo sforzo di comunicare

alle masse, senza duttilità di manovra tattica, senza capacità di inserimento nelle contraddizioni

avversarie.

Questa lezione di metodo sulla complessità della politica rivoluzionaria può essere recuperata ed

aggiornata in relazione all’attuale contesto della nostra azione e costruzione. E’ vero che il combinarsi

della crisi capitalista , del crollo dello stalinismo, della crisi della socialdemocrazia, amplia storicamente

lo spazio di una proposta rivoluzionaria. Ma tutto questo si intreccia contradditoriamente con

l’arretramento della coscienza politica di massa, e di riflesso della sua stessa avanguardia sociale: al

punto che la cesura tra programma rivoluzionario e coscienza di massa non è mai stata tanto profonda

quanto oggi. Così, è vero che in Italia lo scioglimento del PCI e poi la crisi di Rifondazione hanno creato

in definitiva un terreno più fertile per lo sviluppo del marxismo rivoluzionario. Lo stesso nostro partito è

nato da questo nuovo contesto. Ma la crisi verticale della vecchia sinistra italiana non ha lasciato il

vuoto. Così oggi la crisi del PD e di Rifondazione va liberando lo spazio di sviluppo del vendolismo

presso nuovi settori del movimento operaio e della gioventù. Anche la Fed, nonostante la sua

profondissima crisi conserva un volume nazionale di mobilitazione militante molto più ampio del nostro.

E persino fenomeni come il dipietrismo e il grillismo hanno trovato un loro spazio nella crisi di

rappresentanza della sinistra presso ampi settori del suo popolo. Non costruiamo dunque il nostro

progetto su un prato verde tutto per noi disponibile. Ma su un terreno impervio segnato dai cascami della

crisi del riformismo, ingombrato da altri soggetti, vecchi o nuovi, spesso più robusti di noi, disseminato di

ostacoli di ogni tipo: compreso lo scetticismo diffuso verso la stessa dimensione della politica in ampi

settori di massa.

Proprio per questo è decisivo fronteggiare la mole di questi ostacoli, tanto più per un partito piccolo e

giovane come il nostro, ricercando ogni possibile forma e canale di comunicazione di massa e dunque di

battaglia sul nostro programma.

Presentare regolarmente il nostro partito alle elezioni ovunque possibile, ricercando in ogni caso ogni

possibile utilizzo dell’occasione elettorale per presentare le nostre proposte ai lavoratori e ai giovani .

Sviluppare il nostro lavoro nei sindacati di massa e in ogni sindacato, e così anche nelle organizzazioni

studentesche, nelle associazioni antifasciste, e in ogni ambito popolare progressivo. Articolare un nostro

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Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori

Pi

Relazione introduttiva del portavoce MARCO FERRANDO

specifico intervento di proposta e di sfida verso le sinistre riformiste e centriste, sul terreno della politica

del fronte unico, anche al fine di evidenziare ed ampliare le loro contraddizioni in funzione del nostro

sviluppo. Tutto questo non è un optional o un elemento accessorio. E’ e deve essere un aspetto

organico del nostro intervento di massa, per costruire coscienza di classe, sviluppare egemonia,

spiegare la necessità della rivoluzione e del governo dei lavoratori, innanzitutto ai settori più avanzati

delle masse. Non è altro dalla costruzione del nostro partito, quasi una sorta di diversivo politicista. E’ al

contrario un aspetto decisivo della nostra costruzione come partito rivoluzionario.

IN CONCLUSIONE

Per concludere, cari compagni e compagne,

la costruzione di un partito rivoluzionario è sempre- come tutti sappiamo – un’impresa molto complicata.

Non avviene mai per linea retta, ma lungo un inevitabile saliscendi di successi e insuccessi, di avanzate

e ritirate, lungo la dinamica creativa e imprevedibile della lotta politica e di classe. Così è stato sempre

per tutti i partiti rivoluzionari, a partire dal partito della rivoluzione russa. Così è stato e sarà per il nostro

giovane partito.

Il nostro sviluppo e la nostra prospettiva non sono affidati unicamente alla giustezza delle nostre ragioni

o alla bontà dei nostri programmi. Ma alla nostra capacità di incontro con quelli che saranno i processi di

maturazione dell’avanguardia di classe, con le esperienze di una nuova generazione operaia e

studentesca, con le dinamiche di nuove crisi e scomposizioni che si produrranno inevitabilmente nel

campo franoso dei partiti riformisti e centristi. Sarà quell’incontro a produrre un salto nell’accumulazione

delle forze e un passo avanti della nostra costruzione.

Naturalmente non possiamo prevedere i tempi e le forme di quell’incontro. Infinite sono le variabili della

lotta politica e di classe. Nè tutto dipende dalla nostra sola volontà. Ma certo da noi e solo da noi

dipende la tenacia di un fine: la salvaguardia di un programma e al tempo stesso il suo investimento

nella conquista attiva di nuove forze, nell’azione di egemonia alternativa fra le masse, nella costruzione

del partito rivoluzionario. Senza la tensione organizzata di questa volontà, e di una politica dinamica che

le corrisponda, anche le occasioni più favorevoli verrebbero inevitabilmente perdute. Con ricadute

profondamente negative non solo per noi ma per il movimento operaio italiano.

Il Partito Comunista dei Lavoratori ha peraltro tutte le carte in regola per affrontare l’impresa. Per la

prima volta, a novantanni esatti dalla nascita del Partito comunista d’Italia a Livorno, c’è un partito basato

sul suo stesso programma. E’ il nostro partito. Il nostro primo congresso l’ha fondato. Ora abbiamo il

compito di costruirlo. Questo è il senso di fondo del nostro secondo congresso e della discussione certo

più impegnativa che ci ha coinvolto e che ci coinvolgerà in questi giorni. E dell’azione politica dei

prossimi anni.

C’è un’immagine di queste ultime settimane che trovo molto bella e che in qualche modo può forse

simboleggiare la nostra collocazione e la nostra prospettiva. E’ l’immagine della nostra bandiera in prima

linea nella battaglia di massa del 14 dicembre a Roma in Piazza del Popolo, nelle mani di un nostro

compagno operaio. Non c’erano altre bandiere di partito in quel frangente, non quelle di Vendola, non

quelle di Rifondazione, o di altri. C’era la nostra bandiera. E’ un piccolo fatto certo, ma emblematico.

Perchè è il nostro partito, e non altri, che proprio per il suo programma di rivoluzione può spendersi nel

movimento di massa con coraggio nel momento della sua diretta contrapposizione allo Stato. La nostra

bandiera in quella piazza era dunque in qualche modo il riflesso del nostro programma. E’ vero il 14

dicembre quella bandiera era solo un presidio di presenza, non un riferimento politico egemone.

Trasformare quella presenza simbolica in un progetto egemone, a partire dalla giovane generazione è il

nostro compito. Per una 4° internazionale rifondata, Per la rivoluzione socialista mondiale.

.

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