LE RAGIONI ECONOMICHE DELLA CRISI
Parte prima
“La caduta tendenziale del saggio di profitto”
Le ragioni economiche che hanno scatenato la crisi non sono liquidabili come è stato fatto da gran parte dei media colpevolizzando l’ingordigia di manager rampanti o legandola allo scoppio della bolla speculativa americana derivata dal facile accesso al credito.
Non possono essere liquidate così perché viene nascosto un terzo elemento su cui questa crisi si è fondata, quello più importante, elemento in mancanza del quale non si potrebbe affermare che questa è la crisi economica più grave del secolo, al pari, se non superiore, a quella del ‘29.
Queste due crisi hanno molti elementi di analogia tra di loro e quello più rilevante, quello che realmente motiva la crisi di oggi come nel ’29, consiste nel fatto che i salari globali dei lavoratori dipendenti non sono mai stati così bassi dal dopoguerra in avanti.
È necessario chiarire che per brevità con il termine salari globali intendo non il solo lordo delle buste paga ma la somma di esso con tutta la spesa sociale che le varie nazioni impegnano annualmente consistente in spesa sanitaria, spesa per l’istruzione, spesa per le pensioni, spesa per la ricerca, spesa per l’assistenza ai più indigenti.
Ebbene mai dal dopoguerra ad oggi la somma tra queste spese, il salario diretto e quello indiretto dei lavoratori è stata così bassa.
Mai tramite le molte riforme che si sono susseguite nell’arco di trent’anni si è tagliato così tanto la spesa sociale.
Mai gli industriali tramite accordi sindacali firmati a braccetto con sindacati borghesi e ormai lontani dagli interessi dei lavoratori hanno ridotto così tanto la quota di salario dei lavoratori e compresso i loro diritti.
Questo meccanismo inevitabilmente è sfociato nella caduta tendenziale del saggio di profitto di marxiana memoria e cioè si è arrivati al quel punto di non ritorno caratterizzato dall’impossibilità da parte dei lavoratori di acquistare le merci da loro stessi prodotte.
Questa regola economica è caratterizzata da alcuni passaggi fondamentali:
1) Il capitale per essere più competitivo tende a comprimere i salari dei lavoratori e ad alzare la loro produttività, cioè con l’introduzione di nuove tecnologie aumenta il numero di merci prodotte e contemporaneamente però mantiene fermi i salari. In questo modo il costo unitario di ogni merce si abbassa.
2) La contrazione dei salari che ne deriva intrecciato con la diminuzione delle tutele sociali impedisce ai lavoratori di acquistare le merci da loro prodotte in quanto gran parte del loro reddito viene impiegato a coprire i bisogni primari in precedenza coperti dal welfare.
3) La competizione tra i capitalisti li spinge ad abbassare i costi delle merci nel tentavo di essere più competitivi e quindi di esportare merci a basso costo in altri paesi. Per far ciò tendono a ricercare zone del mondo dove i costi sono più bassi. L’esempio della Cina è illuminante. Tramite la compressione dei salari e i minori controlli in materia di ambiente e sicurezza, si fanno arrivare in Europa merci che hanno un prezzo notevolmente inferiore a quelle prodotte in Italia, Francia, Germania.
4) I capitalisti europei allora a sua volta contraggono i salari dei lavoratori europei coadiuvati da sindacati complici nel tentativo di rincorrere al ribasso la competitività di paesi come la Cina.
5) A questo punto il sistema va in stallo. Vengono prodotte merci a bassa costo che non possono essere acquistate ne dai lavoratori cinesi, ne dai lavoratori europei. Lo stesso discorso va riferito a tutti gli altri continenti perché il meccanismo è globale.
Tuttavia il sistema globalizzato ha retto più di quanto ci si poteva aspettare, cioè la caduta tendenziale del saggio di profitto è stata relativamente ritardata, perché nel sistema era presente un anomalia.
Una nazione, diversamente da tutte le altre, per parecchio tempo è stata in grado di far fronte alle eccedenze mondiali tramite un meccanismo facilitato di accesso al credito.
Quella nazione è l’America.
In America grazie alla facilità con la quale venivano erogati mutui e prestiti le eccedenze mondiali erano assorbite da lavoratori che si indebitavano costantemente e progressivamente.
Quando però anche lì la compressione inevitabile dei salari e le riforme al welfare, intrecciate con la crisi del dollaro sul mercato mondiale, non hanno più permesso ai lavoratori americani di far fronte ai loro debiti tutto il sistema mondiale è andato in stallo e il saggio della caduta tendenziale del profitto si è determinato in tutta la sua devastante forza.
Parte seconda
“La finanziarizzazione dell’economia”
Per provare a capire il lato finanziario della crisi è necessario ricollegarsi a quanto detto in precedenza e ripartire dall’affermazione che mai in nessuna epoca storica si è prodotta tanta ricchezza come nell’attuale, rischiando di essere ridondanti su alcuni aspetti.
Le crisi, e questa non è da meno, servono per ridistribuire verso pochi le ricchezze prodotte.
Allora per capire il lato finanziario di questa crisi, che tuttavia mantiene fortemente il carattere di crisi da bassi salari (proprio come quella del 1929) bisogna capire ciò che è successo dagli anni ottanta a oggi specialmente in Europa.
Tra il 1960 e il 1980 la ricchezza prodotta è stata ridistribuita, grazie alle lotte sindacali e politiche di quegli anni, dai profitti al capitale (che pure erano ingenti), a una larga fascia di cittadini.
È di quegli anni, infatti, la nascita dello statuto dei lavoratori, dell’allargamento dello stato sociale, degli investimenti nella scuola e nella sanità pubblica, di una politica dei redditi legata al crescere del costo della vita, della concezione fordista del rapporto di lavoro salariato …
È in quegli anni che in Italia e nell’occidente nasce il ceto medio e sono stati quegli anni e quel modello di sviluppo che ha reso possibile una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta.
Con gli anni ottanta il capitale in Italia, avendo bisogno di allargare i profitti, sferra il primo contrattacco verso i lavoratori cancellando la scala mobile, grazie alla complicità di una politica debole e dei sindacati (che da quel momento in poi iniziarono il lungo periodo di declino che li ha portati a tradire la loro stessa natura).
Negli altri stati europei si sono attuate politiche molto simili: un esempio per tutti è il tacherismo in Inghilterra o le politiche di Khol in Germania.
Da allora fino agli inizi del nuovo secolo ogni politica economica in Italia e in occidente ha avuto come solo obiettivo quello di spostare ricchezze dai cittadini verso i profitti del capitale, comprimendo salari e stato sociale da una parte e abbassando per le imprese le aliquote nominali dall’altra, che in vent’anni sono scese mediamente di dieci punti, cancellando, di fatto, il ceto medio.
Tutto questo però non è stato sufficiente per soddisfare i poteri forti (banche, grandi imprese, grandi fondi d’investimento) perché la regola di mercato fondamentale in una società capitalista è che il capitale deve sempre espandersi e se non ci riesce più con il semplice ciclo produzione – vendita di merci – quotazione in borsa delle imprese, allora si ha bisogno di un salto di qualità.
Il salto di qualità è consistito nella trasformazione della borsa in un centro scommesse passando dall’economia di mercato alla finanziarizzazione dei mercati economici.
Si è passati cioè da un sistema in cui nelle borse si scambiavano azioni di aziende che potevano salire o scendere secondo la competitività sul mercato delle aziende stesse (siano esse industrie o stati) a un sistema di scommesse sull’andamento dell’economia, compresa quindi l’economia di interi stati.
Chi specula non guadagna più sui dividendi dei titoli comprati ma sulla scommessa che i titoli salgano o scendano.
Chi possiede grandi quantità di titoli di aziende o di stato (ad esempio le grandi banche) può emettere una enorme quantità di titoli sul mercato facendone scendere il valore, scommettere sul loro ribasso e ricomprarli ad un prezzo molto più basso di quando li ha venduti guadagnandoci così due volte.
La conseguenza che ne segue è che lo stato che ha emesso quei titoli deve indebitarsi di più per far fronte al debito che così crescerà ancora (è quello che è successo all’inizio del 2011 all’Italia grazie alla speculazione della deutsche bank).
In questo contesto i grandi scommettitori per aiutarsi a condizionare il mercato pagano delle agenzie (agenzie di rating) per far dare un voto positivo o negativo ai titoli su cui intendono creare profitto.
Un esempio è Standard & Poor’s che è di proprietà di alcuni dei maggiori fondi d’investimento mondiali.
Perciò se Standard & Poor’s da un voto positivo o negativo a uno stato, ad esempio all’Italia, c’è da chiedersi se si basa su dati concreti dell’economia e della politica economica italiana o se lo fa per favorire le speculazioni dei propri investitori. Basta ricordare cosa ha fatto, ad esempio, quando ha dato una tripla A per rendere appetibili ai piccoli investitori i titoli tossici dei mutui insolventi americani scatenando la crisi finanziaria del 2007.
Tutto questo però (la crescita del debito pubblico italiano) non avrà solo conseguenze sulle nostre vite in termini di ulteriore diminuzione dei salari, ulteriore compressione dei diritti sul lavoro, ulteriore diminuzione delle tutele sociali.
Tutto questo porterà a breve termine ad una recessione di tutta la zona euro senza precedenti mandando in crisi non solo i cittadini ma anche tutte le aziende che producono beni di consumo materiali perché se è valida la legge di mercato che il capitale tende sempre ad accrescere i profitti, è ancor più valida la legge della domanda e dell’offerta per cui le merci prodotte per creare profitto devono essere vendute e per essere vendute devono trovare degli acquirenti sul mercato.
È ovvio che a breve i magazzini di molte aziende si troveranno a essere maggiormente pieni di merci invendute e quelle stesse aziende saranno costrette a licenziare e poi a chiudere.
Tutti gli stati della zona euro ne saranno interessati e a pagare un prezzo maggiore saranno quegli stati ad elevata economia d’esportazione, Germania in primis.
Parte terza
“L’inganno del debito pubblico”
In questo contesto va aggiunto un piccolo paragrafo sul debito pubblico dei paesi della zona Euro, che è il vero responsabile della stragrande maggioranza dei problemi legati al tentativo di risoluzione della crisi finanziaria tramite il taglio ai salari e allo stato sociale.
Passatemi alcune forzature necessarie per brevità del discorso, ma tuttavia verificabili
Fino alla fine del secolo passato gli stati europei, nell’ottica comunque di un mercato unico, mantenevano la capacità di produrre denaro tramite le banche centrali creando sì debito ogni volta che aumentavano la spesa sociale o che davano commesse per costruire beni pubblici, ma lo facevano inventando denaro nuovo e indebitandosi tendenzialmente con se stessi. È vero che questo sistema poteva creare aumento di inflazione ma tale aumento si poteva calmierare, come in parte si è fatto, aumentando ad esempio la pressione fiscale per brevi periodi.
Ad esempio un paese come il Giappone ha un debito pubblico di oltre il 200% del PIL (l’Italia è “solo” al 130%) ma l’inflazione è al di sotto dell’1% da parecchi anni.
Questo meccanismo di creare moneta dal nulla (ricordo che dal 1971 nessuno stato che crea moneta deve possedere un controvalore aureo nelle proprie casse) in una società a capitalismo socialdemocratico come era l’Europa degli anni ottanta, se protratto, avrebbe messo al riparo ogni nazione dalle attuali speculazioni finanziarie sul debito pubblico evitando così le restrizioni sul welfare.
Dalla creazione dell’euro come moneta unica europea, ma in realtà non posseduta da nessuno stato, i poteri forti europei e mondiali sono stati in grado di compiere l’attacco decisivo alla stato sociale e alle social democrazie europee.
Di fatto dalla creazione dell’euro ogni stato che ne avesse bisogno avrebbe dovuto chiederlo alle banche indebitandosi direttamente con loro e creando così debito pubblico reale.
Questo meccanismo fa si che nell’opinione pubblica, imbeccata da giornalisti ed economisti di parte (la scuola Freedman), l’idea di ridurre le spese dello stato quindi pensioni (come se le pagasse lo stato con le tasse e non se le pagassero direttamente i lavoratori), spesa sanitaria, spesa per l’istruzione, ecc. sia l’unica percorribile.
Vediamo ora alcuni scenari contemporanei e diversi a seconda della risposta che si è data alle ricette della BCE e del FMI.
Chi come la Grecia si è sottoposta alle ricette dettate dai mercati ora sta molto peggio di prima ed è in piena recessione economica con il solo risultato di aver reso indigenti milioni di cittadini e di aver svenduto per pochi spiccioli il patrimonio pubblico e privato a speculatori senza morale. Quando li si è tentato di far scegliere il popolo per evitare di fare un referendum si è arrivati al punto di commissariare la Grecia defenestrando un intero parlamento.
In Italia non è stato necessario in quanto a causa della mancanza di un sindacato e di un partito forte e anticapitalista è bastata qualche apertura di TG e qualche prima pagina sulle testate nazionali per far sì che la maggioranza degli italiani come pecore assopite si piegasse ai voleri della BCE.
In economie a capitalismo spinto, come ad esempio quella americana, non hanno avuto bisogno di sganciarsi dalla creazione di moneta in quanto il loro sistema politico essendo in mano a numerose lobby è direttamente condizionato, sia che governino i democratici oppure i repubblicani.
La dove invece le politiche di riduzione del debito tramite tagli a salari e stato sociale sono state respinte al mittente, come ad esempio in Argentina, le cose sono andate decisamente meglio.
L’Argentina dopo aver seguito per anni le politiche dell’FMI si era indebitata portando sul lastrico l’intera popolazione, ma da quando ha scelto di tornare a battere una propria moneta senza prestiti esterni nazionalizzando le banche, dopo tre anni di sofferenze ora è la seconda economia mondiale dopo la Cina in termini di crescita (oltre il 9% annuo)
Quattro
“Alcune proposte non conclusive”
Ritengo che una soluzione per uscire da questa crisi sia quello che da Wall Street a Barcellona i movimenti anticapitalisti urlano da mesi e cioè che questo debito noi non lo paghiamo.
Molti economisti e non tutti di sinistra affermano che per uscire da questa crisi la ricetta non è comprimere i redditi, lo stato sociale e i diritti dei lavoratori ma il suo esatto opposto e cioè affermare una politica economica che dia più potere d’acquisto ai salari e che dia investimenti pubblici in grado di far ripartire l’economia.
Se forse è inverosimile, ma non inevitabile, un ritorno alle monete sovrane per gli stati europei, sarebbe almeno auspicabile la creazione di un euro direttamente di proprietà degli stati europei, che lo possano utilizzare e creare senza doverlo comperare dalle banche con una conseguente politica sociale e fiscale europea.
Le lotte sindacali di questi mesi del sindacalismo di base sono tutte rivolte verso questi obbiettivi: la crescita dei salari, l’allargamento dello stato sociale e dei diritti nel mondo del lavoro.
L’unica via d’uscita da questa crisi passa attraverso la riproposizione di quel modello di movimento unitario dei lavoratori che caratterizzò gli anni 60, 70 e 80 e che portò ad una redistribuzione delle ricchezze tale da far nascere il ceto medio.
È da miopi sperare che il nuovo governo possa attuare politiche diverse da quelle dettate da chi speculando sulle nostre vite ha gettato le basi di questa crisi finanziaria.
Non si può tantomeno pensare di delegare a sindacati che ormai rappresentano soltanto se stessi l’uscita dalla crisi perché essi stessi ne sono stati corresponsabili.
Marco Vigna
RSU Infineum
Direzione Nazionale ALLCA CUB.
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