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Un omaggio a Trotsky e la vergognosa campagna antitrotskista

Rivisto

Trotsky diceva: “La rivoluzione socialista comincia su basi nazionali, ma non può restare circoscritta entro questi confini”. Questa celebre massima è il nocciolo fondamentale per capire l’impostazione politico-teorica di Trotsky il rivoluzionario. Quando Lenin morì, gravemente malato ed invalido per via di due ictus cerebrali, sul tema della sua successione si aprì un grande dibattito interno. L’essenza del pensiero di Trotsky riportata in questa frase è quella della sua teoria sul proseguimento dell’appena nata società socialista in URSS: la Rivoluzione Permanente. Questa impostazione metodologica era improntata sul fatto rivoluzionario come una spirale che forza i sistemi borghesi capitalisti e mira ad operare sotto forma di “catena” scatenando l’evento che ha capovolto il regime zarista in altri stati del mondo. La Rivoluzione Permanente è la rivoluzione di tutti i popoli di tutto il mondo, stringendo sulle definizioni. Partendo dalla Russia, secondo Trotsky, si sarebbe dovuta instaurare una reazione a catena che avrebbe preso piede in tutti gli Stati, attraverso le masse in rivolta e le organizzazioni politiche marxiste-leniniste, per lo stravolgimento sociale che sarebbe stata la rivoluzione socialista, minando le basi del capitalismo mondiale e ponendo quelle di un nuovo sviluppo in una società di tipo innovativo, senza alcuna intromissione del capitale o dello sfruttatore, dove le classi sociali non sarebbero più esistite e il Soviet, ovverosia il Consiglio, formato da proletari rivoluzionari, avrebbe autogestito la vita in fabbrica dei lavoratori, prendendo le decisioni più importanti direttamente dagli impulsi degli operai. La teoria della Rivoluzione Permanente era fortemente contrastata da quella del burocrate ed assassino plurimo Stalin, il quale vi contrapponeva l’idea della “costruzione del socialismo in un unico paese”, mirando a rafforzare lo Stato appena sorto, le sue istituzioni ed il suo rapporto con le masse. Ciò sarebbe stato decisamente favorevole alle potenze occidentali, che vedevano nella teoria trotskista una minaccia seria. Difatti sarebbe stato terribilmente più preoccupante e distruttivo lo sviluppo della rivoluzione nei paesi del mondo dove vi erano le basi per quegli avvenimenti, per le forze imperialiste ed occidentali, poiché avrebbero visto crollare miseramente il proprio impianto ontologico: il sistema di produzione capitalistico. Per questo tutti furono sollevati, in Occidente, quando la vittoria di Stalin fu sancita senza alcuna macchia (anche se le macchie sarebbero arrivate presto sul conto di Stalin e sulla sua figura). E’ da allora, cari compagni, che è partita una miserabile campagna revisionista antitrotskista che mira a distruggere i teoremi di Trotsky, denigrandolo e diffamandolo. Spacciando Stalin per un fedele esecutore dei dettami marxisti-leninisti, ovverosia degno successore ed erede della tradizione leninista appena proclamata vittoriosa dalla storia, alcuni gruppi marxisti-leninisti che si riconoscono nell’esperienza stalinista dello Stato sovietico, continuano a denigrare e massacrare la figura di straordinario spessore intellettuale di Trotsky, bandendolo dai loro “padri rivoluzionari” o “figure di riferimento”, dandogli indebitamente del “filo-nazista” o “anti-marxista”, lanciandogli addosso ogni tipo di accusa, perfino quando non lo vedono diretto responsabile perché deceduto. E’ infamante quanto questa campagna miri direttamente a ferire la figura di uno dei maggiori intellettuali rivoluzionari del movimento comunista mondiale, puntandogli addosso il dito come fosse un traditore, quando è invece stato l’unico comunista internazionalista, punto di riferimento per generazioni di antistalinisti, che abbia sempre avuto un vero quadro chiaro della situazione sovietica a lui contemporanea. Le circostanze della sua morte sono altrettanto tragiche quanto quelle della sua vita. Fu infatti ucciso, come sappiamo bene, dal sicario di Stalin Ramòn Mercader, pagato profumatamente e difeso strenuamente dallo Stato sovietico di Stalin affinché non fosse incarcerato o non subisse condanne dure. Il tradimento vero fu quello di Stalin. Mai è riuscito a scrivere qualcosa che avesse il benché minimo spessore ideologico ed intellettuale. Come li definiva Trotsky, colui che crede Stalin un grande teorico del comunismo o del movimento comunista internazionale, può essere definibile quale “lacchè”.

Ci sono ancora, cari compagni, questi soggetti che tentano di screditare la figura di Trotsky in nome di un presunto tradimento ideologico. Io risponderei loro che il vero traditore è proprio colui che acclamano: il tiranno Stalin. Fu questi a sacrificare la popolazione russa e sovietica per l’industrializzazione del paese, sfruttando peggio e più spietatamente la classe operaia di quanto non abbia fatto un comune imprenditore del regime dello Zar; fu proprio lui a tradire la causa del popolo massacrandolo direttamente od indirettamente, condannandolo ai lavori forzati e alla morte pur senza alcun motivo evidente; fu proprio lui a destabilizzare la dottrina marxista e comunista e a tradirla senza alcun dubbio, quando stipulò il patto di non aggressione con la Germania nazista, che mirava in realtà a spartirsi i territori della Polonia. Questo patto con la potenza nazionalsocialista tedesca, uno stato borghese e pienamente capitalista, uno stato che la storia ha già giudicato da decenni, costituisce una macchia indelebile nella figura di Stalin. Quando si discute, anche animatamente, di questioni ideologiche marxiste-leniniste autentiche, è inaccettabile che si ponga Stalin quale punto di riferimento per il movimento comunista internazionale, poiché quest’ultimo non ha mai lasciato niente di concreto per il proletariato, se non i campi correzionali per persone innocenti ed il tradimento della sua patria, della sua dottrina, del suo credo politico, dei suoi stessi baluardi teorici.

Trotsky, d’altra parte invece, ha rappresentato e rappresenta tuttora uno straordinario esempio di coraggio e di determinazione, un esempio per le generazioni future, di umanità, di spessore ideologico ed intellettuale e di fede politica. Non ha mai perso la speranza e mai ha demorso; ha combattuto fino all’ultimo giorno della sua vita, spezzata prematuramente dal piccone di quel sicario pagato, sul quale verte la vergogna di un tale delitto, avendo perfino la forza di scrivere, nel suo testamento, nonostante l’esilio e la vita travagliata, pieno dei suoi convincimenti politici, queste parole: “Quali che siano le circostanze della mia morte, io morirò con la incrollabile fede nel futuro comunista. Questa fede nell’uomo e nel suo futuro mi dà, persino ora, una tale forza di resistenza che nessuna religione potrebbe mai darmi… Posso vedere la verde striscia di erba oltre la finestra ed il cielo limpido azzurro oltre il muro, e la luce del sole dappertutto. La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla di ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore”.

M. P.

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