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Discussione su Marxismo e Questione Nazionale di Pietro Tresso

Cristiano Sabino – Fronte Indipendentista Unidu

Gianmarco Satta – Partito Comunista dei Lavoratori per la IV Internazionale

Cristiano Sabino – analisi sballata e non condivisibile, come se la questione nazionale fosse unicamente una questione economica! la violenza che ha subito il popolo sardo è anche culturale e sociale!

Gianmarco Satta – Cristiano certo che ha subito anche una violenza culturale e sociale, ma di quale cultura e di quale società, della cultura italiana? della società italiana? Ma allora gli italiani meridionali che hanno subito anche loro una violenza culturale e sociale come e analoga a quella dei sardi? E’ chiaro che la violenza culturale e sociale che hanno subito i sardi non è la violenza culturale e sociale “italiana” è la violenza culturale e sociale della borghesia italiana, con il sostegno di quella sarda. la questione è in primo luogo economica quindi, e da esse deriva poi anche la questione culturale e sociale che a sua volta si riflette su quella economica. La nazione non è un’entità metastorica, non è nata con l’umanità ma è apparsa in una data epoca della storia umana corrispondente ad un particolare stadio dello sviluppo economico che coincide con l’affermazione del capitalismo e della borghesia come classe dominante. il contadino dell’epoca feudale non si sentiva parte di una nazione, come la intendiamo noi oggi, la nazione del contadino servo della gleba era il feudo e la terra del feudo a cui era legato. Forse la storia dell’Italia meglio di ogni altra conferma questa origine storica borghese concreta e non metastorica della nazione, e con essa anche dell’oppressione nazionale. questo altro aspetto contraddittorio dell’epoca borghese, e cioè il fatto che la borghesia abbia fondato la nazione, e abbia affermato i primi principi democratici di liberazione nazionale e allo stesso tempo abbia anche prodotto la stessa negazione di questi sui stessi principi, nelle peggiori forme di oppressione della storia, l’imperialismo, è un risultato dello sviluppo diseguale del capitalismo e una conferma che la contraddizione fondamentale è quella di classe e del carattere storico determinato e assolutamente finito del capitalismo nel’epoca decadente dell’imperialismo. Il grande capitale che ormai domina e ha unificato economicamente tutto il pianeta non può che farlo anche attraverso l’oppressione nazionale e il dominio della maggioranza delle nazioni da parte della borghesia delle nazioni che sono il centro del capitalismo mondiale. questo dominio non è in primo luogo di origine culturale o sociale, ma deriva da una necessità economica vitale del capitalismo quella della lotta incessante(concorrenza) tra capitali per la valorizzazione del capitale accumulato attraverso l’espansione alla ricerca di nuovi mercati a danno dei concorrenti borghesi di altre nazioni e dei popoli delle nazioni più arretrate ed in ritardo nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo industriale. l’oppressione culturale e sociale, si è imposta esattamente come ogni sovrastruttura giuridica per perpetuare e conservare questo dominio. ma solo la lotta unitaria internazionale del proletariato delle nazioni oppresse o mancate con quello del centro dell’imperialismo contro le borghesie dei rispettivi paesi può risolvere la questione dell’oppressione nazionale. è questa la sostanza del discorso di Blasco (Tresso).

Cristiano Sabino – Sì ma Tresso nega la questione nazionale e in questo non ha nulla di diverso con la linea togliattiana che ha sabotato la costituzione del PCS – Partito Comunista di Sardegna (1)

Gianmarco Satta – Leggilo attentamente Cristià, non la nega alla fine del paragrafo 6, del testo allegato, conclude: “Il proletariato deve appoggiare tutte le rivendicazioni di liberazione nazionale delle minoranze nazionali oppresse dallo stato italiano, compreso il loro diritto a separarsi dallo stato italiano e a camminare insieme con chi vogliono.” più avanti però giustamente aggiunge : “Riconoscere questo diritto non implica tuttavia che il proletariato deve consigliare a queste minoranze, sempre e dappertutto, di separarsi dallo stato italiano. Al contrario, l’opposto può rivelarsi giusto. Per esempio, noi riconosciamo ai credenti il diritto di pregare il loro dio e anche quello di andare in chiesa (a patto che paghino i loro preti), ma ciò non significa che noi gli consigliamo di pregare, ne di andare in chiesa. Al contrario, noi facciamo tutto per persuaderli a non fare né l’uno né l’altro. Lo stesso vale per ciò che riguarda la separazione delle minoranze nazionali dello stato italiano. La sola guida che deve servirci in questo caso è l’interesse della rivoluzione. Se questo interesse è favorito dalla separazione delle minoranze nazionali dallo stato italiano, allora noi glielo consiglieremo e noi li aiuteremo in questa loro lotta per la realizzazione di un diritto riconosciuto; se, al contrario, gli interessi della rivoluzione italiana saranno ostacolati da questa separazione, consiglieremo alle minoranze nazionali di non separarsi dallo stato italiano. Tuttavia spetta solo a loro decidere.” da notare i seguenti punti, la sola via di giudizio è “l’interesse della rivoluzione”, per questo se la separazione la favorisce “noi lo consigliamo” altrimenti “lo sconsigliamo”, bada bene dice “consigliare” non “obbligare”, ma in ogni caso aggiunge alla fine “Tuttavia spetta solo a loro decidere!”. è esattamente la posizione di Lenin. è possibile che in futuro una rivoluzione in Sardegna porti alla liquidazione del capitalismo prima che nel resto dello stato italiano. ma in tal caso la rivoluzione avrebbe vita breve se non trovasse almeno il sostegno e l’intervento del resto del proletariato dello stato italiano sarebbe schiacciata o presa per fame o schiacciata militarmente anche se si separasse verrebbe fagocitata da altri. la Sardegna non è come l’unione sovietica o la Russia del 17, che era comunque un enorme entità statuale con milioni di uomini e donne, ricca di risorse naturali. se la rivoluzione d’ottobre venne isolata portando alla degenerazione staliniana, non poté però essere schiacciata per una concomitanza di fattori, tra cui l’esaurimento delle forze dei suoi principali avversari l’imperialismo degli imperi centrali e quello dei vecchi alleati dello zarismo, l’intesa, è perché queste forze erano divise e furono esaurite dalla guerra e in buona porta collassarono sotto il peso degli sconvolgimenti sociali interni successivi, che non si poterono lanciare con tutta la loro forza contro la neonata repubblica dei soviet. La Sardegna non è nemmeno la Cuba del 1959, dove la possibilità della sopravivenza della rivoluzione cubana venne garantita dall’esistenza dell’URSS. Per questo ad esempio il Che si pose l’urgenza di un’estensione della rivoluzione cubana a tutto il continente perché aveva compreso che da una parte l’aiuto dell’URSS era limitato e condizionato e dall’altra che per schiacciare l’imperialismo era necessario estendere la rivoluzione innanzitutto a tutto il continente,e non solo, è questo in sostanza il senso del suo sacrificio. oggi non c’è più l’URSS e nessuno stato sarebbe disponibile a sostenere e difendere una Sardegna socialista, ma nemmeno una Sardegna semplicemente indipendente. per cui ogni buon senso rivoluzionario non può che propendere per una federazione socialista in cui sia compresa la Sardegna, e una federazione socialista almeno europea per non dire euroasiatica in cui sia compresa la Sardegna e lo stato italiano, nella prospettiva della federazione socialista mondiale. l’attuale contrasto tra nazioni, la stessa divisione nazionale dell’umanità, l’esistenza e l’esacerbarsi dell’oppressione nazionale, l’imperialismo, sono manifestazione di quella contraddizione fondamentale del capitalismo maturo giunto ormai alla decadenza descritta ma Marx : “A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale.”

La lotta internazionale dei popoli oppressi e delle nazioni mancate contro l’imperialismo e il grande capitale per la propria emancipazione politica, economica, sociale e culturale è proprio una delle manifestazioni dell’attuale epoca di rivoluzione sociale di cui parla Marx. E quando Lenin, Tresso o Trotsky e il bolscevismo prima della degenerazione staliniana, parlavano e rivendicavano arrivando a fissare costituzionalmente il diritto all’autodecisione dei popoli e alla separazione anche rispetto all’URSS avevano ben presente questo giudizio di Marx e la dialettica della lotta rivoluzionaria internazionale nell’epoca dell’imperialismo, cioè del capitalismo decadente ed in fase terminale. Il ruolo storico che può avere il proletariato sardo alla testa del popolo sardo oggi è quello di avanguardia e apripista della rivoluzione socialista nello stato italiano e per questo tramite in Europa, riuscendo là dove fallì nel contesto differente delle rivoluzioni borghesi la borghesia sarda del 1793-1796. è per questo obbiettivo che dovrebbero lavorare in un fronte unico di classe i marxisti rivoluzionari e l’indipendentismo socialista o comunista sardo.

(1)Sul Partito Comunista di Sardegna (1943-1944) l’utile libro di Paolo Pisu, Partito comunista di Sardegna: Storia di un sogno interrotto

Partito Comunista dei Lavoratori Sezione provinciale di Sassari

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