
La capitolazione è così incontestabile che perfino la IHH, un’associazione umanitaria sui generis affiliata all’AKP e sempre all’avanguardia nell’organizzare spedizioni d’assistenza, inclusa quella della Mavi Marmara che portò al collasso delle relazioni turco-israeliane sei anni fa, ha criticato e ripudiato l’accordo.
Un breve excursus storico
L’inasprimento delle relazione tra Turchia e Israele all’indomani della guerra d’aggressione a Gaza del dicembre 2008–gennaio 2009 ha reso necessario l’accordo di riconciliazione. Precedentemente, il governo Erdogan aveva cooperato intensamente con Israele nei settori dello scambio, del turismo, delle commesse militari, delle esercitazioni congiunte, dei servizi segreti e così via. La cooperazione si è allargata a tal punto da includere, per la prima volta, l’intermediazione del governo AKP tra Israele e la Siria con la prospettiva dell’ottenimento di una riconciliazione tra i due paesi, e l’inclusione della Siria nel club degli alleati del blocco imperialista del Medio Oriente. In effetti, ciò che realmente ha portato Erdogan, allora primo ministro turco, a infuriarsi per la guerra israeliana a Gaza è stato il suo mancato avvertimento nonostante la stretta collaborazione dei due governi!
Tra il 2010 e il 2013, le relazioni tra i due paesi rimasero congelate. Nell’anno seguente, sotto la pressione di Obama, che era in visita in Israele, Netanyahu chiamo Erdogan per scusarsi. Cominciò allora un lungo processo di negoziazioni, andato avanti per lo più segretamente, che ha portato a questo accordo.
Un pessimo accordo
Gli aspetti più significativi dell’accordo mostrano quanto il governo turco dell’AKP abbia capitolato allo Stato sionista a tutto campo.
Il fatto che Netanyahu si sia scusato nel 2013 per l’incidente della Mavi Marmara, per il quale fu lodato a gran voce dai suoi sostenitori, è stata tutt’altro che una netta vittoria. Erdogan stesso ha replicato scusandosi per aver dipinto il sionismo come un’ideologia razzista – cosa in sé incontrovertibile! Per di più, era il 2013, quando Erdogan era sulla cresta dell’onda sia in patria sia internazionalmente. Internazionalmente, perché la rivoluzione araba era ancora in corso ed Erdogan approfittò della sua rete di amicizia largamente ramificata con le varie sezioni del movimento internazionale dei Fratelli Musulmani, in particolare con Mohammed Morsi, al potere in Egitto. In patria, perché non erano ancora partite le rivolte popolari a seguito dell’incidente di Gezi, che ha inflitto una sconfitta strategica ad Erdogan. La ribellione popolare cominciò la notte del 31 maggio–primo giugno 2013. Le scuse arrivarono il 23 marzo! Se fosse scoppiata oggi, anche le scuse non sarebbero state così esplicite.
Secondo le informazioni riportate dalla stampa israeliana, la Turchia e Israele si sono impegnati a non pregiudicare i reciproci interessi in arene quali le Nazioni Unite o la NATO. Questo significa abbandonare i doveri del governo turco per quanto riguarda il supporto ai diritti dei palestinesi, dal momento che il rigetto delle richieste palestinesi è “l’interesse” più importante per lo Stato di Israele.
In un’appendice all’accordo, il governo turco si è impegnato a garantire che nessun “attacco terroristico” o “attività militare” di Hamas (non è ancora chiaro quale specifica terminologia sia stata usata) contro Israele provenga dal proprio territorio. Questa è una resa a Israele del peggior tipo!
Per ultimo, ma non meno importante, i media turchi hanno sollevato un polverone per il fatto che i due governi si siano trovati d’accordo sulla cooperazione e il trasposto via gasdotto ai porti turchi del gas naturale nel Mediterraneo che Israele rivendica. Ciò significa che la Turchia sarà un complice nel furto del gas naturale da parte di Israele a danno dei suoi legittimi proprietari, il popolo palestinese.
La bancarotta della politica internazionale dell’AKP
La ragione di questa bancarotta non è difficile da scoprire. Erdogan e il governo turco hanno visto la loro politica internazionale collassare paese dopo paese. La caduta di Morsi e l’assoluto fallimento della “opposizione moderata” in Siria (leggi Fratelli Musulmani) nello stabilire una testa di ponte, così come la ritirata ideologica di Ennahda in Tunisia, hanno inflitto un duro colpo alla strategia di Erdogan per ottenere la leadership del mondo sunnita attraverso queste alleanze. Le speranze malriposte riguardo la guerra siriana (col desiderio erdoganiano di poter pregare nella storica Moschea degli Umayyadi a Damasco in poco tempo!) hanno portato la Turchia al recente scontro con la Russia, che ha reso impossibile per le forze armate turche intervenire in Siria in qualsivoglia maniera. Le relazioni con gli Stati Uniti e l’Unine Europea si sono indebolite sin dal 2013. La politica turca verso la Siria, le sue mosse per formare una troika sunnita del Medio Oriente insieme ai regimi reazionari dell’Arabia Saudita e del Qatar, e la sua sfacciata difesa dei movimenti tafkiri come l’ISIS, hanno acceso le ire dell’Iran.
Di fronte a un isolamento del genere, il governo AKP aveva fretta di riavvicinarsi a Israele. Il gas naturale ha giocato in questo senso un grande ruolo. La ricerca da parte turca di alleati nella lotta contro i kurdi, sia in patria sia in Siria, ha ugualmente giocato un ruolo. Da notare come, nello stesso giorno in cui Turchia e Israele hanno formalmente annunciato la firma dell’accordo, è stato svelato che Erdogam si era scusato con Putin per aver fatto abbattere un jet militare russo sette mesi fa, il che pure mostra la posizione molto debole del governo sulla scena internazionale. Siamo veramente alla bancarotta della politica che presentava Erdogan come il “leader del mondo musulmano (sunnita)”, come il nuovo rais!
Il prossimo anno sarà il centenario dell’indipendenza palestinese dal dominio ottomano. Il futuro della Palestina non giace né in un’alleanza con i regimi arabi reazionari della regione, né in una nuova relazione coloniale con gli eredi ideologici del dominio imperiale ottomano, come si dichiarano Erdogan e il suo partito. L’emancipazione del popolo palestinese passa per un’alleanza tra la classe lavoratrice e gli oppressi contro l’imperialismo, il sionismo e le forze reazionarie del Medi Oriente.
I popoli della Turchia sono sempre stati dalla parte del popolo palestinese nella sua ardua lotta contro Israele, uno Stato sostenuto fermamente dall’imperialismo. Quando diciamo “i popoli della Turchia”, includiamo anche gli elettori dell’AKP. Perché in ogni caso l’AKP ed Erdogan stanno ingannando le loro stesse masse allo scopo di promuovere i loro piani nel Medio Oriente.
Le forze della classe operaia di Turchia sono le vere alleate della Palestina. Il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (DIP) lavorerà duramente per far sì che il tradimento della causa palestinese da parte del governo AKP sia compensato da un supporto alla Palestina ancora più forte da parte dei lavoratori di Turchia.
RedMed
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