Spicca prepotentemente la richiesta lavorativa entro i confini italiani di operai specializzati. Figure professionali continuamente maltrattate dalla politica nazionale, dall’ipercompetitiva economia globale, dalla spregiudicata evoluzione del lavoro, finanche da quei sindacati che dovrebbero curarne gli interessi, i quali sono più attenti a conservare le poltrone lustrando le scarpe ai potenti di turno, che ad agire in tutela dei propri iscritti.
Da sempre vittime predilette delle cosiddette “morti bianche”, morti senza voce sul posto di lavoro, voci inaudite e innocenti, gli operai specializzati sono stati sistematicamente abbandonati alle loro misere prospettive lavorative ed esistenziali. Dopo aver subito per anni politiche che non hanno investito sulle loro condizioni professionali, se non attraverso poco qualificanti ammortizzatori sociali, sono stati coloro che hanno più di tutti sopportato le rovine della crisi economica che ha attraversato il mondo del lavoro degli ultimi anni.
Appare paradossale che di questi tempi vi sia penuria di operai specializzati, ma è forse possibile azzardare qualche spiegazione sulla scomparsa graduale di queste tradizionali figure professionali:
– In termini salariali, il graduale e indecente livellamento dei salari che ha equiparato il salario di un magazziniere a quello di un carpentiere, ha notevolmente contribuito alla loro scomparsa;
– In termini politici, è stata del tutto assente una strategia nazionale che mirasse alla loro salvaguardia lavorativa, oltre a misure che hanno nettamente favorito il datore di lavoro, più che il lavoratore dipendente;
– In termini formativi, la miserevole (sia qualitativamente sia quantitativamente) presenza di sedi equipaggiate all’insegnamento del mestiere, accompagnata dall’estinzione del praticantato sul campo, ha praticamente ammazzato la professione e le aspirazioni professionali a essa connesse.
Se i motivi pocanzi appuntati di certo non esauriscono la portata del fenomeno, il quale ha bensì spiegazioni complesse che intrecciano fattori di natura storica, di evoluzione insieme sociale e lavorativa, è altrettanto vero però che aiutano a comprendere l’attuale penuria di professionisti altamente specializzate come saldatori, carpentieri, trivellatori, muratori, ecc. dal panorama lavorativo nazionale.
Sovente l’attenzione degli organi di stampa ha evidenziato la mancanza di giovane leva operaia, dimenticando tuttavia la presenza su territorio nazionale di maestri del mestiere, con ultradecennale esperienza sul campo. Anzi, è spesso vero che l’esigua nuova leva, pur disponendo di patentini e certificati che attestano teoricamente la loro competenza, non risulta qualificata praticamente alla professione. Da un lato dunque la presenza di inesperti operai ben pagati ma praticamente inefficienti, dall’altro la presenza di maestri del mestiere non valorizzati lasciati invecchiare indegnamente.
Soltanto con strategie politiche attente innanzitutto alla rivalorizzazione di quegli operai specializzati che hanno maturato longeva esperienza sul campo è possibile controbilanciare la situazione di squilibrio che attualmente attraversa l’Italia.
Si è sentito spesso parlare di “fuga di cervelli” riferendosi ai giovani laureati in fuga verso ambienti più fecondi, più adatti alle loro competenze. Si potrebbe a buon diritto parlare anche di “fuga operaia” con la massiccia richiesta estera di operai altamente specializzati, attratti dai più proficui e meno ingiusti salari offerti dalle imprese transnazionali.
Le dichiarazioni dell’amministratore delegato di Fincantieri, una delle poche aziende pubbliche di respiro internazionale operante nel settore della cantieristica navale, Giuseppe Boni, sono in tal senso emblematiche: la denuncia di mancanza di manodopera operaia, ha evidenziato la difficoltà di assunzione e il rallentamento dei lavori, non per mancanza strutturale di cantieri e porti, bensì per la penuria di professionisti operai.
C’è anche chi sogghigna di aver equiparato la manodopera italiana a quella cinese e di aver reso in tal modo più competitiva l’offerta italiana. Se poi chi ha celebrato il livellamento, è anche stato indubbiamente il paladino della sinistra europeista degli ultimi decenni, allora è lapalissiano sottolineare la completa assenza di rappresentanza politica degli operai.
La speranza, non solo di chi scrive, è che possano attuarsi politiche attente alla manodopera italiana, un tempo fiore all’occhiello del Paese, oggi fiore appassito in un campo disseminato di deboli e inascoltate radici.
Vincenzo Annoni
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