Pubblichiamo la risoluzione politica approvata dal Comitato Centrale del PCL del 9/10/11 ottobre 2020. Alcuni riferimenti, in particolare in merito alle incognite legate all’andamento della pandemia, sono in parte ad oggi superati. Rimane valida in ogni caso l’analisi complessiva della situazione politica, nonché le indicazioni di intervento del PCL.
IL PROSEGUIMENTO DELLA PANDEMIA, L’APPROFONDIMENTO DELLA RECESSIONE, IL RALLENTAMENTO DELLA DINAMICA DI PRECIPITAZIONE DELLA CRISI
L’emergenza sanitaria continua e si allarga, ritornando anche in Europa. Le dimensioni e la profondità della recessione si è quindi aggravata. Lo stesso proseguimento dello stato di eccezione, però, dirada in qualche modo la precipitazione della crisi. L’emergenza sanitaria del covid-19 rimane in pieno corso, continuando conseguentemente a dominare il panorama sociale, economico e politico del mondo. La prima ondata sta seguendo il suo corso, impattando sempre più significativamente in USA, Sudamerica, Asia e Africa, mentre nuovi focolai caratterizzano i paesi europei [i contagiati registrati sono arrivati a 35 milioni, i morti ad un milione, di cui 200mila negli USA, 146mila in Brasile, 100mila in India, 80mila in Messico, 42mila in Gran Bretagna e 35mila in Italia]. Le curve epidemiche (anche quelle logaritmiche) non solo non si appiattiscono ancora in alcuni importanti paesi (in particolare USA, Brasile, India), ma tornano a rialzarsi in Gran Bretagna, Francia, Spagna, Paesi bassi e diversi altri paesi. Le attese e le speranze di una rapida conclusione della pandemia [legate spesso a ipotesi fantasiose o improbabili tempistiche sui vaccini] sono quindi andate spegnendosi. La dimensioni e la profondità della recessione sono di conseguenza cresciute significativamente in questi mesi e sono sempre più impressionanti. Il secondo trimestre ha visto un calo del PIL di oltre il 12%, con punte del 18.5% in Spagna e di oltre il 20% in UK; l’economia USA ha sofferto una contrazione del 32,9% (i precedenti peggiori sono del 1958 con il 10%, del 1980 con l’8% e del 2008 con l’8,4%); il Giappone ha segnato un meno 7,8%. L’unico paese che sembra non solo reggere, ma che in questi mesi ha migliorato le proprie previsioni è la Cina (passando da una crescita dell’1 a una del 2% per il 2020). L’OCSE prevede un crollo annuo del Pil mondiale del 4,5%, la Banca Mondiale del 5% (-0,1% nel 2008). Tutti prevedono un rimbalzo il prossimo anno, con crescite anche del 4-6%, ma solo se termina un’emergenza ancora in pieno corso. Il proseguimento dell’emergenza, pur con l’approfondirsi della recessione, dilata però in qualche modo la precipitazione della crisi. Una dinamica determinata da molteplici fattori, che fra loro si intrecciano e si rilanciano vicendevolmente: il prolungamento e anzi il nuovo acutizzarsi dei provvedimenti di distanziamento sociale, il protrarsi dello stato di eccezione e dei conseguenti strumenti eccezionale di intervento sociale (a partire da sussidi e ammortizzatori), il nuovo e imponente intervento statale nell’economia (che tampona temporaneamente alcune crisi settoriali o industriali), la ripresa a livello di massa di diffuse insicurezze sul presente (salute) e sul futuro (che proprio perché rivolte al futuro, però, non innescano ancora reazioni collettive), le incertezze anche nelle classi dominati sui tempi e gli sbocchi dell’emergenza sanitaria. In ogni caso, emergenza e recessione sono usate dal capitale e dalle classi dominanti per rilanciare politiche di gestione capitalistica della crisi, anche grazie al diffuso stato di eccezione: gli effetti della crisi sono quindi ancora stati diradati nel tempo e conseguentemente si è dilazionato nel tempo il relativo scontro di classe. Un processo di parziale e incompleta stabilizzazione che, in ogni caso, potrebbe anche influire sulle dinamiche di questo scontro di classe.
CRISI CAPITALISTICA E FRATTURE SOCIALI
La profondità della crisi sanitaria, l’irrompere della grande recessione, la svolta dell’Unione Europea verso un parziale indebitamento comune (Recovery Fund), hanno agito e agiscono come fattore di stabilizzazione del governo. Ma si approfondiscono i processi di frantumazione sociale.
La crisi innescata dalla pandemia ha colpito il capitalismo italiano con una recessione profonda che non ha punti di paragone nel dopoguerra (con previsione di -9/10% del PIL sul 2020). Solo la Spagna in Europa ha superato l’Italia in fatto di recessione. A sua volta la nuova recessione si sovrappone ai perduranti effetti della depressione italiana del 2008/2011, senza eguali tra i paesi imperialisti del continente. La risultante è un onda d’urto imponente, ma con riflessi differenziati.
L’industria italiana conosce complessivamente un arretramento minore di quello, profondissimo, del 2009. Ma superiore è il colpo subito da numerose produzioni di punta del Made in Italy che lavorano sulla esportazione (tessile, moda, legno), e soprattutto dall’intero settore dei trasporti, dell’edilizia, della ristorazione, del turismo, con effetti a cascata sulle relative filiere. Particolarmente colpito il meridione con una concentrazione eccezionale di crisi e chiusure aziendali (Campania). Il carattere mondiale della recessione impedisce la compensazione del crollo del mercato interno col rilancio delle esportazioni, gravate peraltro a loro volta dal rafforzamento dell’euro sul dollaro a seguito delle politiche espansive della Fed. Il settore bancario, pur coperto da garanzie pubbliche, è esposto ciononostante a una nuova massiccia accumulazione di crediti deteriorati e fallimenti d’impresa.
Una dinamica che rilancia quel processo di scomposizione del capitale italiano che ha caratterizzato l’ultimo decennio, tra grandi imprese che hanno ripiegato nel fatturato e nelle dimensioni (da TIM a Enel), acquisizioni da parte di imprese straniere (da Pirelli a Italcementi), inserimento in nuove multinazionali (come FCA) e l’emersione di un nuovo asse in espansione (da Ferrero a Fincantieri, da Mapei a Brembo). Nel contempo, però, la crisi sta mettendo l’insieme del capitale italiano di fronte alla necessità, se non all’impellenza, da una parte di influire sulle diverse scelte del governo (a partire dai grandi investimenti all’orizzonte), dall’altro di sfruttare la particolare debolezza del lavoro per ridisegnare nuovi rapporti di forza (a partire da inquadramenti normativi e contratti nazionali). In questo quadro, proprio nel corso di questa emergenza e di questa crisi, si stanno anche sviluppando nuovi equilibri ed assetti nel nucleo centrale del capitale italiano (dall’acquisizione di UBI da parte di Intesa a quello di Mediobanca da parte di Del Vecchio, con la relativa conquista del controllo di Generali).
Questo scenario generale trascina lo sviluppo dell’intervento pubblico a sostegno del profitto privato, anche con forme dirette o indirette di partecipazione azionaria, attraverso Cassa Depositi Prestiti e Invitalia. Parallelamente il flusso eccezionale di risorse di provenienza europea, ricavate dal nuovo massiccio indebitamento, verrà in larga misura indirizzato a favore delle imprese e dei loro processi di ristrutturazione. In un quadro di aperta competizione continentale per l’ulteriore abbattimento della tassazione sul capitale.
La dinamica dell’economia italiana è in larga parte la variabile dipendente di una dinamica mondiale ancora imprevedibile: tra ipotesi di rapida ripresa sospinta dal carattere distruttivo della recessione, oppure di un nuovo avvitamento a spirale, oppure ancora di una stagnazione prolungata prodotta dall’effetto stabilizzatore delle politiche espansive degli Stati e delle banche centrali, che contrastano la recessione ma proprio per questo possono indebolire la ripresa.
Di certo l’ascesa della seconda ondata della pandemia, che già frena i primi sintomi di ripresa, può avere ricadute determinanti sulla parabola della crisi, anche in Italia.
Certi sono invece gli effetti della crisi sulle diverse classi sociali.
Settori di piccola borghesia hanno subito un tracollo irrecuperabile delle proprie attività nella piccola industria, nel commercio, nei servizi; o hanno accresciuto il proprio indebitamento nei confronti delle banche e del capitale usuraio. La copertura offerta dal governo al credito bancario verso le imprese ha protetto il grande capitale (FCA in testa) più che le classi medie. La polarizzazione interna ad esse è uno dei portati della crisi.
Il lavoro salariato è stato investito da un ciclone che ha prodotto nuove differenziazioni interne o ha ampliato contraddizioni già presenti. Quasi un milione di lavoratrici e lavoratori precari, in ogni settore, hanno subito un licenziamento di fatto col mancato rinnovo del proprio contratto. Una larga massa di lavoratori e lavoratrici del settore privato hanno conservato il posto per via del blocco temporaneo dei licenziamenti ma con la decurtazione del salario legata alla cassa.
Milioni di lavoratori e lavoratrici del settore pubblico hanno conservato salari e occupazione ma hanno visto con l’emergenza aumentare il potere delle proprie direzioni (con un indebolimento diffuso della contrattazione) e soprattutto imporsi un loro maggior controllo sulla propria prestazione lavorativa con il lavoro domiciliare di questi mesi (tra telelavoro e smartworking). Un processo presente nel lavoro impiegatizio, anche privato, con una riduzione radicale dei costi a carico di imprese e amministrazioni (spazi, arredamenti, riscaldamento, servizi): una forma di lavoro che ha desocializzato relazioni, ha allungato di fatto l’orario, minacciato o annullato componenti del salario (come i buoni pasto), caricato in particolare sulle donne lavoratrici la sovrapposizione diretta tra lavoro salariato e lavoro di cura. E che rischia di rilanciare estesi processi di cottimizzazione del salario, sganciandone ampie componenti dall’orario di lavoro e aprendo ampi spazi di contrattualizzazione individuale. In particolare, nella sanità e nella scuola l’effetto congiunto della pandemia, della condizione materiale di servizi massacrati da decenni di austerità e del rilancio nell’emergenza di politiche gestionali iperliberiste si è riversato sulla condizione dei lavoratori e delle lavoratrici (con ulteriore spazi a privati ed appalti, precarizzazione del lavoro, allungamento degli orari, etc.) e sulla prestazione del servizio (caduta delle cure nella sanità per numerose patologie, marginalizzazione di fatto dalla istruzione di una più larga quota di studenti).
Milioni di lavoratori e lavoratrici del settore pubblico hanno conservato un lavoro relativamente “protetto” ma senza rinnovo del proprio contratto, e col più largo ricorso allo smartworking, già peraltro in espansione nello stesso settore privato a livello impiegatizio: una forma di lavoro che ha desocializzato relazioni, ha allungato di fatto l’orario, ha cottimizzato le prestazioni, ha caricato in particolare sulle donne lavoratrici la sovrapposizione diretta tra lavoro salariato e lavoro di cura.
In particolare, nella sanità e nella scuola, l’effetto congiunto della pandemia e della condizione materiale di servizi massacrati da decenni di austerità, si è riversato sulla condizione dei lavoratori e delle lavoratrici (con ulteriore precarizzazione del lavoro, allungamento degli orari, etc.) e sulla prestazione del servizio (caduta delle cure nella sanità per numerose patologie, marginalizzazione di fatto dalla istruzione di una più larga quota di studenti).
LA STABILIZZAZIONE RELATIVA DEL GOVERNO CONTE
Le elezioni regionali del 20/21 settembre hanno registrato un bilanciamento complessivo delle forze tra componenti di governo e opposizione, assieme a modifiche rilevanti degli equilibri interni ai due schieramenti.
Il polo reazionario a trazione Salvini conserva inalterato il proprio blocco sociale reazionario, ma ha fallito l’operazione sfondamento. La Lega nazionale non solo non recupera il ridimensionamento seguito nell’ultimo anno dopo la rottura di Salvini col primo governo Conte, ma accentua tutte le proprie difficoltà: smottamento profondo nel Sud, sfondamento plebiscitario di Zaia nel Nord attorno alla linea autonomista, crescente concorrenza di Fratelli d’Italia, unica forza politica in crescita elettorale costante.
Il PD e la sua segreteria hanno riportato, di riflesso, un relativo successo politico, a partire dalla tenuta in Toscana e dal sostanziale crollo della concorrenza renziana. Zingaretti ha cioè trovato una prima conferma alla sua linea di campo largo (cioè un ritorno alla politica di ampie coalizioni di centrosinistra), che ha sostanzialmente rimesso il PD al centro dello schieramento progressista. Ma il successo in Campania e Puglia è determinato dal ruolo personale di governatori largamente autonomi dal partito, che tengono sostanzialmente in ostaggio. La capacità complessiva di recupero sul blocco sociale delle destre resta sostanzialmente irrilevante. L’unica alleanza elettorale col M5S (Liguria) si è rivelata perdente, come già in Umbria.
Il M5S non solo non ha beneficiato del successo referendario del Sì ma ha visto un tracollo del proprio consenso sull’intero territorio nazionale ben al di là del fisiologico scarto tra voto politico e amministrativo (perdita di tre quarti dell’elettorato rispetto al 2018, dimezzamento rispetto al risultato delle elezioni regionali del 2015). È l’effetto concentrato di due anni di governo, prima con la Lega, poi col PD, che hanno demolito la riconoscibilità del partito presso la larga maggioranza del suo elettorato, non solo al Nord ma nelle stesse roccaforti del meridione.
Il governo Conte è il beneficiario passivo di questo scenario d’insieme. Da un lato il polo reazionario non appare in grado di provocarne la crisi, anche per il peso delle sue crescenti contraddizioni interne. Dall’altro nessun componente della maggioranza è sufficientemente forte per gestire un ricambio. Né un PD politicamente rafforzato ma minoranza parlamentare. Né tanto meno un M5S investito da un vero e proprio ciclone. Si accresce dunque la possibilità virtuale di un governo di legislatura, con tuttavia il permanere dei rischi legati alla crisi interna del M5S.
IL PERMANERE DI UNA INSTABILITÀ POLITICA DI FONDO
Se la Presidenza del Consiglio capitalizza a proprio vantaggio la fragilità della maggioranza su cui si appoggia e l’assenza di una alternativa politica, manca tuttavia un baricentro della politica borghese. Lo sfaldamento del vecchio equilibrio d’alternanza tra centrodestra e centrosinistra non ha dato vita a un equilibrio nuovo.
La principale forza parlamentare e di governo è investita da una crisi potenzialmente distruttiva che mette in discussione la vecchia catena di comando (Grillo/Casaleggio), lungo una vera e propria guerra per bande. Tra una opzione di blocco di governo col PD dentro la normalizzazione del M5S a guida Di Maio come partito organico del capitale, e una opzione populista non meno spregiudicata di salvaguardia della vecchia identità del M5S attorno alla figura di Di Battista. Un braccio di ferro che si ripercuote su ogni livello politico e istituzionale del partito, intrecciandosi con una miriade di altri contenziosi personalistici e tribali che percorrono ogni sua componente. Tutto ciò rappresenta una incognita per la tenuta della maggioranza al Senato. Di fatto il governo della seconda potenza industriale d’Europa è esposto alle dinamiche imprevedibili di un partito di maggioranza in potenziale dissoluzione. Nessun altro paese imperialista della UE, con la parziale eccezione della Spagna, versa in una condizione politica simile.
Il tripolarismo nato nel 2013 è in disfacimento mentre un nuovo bipolarismo non si delinea ancora.
La stessa definizione della nuova legge elettorale proporzionale (con sbarramento al 5%) è registrazione ed ostaggio di questa contraddizione irrisolta.
LA NUOVA OFFENSIVA DELLA CONFINDUSTRIA
La Confindustria fa leva sull’emergenza economica e sanitaria per realizzare un salto dell’offensiva padronale nelle fabbriche e sul piano generale. E per candidarsi a punto di ricomposizione del blocco borghese. Non si rivela però ancora capace di organizzare l’insieme del grande capitale e quindi di proporre intorno a questo asse un nuovo baricentro del padronato italiano.
Attorno alla figura di Carlo Bonomi, il nuovo stato maggiore del padronato punta a una ulteriore netta sterzata delle relazioni sociali e sindacali. La nuova linea è segnata da un lato da una accentuata autonomia critica verso il governo e le contraddizioni della sua maggioranza con la domanda di un taglio drastico delle protezioni sociali e il rifiuto del cosiddetto “assistenzialismo” (riforma restrittiva degli ammortizzatori, cancellazione dei sussidi ai poveri con il cosiddetto “reddito di cittadinanza”); dall’altro dalla rivendicazione della libertà di licenziamento e di gestione della forza lavoro azienda per azienda col relativo svuotamento del contratto nazionale (rifiuto di aumenti salariali nazionali superiori a Ipca). L’obiettivo è massimizzare la capitalizzazione della spesa pubblica e dei nuovi fondi europei a favore dell’impresa, abbassare il costo del lavoro a vantaggio del saggio di profitto, rafforzare il potere padronale nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro. Una linea che si accompagna al rilancio ideologico della centralità dell’impresa contro i cosiddetti “pregiudizi anti industriali”, con cui provare a riordinare e riorganizzare i divergenti interessi del frammentato tessuto produttivo del paese.
Questo nuovo corso di Confindustria non mira alla rottura del patto sociale con la burocrazia sindacale, per timore di una ingovernabilità del conflitto. Ma punta a spostare ulteriormente l’asse del patto mettendo la burocrazia di fronte a una scelta di fondo: o l’apertura di una prova di forza dall’esito incerto, o la subordinazione in cambio del riconoscimento di ruolo. Nei fatti è la massimizzazione della pressione padronale sulla burocrazia sindacale, nella consapevolezza che quest’ultima farà di tutto per evitare uno scontro aperto. Soprattutto è la richiesta perentoria alla burocrazia sindacale, in particolare alla CGIL, di assumere Confindustria come interlocutore diretto e non il governo aggirando Confindustria. Soprattutto, è la pressante richiesta al sindacalismo confederale di superare ogni sua pratica categoriale e conflittuale, assumendo più estensivamente quel ruolo sussidiario alla produzione che ha sviluppato negli ultimi decenni (enti bilaterali, welfare contrattuale, fondi sanitari e assicurativi). Una prospettiva che non casualmente inizia ad emergere nei documenti preparativi del prossimo doppio appuntamento della CGIL (la conferenza di programma e quella di organizzazione), in cui trovano inedito spazio da una parte ipotesi partecipative e cogestionarie nelle imprese, dall’altro un ruolo attivo dei fondi di lavoratori e lavoratrici negli assetti del capitale italiano.
Questa linea presuppone una gestione centralizzata delle relazioni industriali e per questo può incontrare resistenze all’interno del padronato, come si è visto nel contratto degli alimentaristi. Una dinamica che ha visto lo sfilacciamento del fronte confindustriale proprio a partire da alcuni dei protagonisti dei nuovi asseti del grande capitale italiano (come Ferrero e Campari). A dimostrazione che, al di là delle intenzioni, la strada per riorganizzare il grande capitale italiano è ancora in divenire. Il successivo rinnovo della gomma plastica, con un aumento salariale oltre l’IPCA sebbene ancora nel quadro della redistribuzione della produttività di settore, conferma negativamente la gabbia del patto di fabbrica (in un settore che l’ha sino ad oggi aggirato), evitando però quel radicale sfondamento contrattuale rivendicato da Bonomi (rivoluzione dei contratti con forme di sganciamento tra salario e orario).
Inoltre, Bonomi non può disporre della sponda politica di un governo stabile e forte come sarebbe, nei desiderata, un governo Draghi. E tuttavia proprio la fragilità del quadro politico e istituzionale ha spinto Confindustria a una iniziativa politica propria, con l’obiettivo di dettare l’agenda di governo e di ricomporre attorno a sé il fronte della borghesia. Questa è la politica del “fronte unico padronale”, sotto la pressione della crisi capitalista e della competizione mondiale. Nelle prossime settimane, come spesso accade, il dipanarsi della trattativa sul CCNL dei metalmeccanici potrebbe indicare se questa offensiva si concretizza o se in qualche modo si accomoda in perimetri più ridotti. La CGIL di Landini si propone esattamente questo obbiettivo, cercando di ricostruire un quadro di nuovo patto sociale a partire da una radicale defiscalizzazione degli aumenti contrattuali nazionali, che potrebbe in qualche modo comporre l’obbiettivo della difesa dei salari con gli interessi padronali, a spese della collettività (dei soldi pubblici) e con un meccanismo sostanzialmente regressivo (in cui il maggior guadagno si concentrerebbe sui salari più alti). Nel contempo, Federmeccanica ha rotto proprio i giorni scorsi il tavolo di confronto, di fronte alle richieste salariali dei sindacati. Vedremo se questa rottura evolverà in una ripresa dello scontro di classe (di parte padronale o anche innescando una reazione del lavoro) o se sarà ricondotta nel quadro della concertazione tra le parti e del patto sociale.
Peraltro, la relativa stabilizzazione del governo Conte a ridosso delle elezioni regionali, assieme al negoziato sul Recovery Fund, spinge oggi Confindustria a normalizzare le proprie relazioni con l’esecutivo per massimizzare l’incasso. E il governo dal canto suo saluta l’apertura di Confindustria come ulteriore fattore di stabilizzazione politica. La risultante è una più diretta permeabilità del governo alla pressione del grande capitale.
PASSIVITÀ E DIFFICOLTÀ DELLA BUROCRAZIA SINDACALE
La passività della burocrazia sindacale incoraggia di fatto l’offensiva del padronato nel mentre disarma il movimento operaio.
La burocrazia sindacale si conferma come il principale sostegno del governo Conte e il garante della pace sociale. In questo ruolo risalta in particolare la CGIL di Landini. La burocrazia ha fatto leva sulla fragilità del governo per accreditarsi quale suo tutore sociale, sulla minaccia reazionaria per disporsi all’appoggio del governo, sulla profondità della crisi capitalistica e sanitaria per offrirsi al padronato quale controllore del conflitto, come in occasione degli scioperi di marzo
La cogestione della crisi tra governo, padroni, burocrazie sindacali, ha potuto disporre di una base materiale: la liberalizzazione delle politiche di debito pubblico in sede europea e nazionale, a supporto di un sistema di ammortizzatori sociali straordinari (estensione della cassa in deroga, nuovi sussidi), e la concessione governativa del blocco dei licenziamenti. Misure di protezione molto parziali, che non hanno evitato la valanga, ma ne hanno temperato gli effetti.
Tuttavia, questo sistema di protezione non è tenibile indefinitamente, né finanziariamente, né soprattutto politicamente. Il nuovo corso di Confindustria ne chiede un ampio smantellamento. La pressione padronale ha già incassato dal governo un primo parziale allentamento del blocco dei licenziamenti (decreto di agosto) l’impegno a una revisione al ribasso della miseria del reddito di cittadinanza (rafforzamento dei vincoli per la concessione, accettazione di qualsiasi offerta di lavoro sul territorio nazionale), l’annuncio di una revisione restrittiva della cassa integrazione.
La burocrazia sindacale ha fornito il proprio lasciapassare a queste misure ed annunci, a partire dall’allentamento del blocco dei licenziamenti, per mostrare al padronato la propria disponibilità e a conferma del proprio sostegno al governo, in attesa di contropartite. Ora la ricomposizione dei rapporti tra Confindustria e governo attorno all’asse di Confindustria spiazza nuovamente la burocrazia CGIL e smentisce una volta di più tutta la sua impostazione. Nelle prossime settimane e in questo autunno vedremo se la defiscalizzazione degli aumenti salariali smorzerà l’offensiva padronale sui contratti e, soprattutto, se la burocrazia sindacale troverà spazio nella cogestione del recovery plan, o almeno in una compartecipazione alle sue scelte fondamentali
L’unico effetto sicuro ad oggi della politica della burocrazia è la passivizzazione del movimento operaio, ciò che a sua volta incoraggia l’offensiva padronale e lo stesso riallineamento confindustriale del governo.
LA DINAMICA DELLA LOTTA DI CLASSE
La classe lavoratrice, a livello di massa, permane in una situazione di riflusso. Ma dentro uno scenario socialmente instabile.
Gli scioperi di marzo, a tutela della sicurezza, hanno rappresentato un fatto importante. Hanno rivelato le potenzialità di una dinamica di classe trainata da delegati e delegate capace di una influenza di massa, a partire dall’avanguardia larga della classe. L’accordo precipitoso tra governo, padronato e burocrazia sindacale, attorno a un vergognoso protocollo è stato il sottoprodotto dell’azione di lotta, e al tempo stesso la misura del timore della borghesia di un conflitto incontrollato.
Dispersa in settori diversi (fabbriche, logistica e GDO) e nelle proprie particolari dinamiche aziendali, priva di un punto di riferimento e di uno sbocco, imbrigliata dagli apparati, quella dinamica di lotta è rifluita, lasciando nuovo scoramento e delusione. In questo quadro la pressione materiale della crisi sulla classe lavoratrice e sulle sue divisioni tende ad alimentare un sentimento prevalente di paura e di affidamento passivo. L’espansione del welfare aziendale accresce le differenziazioni nella classe e rafforza la subordinazione ai padroni. Il sistema degli ammortizzatori accresce la pressione della Stato sul proletariato ed estende di fatto fenomeni di dipendenza dall’autorità di governo ai diversi livelli. Il voto operaio ai governatori regionali, amministratori della cassa in deroga, è anche un riflesso di questa dinamica.
Importanti lotte di resistenza si sono prodotte o permangono, in ordine sparso, in diverse aziende e settori, con gradi diversi di intensità (aziende in crisi, sicurezza, smartworking, reazione contro la disdetta o la messa in discussione di accordi e condizioni di lavoro)). Ma tendono a concentrarsi attorno alla propria specificità, e sono esposte a un rapporto di forza complessivo tra le classi obiettivamente sfavorevole. La repressione concentrata contro le lotte più radicali, per via poliziesca e giudiziaria (Modena), talora col ricorso alle guardie private padronali, riflette questo scenario. Il salto della repressione delle lotte di avanguardia mira a sua volta a scoraggiare ogni possibile propagazione delle lotte e a recintare il loro isolamento. I decreti Salvini, nei loro risvolti antioperai, registrano a livello di legge la forza del padronato italiano.
La riapertura autunnale della scuola, segnata da ritardi, confusioni, autoritarismi oltre che dal rilancio di un impianto neoliberista dell’istruzione (basato su selezione, autonomia degli istituti e patti territoriali) poteva segnare il fondamentale riaffacciarsi di un’opposizione sociale di massa. Contro le scelte di Azzolina, ma nel contempo in difesa di una componente centrale del salario globale di classe e per invertire quel processo di disarticolazione dei servizi sociali universali in corso da decenni. La condizioni e la possibilità di un’esplosione sociale di massa sembravano delinearsi ai primi di settembre, da una parte per le contraddizioni con cui la scuola riapriva e le tensioni dei suoi lavoratori e lavoratrici (dal precariato al mancato pagamento dei corsi di recupero), dall’altra per lo sviluppo di ampi e articolati fronti di lotta, sostanzialmente intorno all’iniziativa dei coordinamenti precari (2 settembre) e di priorità alla scuola (26 settembre), che riunivano strutture autorganizzate, comitati e associazioni di settori, alcuni sindacati conflittuali, sindacati di categoria e confederali. La dinamica reale è stata però molto diversa dalle speranze e dalle aspettative. Nelle scuole (e nelle università) ha dominato la confusione e l’insicurezza, con lavoratori e lavoratrici oberati di impegni e ripiegati in particolare nei particolari problemi della riapertura delle proprie realtà e nella difesa delle proprie condizioni immediate (GPS, assegnazioni, orari, fragilità, sicurezza, ecc.). In questo contesto, si è fatto particolarmente sentire il ruolo negativo delle burocrazie sindacali, ed in particolare della FLC CGIL, da una parte incapace di fornire indicazioni e strumenti di immediata difesa sindacale nel caos della riapertura, dall’altra consapevolmente impegnata ad evitare ogni campagna assembleare, ogni innesco e radicalizzazione di un movimento di massa. Come si è registrata la solita divisione nel sindacalismo conflittuale, che ha portato alcuni sindacati di base (USB, CUB e Unicobas) ad indire ben due giornate di sciopero (24 e 25 settembre), per recintare le mobilitazioni e contrapporsi all’iniziativa di priorità alla scuola. Lo sciopero ha registrato un’adesione marginale (meno di 9mila partecipanti, lo 0,55%), mentre il presidio del 26 ha a malapena raccolto (sotto una pioggia battente) i gruppi dirigenti delle realtà che hanno convocato l’iniziativa (poche centinaia di persone). Una dinamica estremamente negativa, che ha bloccato l’innesco di un movimento di massa che poteva diventare punto di riferimento. La FLC, proprio negli ultimi giorni, sta riflettendo sulla costruzione di uno sciopero generale di categoria per il tardo autunno, in relazione alla legge di bilancio ma più complessivamente contro le politiche di settore del governo. Vedremo se questo percorso si realizzerà concretamente e, soprattutto, se sarà concretizzato un reale percorso di costruzione di questo sciopero, riuscendo nelle prossime settimane a riavviare e riattivare una reazione collettiva del settore.
Tuttavia, lo scenario della lotta di classe, per quanto negativo e pesante, non è stabilizzato anche per le prossime stagioni. La revoca del blocco dei licenziamenti, la revisione degli ammortizzatori nella direzione dettata da Confindustria, il blocco contrattuale per milioni di lavoratori e lavoratrici, possono produrre nel loro intreccio nuove contraddizioni. Iniziative di mobilitazione di singole categorie per il rinnovo del contratto possono aprire un varco per altri settori di lavoratori. Scuola e sanità restano un concentrato di tensione sociale irrisolta. I nuovi fondi europei saranno usati come calmiere sociale, ma possono anche innescare rivendicazioni salariali. Non a caso il rischio della “rivolta sociale” resta presente nelle preoccupazioni della borghesia italiana ed europea.
Di converso, senza una ripresa di massa, l’approfondirsi della crisi capitalista, unita al declassamento di significativi settori di classi medie, può creare le condizioni di una nuova polarizzazione reazionaria. Il blocco reazionario resta ad oggi maggioritario sul piano politico nella società italiana. L’irruzione della pandemia e la “svolta” europea sul terreno delle politiche espansive ne hanno indebolito o disarmato alcuni importanti elementi di richiamo, accentuando difficoltà e contraddizioni della sua leadership. Tuttavia, un ulteriore prolungarsi della passività del movimento operaio a livello di massa, può allargare lo spazio di manovra di forze piccolo-borghesi reazionarie, e la loro egemonia su strati popolari. È la lezione dell’esperienza della grande crisi dell’ultimo decennio, come delle grandi crisi del passato.
PROPOSTA DEL FRONTE UNICO, UNITÀ D’AZIONE DI AVANGUARDIA, INTERVENTO DEL NOSTRO PARTITO
La proposta di un fronte unico di classe e di massa, e della più ampia unità d’azione dell’avanguardia politica e sindacale, resta al centro della politica del nostro.
L’esperienza della lotta di classe dimostra una volta di più che nel quadro della grande crisi, e a fronte del rapporto di forza complessivo tra le classi, il terreno aziendale resta prevalentemente il terreno dell’iniziativa padronale, non del movimento operaio. Ricondurre le lotte parziali a una prospettiva di ricomposizione generale, attorno ad una piattaforma unificante, rimane di riflesso un elemento centrale della nostra proposta e linea di intervento, a livello di massa e di avanguardia.
Nel quadro complicato dell’autunno, si confermano però tutte le difficoltà di costruzione del fronte unico di classe e di massa, tutti i rischi di isolamento dell’avanguardia, che abbiamo sottolineato al CC dello scorso giugno. Anzi, per molti si aggravano, nel quadro del rallentamento della precipitazione della crisi e del ruolo assunto dalle burocrazie sindacali, in particolare della CGIL, per lo sviluppo di un nuovo patto sociale. In particolare, come scrivevamo allora, in questo quadro diventa particolarmente difficile sviluppare un’iniziativa di massa: il principale soggetto del fronte unico (la CGIL) si sfila da ogni dimensione di conflitto e anzi lo contrasta; nel contempo non emerge nessuna particolare capacità di autorganizzazione nelle lotte. Nonostante l’esigenza impellente di una risposta di massa e radicale, per fronteggiare la crisi, favorire la ricomposizione della classe, indicare una soluzione progressiva, il principale rischio della prossima fase è quello non solo della frammentazione del conflitto, ma anche dell’isolamento dell’avanguardia politica e sociale, incapace di incidere nei rapporti di massa (se non isolatamente, e in maniera scomposta, in alcuni settori e in determinate occasioni).
Sul terreno dell’avanguardia, l’esperienza del Patto d’azione per il fronte unico di classe è un terreno importante. Lo è, nonostante i suoi limiti, come fatto di controtendenza rispetto alle dinamiche di frantumazione e autocentratura presenti all’interno dell’estrema sinistra e del sindacalismo di classe. Lo è per il nostro intervento e riconoscibilità politica, tanto più a fronte della crisi del Coordinamento delle sinistre per responsabilità preminenti di Sinistra Anticapitalista (uscita formalmente dal Coordinamento), evidente oramai da molti mesi. Il nostro inserimento organico nel Patto d’azione dall’inizio del suo percorso (8 febbraio) ci ha consentito di valorizzare la nostra presenza e ruolo nel suo percorso, dibattito e iniziativa. E di lavorare alla prospettiva di ricomposizione unitaria attorno ad esso di tutte le forze disponibili della sinistra classista, politica e sindacale. Con tutte le difficoltà oggettive e soggettive ma con coerenza.
L’Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi del 27 settembre a Bologna è un portato politico del Patto d’azione, anche se si è sviluppata con una propria dinamica e configurazione, nell’ottica dell’organizzazione e dell’autorganizzazione di una reazione di classe all’incipiente offensiva padronale, anche se convocata e promossa da delegati e delegate di diversa collocazione sindacale. Il nostro partito, sul versante politico e sul versante sindacale, ha dato un contributo determinante alla sua riuscita. Contrastando ogni tentazione di impostazione autocentrata attorno al Si Cobas, evitando la convergenza sullo sciopero predeterminato e simbolico della Cub, incentrando il percorso unitario tra organizzazioni e tendenze diverse del sindacalismo di classe sulla convergenza di delegati e delegate al di là delle diverse collocazioni, e dunque preservando per questa via il carattere aperto del percorso e della prospettiva di sciopero, in una logica di massa. Positivo in particolare il nucleo centrale del dispositivo finale approvato dalla Assemblea: sia in merito alle rivendicazioni della piattaforma, sia soprattutto alla centralità della proposta di unificazione delle lotte al di là di “una mera difesa sul piano aziendale e di categoria”. È il tema della vertenza generale che è alla base della nostra proposta sindacale. Questi aspetti positivi non devono occultare i limiti strutturali di quell’iniziativa. I settori combattivi su cui si sostiene sono estremamente limitati, confinati in particolare in alcuni settori ed in alcuni territori. I soggetti del sindacalismo conflittuale che vi hanno contribuito sono ancora pochi (SiCobas, SGB, alcune realtà Cobas, aree circoscritte dell’Opposizione CGIL), mentre non vi hanno partecipato non solo il corpo dei più grandi sindacati di base (USB e CUB), non solo RSU e realtà dove l’Opposizione CGIL è significativa (ad eccezione della GKN), ma neanche quel tessuto più ampio di delegati e delegati che ha promosso le lotte e le resistenza di questi mesi. Larga parte di quell’assemblea raccoglieva conseguentemente, oltre a delegati e attivisti di queste realtà, avanguardie sindacali e politiche ancora isolate nei propri territori e nei propri luoghi di lavoro. La capacità cioè di questo percorso di sviluppare dinamiche estese di resistenza e processi di generalizzazione delle lotte è ancora estremamente circoscritta. E potrebbe, in una dinamica complessiva di impantanamento, non riuscire ad uscire dai suoi attuali confini.
Il CC impegna dunque il partito a partecipare alla giornata di iniziativa nazionale del prossimo 24 ottobre e ai relativi presidi territoriali, come tutti i suoi militanti sindacali e i propri attivisti nei luoghi di lavoro a dare continuità al percorso del 27 settembre, difendendolo come spazio aperto di confronto e di iniziativa dell’avanguardia di classe, in cui possono coordinarsi e possono sviluppare convergenze i diversi settori di lotta, anche diffondendo processi di autorganizzazione di classe (a partire, ove possibile, da comitati di lotta di settore e coordinamenti territoriali). In questo quadro, è importante sviluppare un’iniziativa di allargamento di questo percorso, e quindi di attivo coinvolgimento di delegati e attivisti, in tutte le realtà del sindacalismo conflittuale: nell’USB, nella CUB, nelle altre organizzazioni di base come nell’Opposizione CGIL.
A continuare a proporre all’insieme di queste organizzazioni, Opposizione CGIL inclusa, la convergenza nel percorso unitario. Un’azione determinata che, se necessario, sappia sviluppare in funzione di questo obbiettivo anche un contrasto aperto con i loro gruppi dirigenti, che per i loro settarismi hanno rifiutato di contribuire a questa iniziativa e, addirittura, in qualche caso l’hanno apertamente avversata (chi premendo sui propri aderenti che vi hanno aderito, chi rilasciando interviste non solo politicamente inopportune, ma che hanno addirittura offerto l’assist per possibili attacchi delle burocrazie sindacali). Sviluppando il contrasto aperto con l’impostazione della sua attuale leadership, ad un tempo regressiva e settaria. Questa convergenza oggi trova un ostacolo nelle deprecabili dichiarazioni e nella politica settaria perseguita dalla portavoce dell’Opposizione CGIL, la compagna Eliana Como che, oltre stigmatizzare la partecipazione possibile dei delegati CGIL appartenenti all’Opposizione al percorso aperto dall’Assemblea del 27 settembre, arriva malignamente a ventilare per le nostre compagne e i nostri compagni partecipi dell’assemblea la possibile intenzione di dare vita, insieme agli/alle altr@ compagn@ partecipanti al 27, alla costituente di un nuovo sindacato di base (obiettivamente un’enormità rispetto agli scopi dell’assemblea e alle nostre ben conosciute posizioni). Si rende dunque quanto mai necessario e urgente una decisa demarcazione delle compagne e dei compagni nei suoi confronti, come bene esplicitato dagli interventi del compagno Luca Scacchi, Lorenzo Mortara e Donatella Ascoli. Una demarcazione che non deve, se possibile, essere espressione solo dei/lle militanti del PCL, ma deve cercare di coinvolgere altre compagne e compagni in disaccordo con i metodi e la linea politica di Eliana Como, e dei/lle suoi/sue incondizionat@ sostenitori/trici, sia di Sinistra Anticapitalista, che indipendenti.
In tutte queste diverse realtà sindacali, in particolare, deve esser aperta una discussione sulle inedite dinamiche della crisi, l’incipiente offensiva padronale, la dispersione delle resistenze e il ruolo nefasto delle burocrazie sindacali nel bloccare lo sviluppo di fronti unici di massa: una discussione cioè volta a sostenere in questo preciso momento, nel quadro di questa fase storica, l’imperiosa necessità di sviluppare iniziative di convergenza e di unità delle lotte, sia nelle proprie realtà e nei propri settori (a partire da comitati di lotta e coordinamenti territoriali indipendenti da ogni appartenenza sindacale), sia a livello generale (partecipando e sostenendo ogni percorso come l’assemblea del 27 settembre). Sulla base delle diverse condizioni, questo posizionamento può aprire il terreno per aggregazioni programmatiche formali e informali [nel quadro della nostra linea di intervento congressuale], entro le diverse regole e prassi di queste soggettività (USB, CUB e Opposizione CGIL), per un sindacalismo di classe e democratico. Un percorso che deve esser teso proprio a raggruppare e organizzare, in tutte queste realtà, settori classisti e rivoluzionari che si pongono oggi sul terreno della ricomposizione delle lotte. Un raggruppamento, se necessario, in aperto dissenso con la linea delle attuali direzioni, proprio a partire dalle loro scelte politiche di fase.
In questo quadro, infine, il CC impegna il partito a lavorare ovunque possibile per la convergenza e partecipazione del Coordinamento nazionale e dei coordinamenti territoriali delle sinistre ancora esistenti nei territori alle iniziative del 24 ottobre, contrastando obiezioni o resistenze, nella prospettiva di ricomposizione unitaria attorno ad un unico fronte. In questo senso si pone la stessa ricerca di una convergenza unitaria tra Patto d’azione e Coordinamento, e delle organizzazioni e tendenze classiste promotrici della Assemblea di Bologna, sul terreno dell’intervento nella vicenda Whirpool a Napoli con la costruzione di una assemblea e di una presenza attiva in occasione di un passaggio cruciale di questa lotta, il prossimo 31 ottobre, segnata anche da una valenza simbolica nazionale.
Comitato Centrale PCL
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