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Una classe, una lotta

L’intreccio fra crisi sanitaria, crisi economica, crisi sociale, alza obievamente il livello dello scontro di classe anche in Italia.

Il nuovo stato maggiore di Confindustria punta apertamente a scardinare ciò che resta del contrao nazionale, chiede mano libera nella gesone della forza lavoro, rivendica il taglio ulteriore di diri eprestazioni sociali.

Le organizzazioni professionali della piccola e media borghesia si muovono a tutela dei propri interessi corporavi, egemonizzando in qualche occasione seori popolari o sooproletari.

Manca ad oggi una iniziava autonoma del movimento operaio a livello di massa capace di incidere sui rappor di forza complessivi e di entrare da un versante di classe nelle contraddizioni del blocco sociale avversario.

La subordinazione delle direzioni sindacali al governo e il loro inseguimento del pao sociale col padronato contribuiscono in modo determinante a questo scenario negavo.

Tuavia la situazione polica e sociale non è stabilizzata: la drammaca emergenza sanitaria a fronte dello sfascio della sanità pubblica, la crisi vercale dei traspor, il fallimento della riapertura in sicurezza della scuola, producono una enorme insicurezza sociale ed un calo drasco di consenso del governo.

Dal canto loro le destre reazionarie sovraniste, che pur preservano la propria forza, facano a ritrovare la sintonia col senso comune popolare sul terreno della pura opposizione al lockdown.

In questo quadro l’accordo tra padronato e sindaca per prolungare il blocco dei licenziamen a fine marzo in cambio di una estensione della cassa integrazione gratuita per i padroni, assume un preciso significato: la classe dominante teme una precipitazione incontrollata delle dinamiche di conflio sociale dal versante del lavoro salariato, e cerca dunque di diluirle, ammorzzarle e soprauo frantumarle.

Ricomporre l’unità delle loe di resistenza sociale aorno ad una piaaforma generale ci pare allora l’esigenza prioritaria della fase auale.

Non si traa di costruire buone relazioni diplomache tra piccoli sta maggiori senza esercito, ma di lavorare insieme, nella consapevolezza ognuno dei propri limi e nel rispeo dell’autonomia di ciascuno, alla ripresa di una opposizione di classe e di massa.

Contribuire alla definizione di una piaaforma di classe unificante è un modo di agire in questa direzione.

I temi che poniamo in questo breve documento sulla riduzione generale dell’orario di lavoro, la nazionalizzazione delle aziende che licenziano, la patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, non sono certo esausvi di una piaaforma di classe, ma vogliono indicare tre rivendicazioni a nostro avviso centrali per

il rilancio di una iniziava indipendente del mondo del lavoro che sono parte delle rivendicazioni che

furono alla base del “coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione” nato il 7 Dicembre di un

anno fa, e che oggi assumono nel quadro della grande crisi un’aualità ancor più stringente.

In alcuni casi si traa di rivendicazioni che già appartengono a circui unitari dell’avanguardia (in

parcolare alle esperienze posive del Pao d’azione per il fronte unico ancapitalista ed alla

piaaforma dell’Assemblea nazionale dei lavoratori e lavoratrici combavi tenutasi a Bologna il 27

Seembre) in altri casi, come sulle nazionalizzazioni, vogliono favorire una riflessione comune e un

confronto, nella modalità più aperta, estranea ad ogni pregiudizio.

In ogni caso, su ognuno di ques temi e/o sul loro insieme, proponiamo di costruire, nelle forme oggi

possibili, una campagna nazionale comune, ricercando il più vasto fronte unitario d’azione.

Lavorare meno, lavorare tu: 30 ore pagate 40

La condizione del lavoro nel nostro Paese è precipitata, sia sul piano quantavo che qualitavo:

emblemaco il dato relavo al tasso di disoccupazione generale, aestatosi aorno al 10%, e quello

giovanile in parcolare, aestatosi aorno al 40%.

La precarietà dilagante, che pone non solo una pesante ipoteca sul futuro delle giovani generazioni, ma

colpisce i diri contrauali di tu, schiaccia i salari verso il basso, molplica le mor sul lavoro, così

come il fenomeno delle scatole cinesi delle cooperave nei servizi, nella logisca, nell’industria, etc.

sono una drammaca fotografia dell’arretramento sociale.

Questa situazione è maturata negli ulmi trent’anni soo il peso delle poliche dominan: poliche

portate avan da tu i governi che si sono succedu alla guida del Paese in omaggio agli interessi del

padronato, ai diktat della cosiddea Troika, all’austerità.

Il paccheo Treu (1997), la legge Biagi (2003), i provvedimen Mon/ Fornero (2011/2013), il Jobs Act

(2014), sono tue facce di questa stessa medaglia: è una situazione che colloca da tempo la condizioni

del lavoro in Italia tra le più degradate d’Europa, in un contesto internazionale che ha marginalizzato il

capitalismo italiano nell’ambito del processo di globalizzazione sospinto dalla concentrazione del capitale

finanziario, ove lo Stato ha assecondato i processi di riorganizzazione capitalisca a supporto del profio

e della sua massimizzazione.

Oggi la nuova grande recessione innescata dalla pandemia, assieme all’offensiva frontale di Confindustria

contro il movimento operaio, minacciano una nuova onda d’urto devastante contro le condizioni dei

lavoratori.

Lo smart working serve al padronato per risparmiare su mense e traspor, allungare l’orario reale di

lavoro di milioni di salaria, estendere nuove forme di lavoro a como, nel mentre sospinge

l’atomizzazione individuale e peggiora in parcolare la condizione delle lavoratrici, gravate dal direo

sovrapporsi di lavoro salariato e di cura.

Parallelamente la spietata compezione mondiale accelera ed estende l’applicazione delle nuove

tecnologie (intelligenza arficiale e roboca) nell’industria, nella logisca, nei servizi, minacciando su

scala mondiale decine di milioni di pos di lavoro (400 secondo le sme più pessimische).

I proge europei del Recovery Fund, nel mentre caricano sulle spalle dei salaria dei diversi paesi una

nuova mole di debito pubblico, saranno in larga misura indirizza a supporto di queste nuove

organizzazioni del lavoro.

L’Italia sarà in questo senso una linea di fronera: è necessario voltare pagina.

La crisi capitalisca e sanitaria non la devono pagare i lavoratori, ma le classi capitalische, il progresso

tecnologico non può e non deve essere scaricato sui salaria a vantaggio dei profi, il lavoro che c’è va

riparto fra tu perché nessuno ne sia privato.

Serve una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di retribuzione.

Nel nostro Paese, come noto, l’orario semanale di lavoro, araverso le loe della metà degli anni 70, è

passato dalle 48 alle 40 ore, e da allora, nonostante alcuni processi di riduzione contraata che lo hanno

portato in determinate realtà aorno alle 38 ore, in gran parte subordinandolo a forme di marcata

flessibilità, sul piano generale nulla è cambiato.

Serve affermare le 30 ore come orario massimo di lavoro semanale, il tema di una drasca riduzione

dell’orario di lavoro, sullo sfondo della grande crisi, sta riemergendo nel dibato pubblico su scala

europea, nel sindacato metalmeccanico tedesco, in seori di sinistra della stessa socialdemocrazia,

persino in ambien liberal progressis, ma spesso è una rivendicazione che viene distorta in chiave

compromissoria alla ricerca di un benestare padronale (riduzioni corrisponden del salario, in parte

compensate da integrazioni pubbliche, controparte in termini di produvità ed organizzazione

flessibile del lavoro).

La nostra rivendicazione della riduzione drasca dell’orario di lavoro non rispea le compabilità del

capitalismo in crisi, ma risponde unicamente all’interesse generale del movimento operaio.

Se la grande crisi e le nuove tecnologie abbaono il tempo di lavoro necessario, occorre una riparzione

generale del lavoro tra occupa e disoccupa, con una drasca riduzione dell’orario a parità di

retribuzione: trenta ore pagate quaranta.

Questa rivendicazione può e deve assumere in prospeva una portata internazionale, innanzituo

connentale, nella migliore tradizione del movimento dei lavoratori.

Parallelamente vanno cancellate tue le leggi che hanno portato alla precarizzazione dei rappor di

lavoro, serve riscrivere il dirio del lavoro affermando la centralità del tempo indeterminato, cancellando

la piaga dei contra a termine, del lavoro interinale o a chiamata.

Va smantellato l’auale sistema delle cooperave, quasi ovunque strumento di supersfruamento, ed i

lavoratori delle stesse vanno internalizza, così come i lavoratori precari devono essere regolarizza.

A pari lavoro pari diri di salario, malaa, ferie, diri contrauali in generale: questa rivendicazione

non solo risponde ai bisogni elementari di milioni di giovani (e meno giovani) priva per anni e decenni

della possibilità di vivere dignitosamente, ma mira a unire aorno ad un comune interesse l’intera

classe dei lavoratori salaria, impedendo oltretuo che la drasca riduzione dell’orario di lavoro possa

essere aggirata col ricorso al lavoro irregolare, privo di tutele.

Inoltre è necessario rivendicare un grande piano di nuova occupazione per opere sociali di pubblica

ulità: ad esempio riasseo idrogeologico del territorio, recupero, bonifica e valorizzazione del

patrimonio edilizio e culturale esistente, ricostruzione della rete di presidi sanitari territoriali,

risanamento del patrimonio edilizio scolasco, riparazione e potenziamento della rete infrastruurale,

estensione capillare degli asili nido, sviluppo del trasporto pubblico, urbano e ferroviario, etc.

Questo piano di opere sociali risponde a necessità fondamentali, tanto più importan nel periodo della

pandemia, a parre dalle condizioni del Meridione e delle Isole.

Esso potrebbe dare lavoro stabile a milioni di disoccupa, italiani e/o migran.

Si traa di organizzare territorio per territorio una ricognizione capillare delle opere sociali necessarie, a

parre dai seori saccheggia negli ulmi 30 dai tagli del capitale finanziario e di ricomporre aorno ad

essi una nuova leva del lavoro, riprisnando il collocamento pubblico.

Lavorare meno e lavorare tu, meglio, è possibile oltre che necessario!

Per la nazionalizzazione delle aziende che licenziano, delocalizzano, inquinano.

La riparzione generale del lavoro esistente è inseparabile dalla difesa dei pos di lavoro dentro i

processi di ristruurazione e di crisi, al di là dell’auale blocco dei licenziamen.

Da anni media e padroni sono riusci a far prevalere l’idea che il pubblico sia incapace di gesre

l’economia e che solo i priva possano garanre lavoro e sviluppo, così sono sta svendu ai capitalis

seori enormi dell’economia e sono sta regala a loro decine di miliardi di euro con connui

finanziamen, sgravi fiscali e contribuvi, sostenendo che così si sarebbe creata nuova occupazione:

niente di più falso.

Il risultato sono tre milioni di disoccupa, altri tre milioni che hanno rinunciato anche solo a cercare un

lavoro che non si trova, la precarietà dilagante e connue ristruurazioni industriali che buano per

strada cennaia di migliaia di lavoratori rubando il futuro alle loro famiglie, ed è solo l’anpasto di ciò

che si va preparando quando cesserà il blocco dei licenziamen (l’annuncio di un milione di licenziamen

da parte di Carlo Bonomi è la sma ufficiale della valanga in arrivo).

Oggi, con la nuova grande crisi capitalisca innescata dal Covid, i par di governo, che sino a ieri

teorizzavano il liberismo, mimano forme diverse di intervento pubblico nell’economia, anche araverso

le partecipazioni azionarie della Cassa Deposi e Pres o di Invitalia, ma è solo una operazione di

socializzazione delle perdite: lo Stato entra con proprie “partecipate” per risanare l’azienda, sorreggere

gli azionis priva, vendere infine a nuovi acquiren il proprio paccheo azionario.

Per il futuro dei lavoratori non cambia nulla, infa, per rendere appebile la “nuova” azienda agli occhi

del mercato, l’azionista pubblico alleggerisce pos di lavoro e diri esaamente come gli azionis

priva (già peraltro beneficia da 67 miliardi di erogazioni pubbliche, diree o indiree, nel solo 2020, e

in aesa di un’altra pioggia di sostegni assistenziali da parte dell’Unione Europea per gli anni che

verranno).

E’ inacceabile che cennaia di migliaia di lavoratori siano in balia di azionis senza scrupoli, interessa

esclusivamente alla massimizzazione del profio, che ogni passaggio di proprietà compor la riduzione

dei pos di lavoro, che la forza lavoro sia ridoa a merce che si compra e si gea a seconda delle

dinamiche di mercato.

Così come è assurdo che al profio sia consento non solo di sfruare il lavoro ma anche di colpire la

salute e la vita stessa dei lavoratori, come ha mostrato tragicamente l’intera esperienza Covid.

È inacceabile che le aziende possano devastare l’ambiente e poi cavarsela come nulla fosse, ma è

anche perdente, dal punto di vista sindacale, credere di poter difendere i pos di lavoro fabbrica per

fabbrica, senza un movimento di loa unitario di tu i lavoratori, del tuo falso ed illusorio l’obievo

e la speranza dell’arrivo di un nuovo padrone, presunto salvatore, poiché se questo arriva, si prende

tecnologie e marchi, promee e se ne va, qualche volta, al massimo, ulizza per un breve periodo una

piccola parte della manodopera in condizioni di maggiore sfruamento.

Per i dipenden di queste aziende prima c’è il calvario di una cassa integrazione (ormai drascamente

ridoa nella durata dalle norme del Jobs Act) e poi il precipizio nel misero sussidio di disoccupazione,

anch’esso ridoo all’osso.

I casi Whirpool, Ilva, Embraco, Bekaert, Mercatone Uno, Conad, Alitalia, Unicredit, Autostrade per

l’Italia, sono tu, in forme diverse, scandali sociali inacceabili, e con essi cennaia e migliaia di altre

aziende e vertenze.

È necessaria una svolta: se un’azienda licenzia va nazionalizzata, a tutela del lavoro, se inquina, la

nazionalizzazione è la premessa di una riconversione della produzione e del risanamento dell’ambiente,

a tutela sia del lavoro che della salute, se il concessionario sacrifica la sicurezza in nome del profio, la

concessione va rirata e la gesone va nazionalizzata.

In tu i casi la nazionalizzazione deve avvenire soo il controllo dei lavoratori stessi e non c’è bisogno di

alcun indennizzo per i grandi azionis dopo tu i miliardi che hanno ricevuto gratuitamente dallo Stato,

cioè dalle tasse dei lavoratori: tale rivendicazione ha una valenza internazionale, non a caso è una

rivendicazione avanzata da seori di avanguardia della classe lavoratrice in diversi paesi, anche in

Europa (Francia, Germania, Spagna).

Il primo passo per costruire una risposta della classe lavoratrice è una grande assemblea dei delega dei

lavoratori di tue le aziende che sono coinvolte nei processi di ristruurazione, di licenziamento e di

chiusura per decidere un percorso di mobilitazione comune e definire una piaaforma rivendicava che

difenda tu i pos di lavoro.

I nuovi grandi processi di ristruurazione sospin dalla recessione mondiale e finanzia dai fondi

europei (Recovery Fund) colpiranno innanzituo il lavoro: ben 45 milioni di salaria europei, oggi

sostenu da forme diverse di cassa integrazione, sono minaccia di licenziamento con l’esaurimento di

questa.

Le grandi aziende mulnazionali del connente, pur se nutrite di soldi pubblici, saranno alla testa

dell’offensiva europea contro il lavoro, la rivendicazione della loro nazionalizzazione può favorire

un’azione internazionale del movimento operaio europeo, anche sul terreno sindacale.

Per una patrimoniale ordinaria e straordinaria.

Il sistema fiscale in Italia, e non solo, connua a gravare in larga misura sul lavoro dipendente e sui

pensiona, che insieme reggono sulle proprie spalle l’80% del carico delle tasse.

Negli ulmi quarant’anni, in parcolare, si sono ridoe vercalmente le aliquote massime sui reddi

al (dal 72% al 43%) e il tasso di progressività del prelievo fiscale, a tuo danno dei lavoratori.

Parallelamente si sono abbaute le imposte sui profi: l’Ires è passata dal 34,5% del 2006 al 22% di

oggi ed è prossima a una riduzione ulteriore, l’Irap è stata dimezzata con l’obievo esplicito di

cancellarla su direa pressione di Confindustria.

Non si traa di una tendenza esclusivamente nazionale, poiché nel quadro della grande crisi

capitalisca la riduzione della tassazione sul capitale è una delle voci della compezione mondiale,

anche all’interno della “fraterna” Unione Europea, uno degli strumen prescel per contendersi gli

invesmen esteri e contrastare la diminuzione del saggio di profio.

Questa situazione generale, in Italia, è ulteriormente aggravata dall’assenza di una vera patrimoniale

sulle ricchezze, cioè sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari, che ammontano complessivamente a

10.000 miliardi.

Tu i da disponibili ci parlano della sua concentrazione piramidale nelle mani di una piccola

minoranza della società: la distribuzione del patrimonio è ancor più diseguale della distribuzione del

reddito.

Le poche tasse patrimoniali esisten, come quelle sulle abitazioni (Ici poi Imu) sono state soppresse sulla

prima casa indipendentemente dal valore della stessa, e dunque a vantaggio dei ricchi, ed enormi

concentrazioni proprietarie immobiliari sfuggono al censimento e al fisco.

La ricchezza finanziaria varca frequentemente i confini grazie ad operazioni bancarie, nel quadro della

libera circolazione dei capitali, per lo più rifugiandosi nei mille paradisi fiscali disponibili nella stessa

Europa (Olanda, Gran Bretagna, Lussemburgo in primis): il caso FCA è al riguardo un caso di scuola.

Peraltro i diversi sistemi di evasione fiscale prevenva sono terreno di pascolo di tan studi legali al

servizio di grandi aziende e speculatori: ad esempio gli invesmen nei beni rifugio, come tali immuni

dal fisco (oro, diaman, orologi, automobili, etc.) sono una delle diverse forme dell’evasione capitalisca

del patrimonio, cui si aggiunge l’evasione fiscale illegale legata al supersfruamento del lavoro nero

(spesso immigrato), parcolarmente concentrata nell’edilizia, nel commercio, nell’agricoltura, nonché

quella legata al capitalismo criminale e/o usuraio oggi gonfiato ulteriormente dalla crisi in corso.

Infine le enormi proprietà immobiliari della Chiesa, che godono com’è noto di un traamento fiscale

che definire “privilegiato” è puro eufemismo.

La risultante di tu ques processi è:

1) La crescita dell’indebitamento pubblico dello Stato col capitale finanziario ( ciò che non entra dal

fisco lo prendi a presto dalle banche, innanzituo italiane) col relavo pagamento medio di 60/80

miliardi di soli interessi in un anno, ed il nuovo indebitamento europeo (Recovery Fund e Mes)

seguono, in forme diverse, la stessa logica.

2) Il taglio dello stato sociale (pensioni, sanità e scuola pubblica innanzituo) con le conseguenze

tragiche che ne conseguono (privazzazione crescente delle prestazioni, sostuzione del welfare

universale con quello aziendale, aumento dei cos per prestazioni sempre più degradate, blocco dei

contra nel pubblico impiego, etc.).

Questa situazione complessiva è intollerabile.

Occorre baersi per la progressività del sistema fiscale in generale, reddi inclusi, abolendo le flat tax

oggi esisten, perché non ha alcun senso che la tassa sui profi (Ires) o quella sulle rendite finanziarie,

sia la stessa per chi incassa dividendi di borsa miliardari e chi incassa diecimila euro.

Occorre baersi per una patrimoniale progressiva sulle grandi ricchezze immobiliari e finanziarie, una

patrimoniale ordinaria sopra un milione di patrimonio familiare, una patrimoniale straordinaria sui

grandi patrimoni superiori ai cinque milioni.

La sola patrimoniale straordinaria di un 10% sui grandi patrimoni libererebbe almeno 400 miliardi da

invesre nella sanità (il solo adeguamento delle terapie intensive, ossia mezzi, personale, locali,

richiederebbe una spesa di quasi 13 miliardi) nell’istruzione ( secondo i da della fondazione Agnelli e

dell’Associazione Nazionale Presidi il solo risanamento edilizio e sismico degli edifici scolasci

richiederebbe l’invesmento di 250 miliardi) ossia verso invesmen necessari ed urgen.

Queste spese non debbono essere caricate sul debito pubblico e messe sul conto dei salaria, possono

e debbono essere sostenute in forma progressiva solo a parre da una vera patrimoniale sulle grandi

fortune.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

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