L’articolo è tratto da «In difesa della rivoluzione russa», una raccolta di scritti dei principali dirigenti bolscevichi del periodo 1917-1923 di Al Richardson, editore della rivista «Revolutionary History».
Nel seguente articolo Trotskij affronta in modo semplice, sotto forma di dialogo pedagogico, il complesso problema dell’autodeterminazione delle nazioni tale come si presentava alla giovane repubblica sovietica.
La guerra nei Balcani è stata una chiara illustrazione della viva rilevanza della questione nazionale, aggravata da decenni di oppressione stalinista. In tal proposito, gli avvertimenti di Trotskij in questo articolo sono rivelatori alla luce dell’ulteriore evoluzione del regime sovietico [1].
«A» è un militante della Lega dei Giovani Comunisti. Giovane rivoluzionario dedito e capace, ha combattuto come volontario nell’Armata Rossa. Ciononostante la sua formazione marxista e la sua esperienza politica risultano in qualche modo carenti.
«B» è un compagno con una più lunga esperienza politica.
– Trotskij, Lev
A – Certo, nessuno può obiettare la risoluzione del dodicesimo Congresso sulla questione nazionale. Anche se tale questione è stata introdotta artificialmente nella discussione. Per noi comunisti, la questione nazionale non è di grande importanza.
B – Perché dici questo? Dopo tutto, hai appena affermato di essere d’accordo con la risoluzione, giusto? L’idea principale di questa risoluzione è che la questione nazionale non esista a beneficio dei comunisti, ma che i comunisti esistano per risolvere la questione nazionale come parte costituente della questione più generale dell’organizzazione della vita dell’uomo sulla terra. Se nel vostro gruppo di studio di auto-educazione, con l’aiuto degli strumenti del marxismo, vi siete liberati dai diversi pregiudizi nazionali, questo è naturalmente un fatto molto positivo, e un grande passo avanti nel vostro sviluppo personale. Ma il compito del partito al potere in questo ambito è più ampio: dobbiamo permettere ai milioni e milioni di persone che compongono il nostro popolo e che appartengono a diverse nazionalità, di trovare, attraverso lo Stato e le altre istituzioni dirette dal partito, una soddisfazione pratica ai loro interessi ed esigenze nazionali, in modo da permetter loro di liberarsi degli antagonismi e dei pregiudizi nazionali – tutto questo non a livello di un gruppo di studio marxista, ma a livello dell’esperienza storica di interi popoli. Pertanto vi è una contraddizione inconciliabile tra il vostro riconoscimento formale della risoluzione e la vostra opinione che, per noi comunisti, la questione nazionale non sia di grande importanza. In questo modo dimostrate che non legittimate la risoluzione o che, senza mezzi termini – in uno spirito puramente compagno e senza voler offendervi – non cogliete il significato politico della risoluzione.
A – Tu mi fraintendi.
B – Mh?
A – Ciò che voglio dire è che la questione di classe è, per noi comunisti, incomparabilmente più importante di quella nazionale. Perciò dobbiamo mantenere il senso delle proporzioni. Tuttavia temo, sì, che la questione nazionale sia stata ultimamente esagerata da noi, a scapito della questione di classe.
B – Forse ti fraintendo ancora, ma con questa affermazione mi pare che tu commetta un altro errore di fondo, ancora più grande. Tutta la nostra politica – nell’economia, nella costruzione dello Stato, nella questione nazionale e nella sfera diplomatica – è una politica di classe. È dettata dagli interessi storici del proletariato che lotta per la completa liberazione dell’umanità da ogni forma di oppressione. Sia il nostro approccio alla questione nazionale sia le misure che abbiamo adottato per risolverla costituiscono una parte essenziale della nostra posizione di classe, e non qualcosa di ancillare od opposto ad essa. Tu dici che il criterio di classe è sovrano per noi. È assolutamente vero. Ma solo nella misura in cui realmente si tratti di un criterio di classe; e cioè nella misura in cui include le risposte a tutti nodi fondamentali dello sviluppo storico, compresa la questione nazionale. Un criterio di classe senza la questione nazionale non è un criterio di classe, ma solo il telaio di questo criterio che finisce inevitabilmente per costeggiare più una linea sindacalistica o primitiva.
R – Allora a tuo avviso la preoccupazione per la soluzione della questione nazionale, cioè per le forme di coesistenza dei gruppi e delle minoranze nazionali, sarebbe tanto importante per noi quanto la detenzione del potere nelle mani della classe operaia o quanto la dittatura del partito comunista! Da una simile posizione è facile scivolare nel completo opportunismo, subordinando i compiti rivoluzionari agli interessi degli accordi di nazionalità.
B – Ho il presentimento che oggi sarò bollato come «deviazionista»… Comunque sia, cercherò, mio giovane amico, di attenermi al mio punto di vista. L’intero problema, come ci si presenta oggi, se lo formuliamo politicamente, ha questo significato per noi: come, vale a dire con quali misure e metodi di azione, con quale metodo possiamo mantenere e consolidare il potere della classe operaia in un territorio ove vivono fianco a fianco diverse nazionalità, con l’elemento di quel nucleo centrale grande-russo che prima giocava il ruolo di grande potenza tra queste nazionalità pur costituendo meno della metà della popolazione totale dell’Unione? È precisamente nel processo di sviluppo della dittatura proletaria, nel corso di tutta la nostra attività di costruzione dello Stato e della nostra lotta quotidiana per mantenere e consolidare il potere operaio, che ci troviamo oggi più urgentemente di ieri di fronte alla questione nazionale in tutta la sua viva realtà, nelle sue concrete manifestazioni quotidiane all’interno dello Stato e della vita economica, culturale e quotidiana.
E proprio ora, quando nel suo complesso il partito comincia a presentare la questione in questa forma – né può essere presentata in altra! – tu (ma purtroppo non sei l’unico) dichiari con ingenuo dottrinarismo che la questione della dittatura del proletariato è più importante della questione nazionale. Eppure è proprio per perseguire il destino della dittatura del proletariato che in pratica ora ci stiamo immergendo a fondo (e in futuro lo faremo ancora di più) nella questione nazionale. Qual è il significato della contrapposizione che tu fai? Solo le persone che non capiscono l’importanza de «i fattori nazionali nello stato e nel partito» possono porre la questione in questo modo. E in ogni caso, tutti coloro che assumono un atteggiamento disfattista o sprezzante nei confronti della questione nazionale ricorrono agevolmente a formulazioni come la tua. Voltare le spalle alle richieste e agli interessi delle nazionalità fin oggi oppresse, specialmente quelle arretrate e composte principalmente da contadini, è una cosa molto comoda e assolutamente facile da fare, specialmente se questa sorta di svogliata indifferenza può essere perorata con frasi generiche sull’internazionalismo, sul fatto che la dittatura del partito comunista è più importante di qualsiasi problema nazionale…
A – Come vuoi, ma ponendo la questione in questo modo pare a me che stiamo andando indietro in modo inaccettabile in direzione dei villaggi contadini arretrati della periferia, e corriamo così il rischio di infliggere un grande danno al centro proletario, su cui poggia il nostro partito e il potere sovietico. O non ho capito affatto quanto hai detto, o tu stai davvero andando alla deriva verso le nazionalità arretrate e prevalentemente contadine.
B – Ecco, finalmente ci arriviamo: la mia deviazione contadina! La aspettavo, visto che ogni cosa sotto il sole – compresi gli errori politici – ha il suo movente… «Una deviazione a favore delle masse contadine arretrate». Ma hai sentito cosa ha detto il Dodicesimo Congresso in merito?
A – A cosa?
B – Alle relazioni reciproche tra il proletariato e i contadini – sul «nesso» (2).
A – Il «nesso», e cosa c’entra? Sono assolutamente d’accordo col Dodicesimo Congresso. Il nesso tra il proletariato e i contadini è la base di tutto. La questione del nesso è la questione del destino della nostra rivoluzione. Chi è contro il nesso è….
B – Sì, sì. Ma non pensi che la dittatura della classe operaia e del nostro partito sia più importante per noi del problema contadino e, di conseguenza, della questione del nesso?
A – In che senso?
B – Molto semplicemente. Noi, il partito comunista, l’avanguardia del proletariato, non possiamo subordinare i nostri obiettivi social-rivoluzionari ai pregiudizi, e nemmeno agli interessi dei contadini, che sono una classe piccolo-borghese in tutta la sua tendenza. Non è così, amico di sinistra?
A – Ma perdonami questo sofisma (è una questione molto diversa, e non ha niente a che vedere con questa domanda): il nesso è la nostra base, il nostro fondamento. Lenin ha scritto che senza il nesso coi contadini non raggiungeremo il socialismo; inoltre, che senza le conquiste dovute al nesso economico, il potere sovietico sarà inevitabilmente rovesciato.
B – È esattamente così infatti. Di conseguenza – penso che sarai d’accordo – è assurdo, è professione di analfabetismo politico contrapporre il nesso coi contadini alla dittatura del proletariato. Naturalmente la dittatura del proletariato è l’idea base del nostro programma, il criterio fondamentale del nostro Stato e del nostro lavoro di pianificazione economica. Ma il punto è che questa stessa dittatura del proletariato è impensabile senza certe chiare relazioni reciproche coi contadini. Se si separa il legame coi contadini dalla questione della dittatura del proletariato, si rimane, almeno per ciò che concerne questo particolare periodo storico, con una formula vuota, un’astrazione insensata.
A – Non la penso diversamente da te, ma cosa c’entra questo con la nostra domanda?
B – È collegato in modo molto stretto e diretto. Nella nostra Unione Sovietica il legame coi contadini non significa solo un legame coi contadini della Grande Russia. Abbiamo una numerosa popolazione contadina non russa, ed è smistata tra vari gruppi nazionali. Per questi gruppi ogni questione nazionale, politica ed economica si rifrange attraverso il prisma della loro lingua madre, delle loro peculiarità e idiosincrasie nazional-economiche, e della loro diffidenza nazionale, che affonda le sue radici nel passato. Il linguaggio è lo strumento più elementare, più onnicomprensivo e più profondamente penetrante del nesso tra uomo e uomo e quindi tra classe e classe. Mentre nelle nostre condizioni la questione della rivoluzione proletaria è, come tu dici, al di sopra di qualsiasi questione delle relazioni tra i contadini e il proletariato, quest’ultimo problema fa capo, per più del 50%, alla questione delle relazioni tra il proletariato della Grande Russia, più avanzato e influente, e le masse contadine delle altre nazionalità, che furono inesorabilmente oppresse nei tempi passati e ricordano ancora molto bene tutto ciò che hanno sofferto. Quel che c’è di sbagliato nella tua posizione, amico mio, è che tutti i tuoi presunti argomenti di sinistra, ma essenzialmente nichilisti e incompleti, osteggiano non solo la questione nazionale, ma anche la questione fondamentale del nesso tra operai e contadini.
A – Ma guarda, c’è stato un momento in cui il nostro esercito è andato in Georgia per espellere gli agenti menscevichi degli imperialisti senza aspettare che glielo chiedesse prima il popolo in questione, il che era un’aperta violazione del principio di autodeterminazione. E ci fu un momento in cui il nostro esercito avanzò su Varsavia…
B – Sì, certo, quei momenti sono esistiti, li ricordo molto chiaramente e non li disapprovo affatto. Ma c’è stata anche tutta una fase, non solo dei momenti, in cui abbiamo confiscato ai contadini tutto il loro surplus, e a volte quello che serviva per se stessi, con la forza, senza rinunciare ai metodi più estremi.
A – E cosa intendi dire?
B – Quel che dico. La rivoluzione non solo ha preso il surplus dei contadini, con le armi in mano, ma ha anche introdotto un regime militare nelle fabbriche e nelle tenute. Se non l’avessimo fatto in un periodo certamente molto precario e drammatico, saremmo morti. Ma se volessimo applicare queste misure in condizioni in cui una necessità inesorabile e ferrea non le richiede, soccomberemmo ancora più sicuramente.
Questo vale, ovviamente, anche per la nostra politica nei confronti della questione nazionale. L’autodifesa rivoluzionaria un tempo richiedeva un colpo di Stato contro Tbilisi e una marcia su Varsavia. Saremmo stati dei pietosi codardi e dei traditori della rivoluzione (che include la questione contadina e la questione nazionale) se ci fossimo tirati indietro di fronte al feticcio vuoto del «principio» nazionale, perché è perfettamente ovvio che non c’era nessuna reale autodeterminazione nazionale in Georgia sotto i menscevichi: l’imperialismo anglo-francese vi esercitava un dominio illimitato, e stava gradualmente sottomettendo tutto il Caucaso, e ci minacciava da sud. Nella questione nazionale, come in tutte le altre questioni, ciò che conta per noi non sono astrazioni giuridiche, ma interessi reali e relazioni reali. La nostra invasione militare della Transcaucasia può essere giustificata, ed è stata giustificata agli occhi del popolo lavoratore, nella misura in cui ha inferto un colpo all’imperialismo e ha creato le condizioni per una reale e autentica autodeterminazione delle nazionalità del Caucaso.
Se per nostra colpa le masse popolari della Transcaucasia dovessero arrivare a considerare la nostra interferenza militare come un atto di conquista, allora questa interferenza si trasformerebbe così in un crimine molto grande non tanto contro il «principio» astratto della nazionalità, quanto piuttosto contro gli interessi stessi della rivoluzione. Qui abbiamo una completa analogia con la nostra politica contadina. La confisca del surplus dei contadini era un fatto molto duro. Ma i contadini lo accettarono come una cosa giusta, nella misura in cui erano convinti che, non appena le condizioni lo avessero permesso, il potere sovietico sarebbe proceduto a svolgere il suo compito fondamentale – un sollievo su tutta la linea per la vita del popolo lavoratore, compresi i contadini.
A – Ma anche così, non si può negare che il principio di classe occupa per noi un posto più alto del principio di autodeterminazione nazionale. Dopo tutto è l’ABC.
B – Il terreno dei «principi» astratti è sempre, mio caro amico, l’ultimo rifugio di coloro che hanno perso la strada sulla terra. Ti ripeto che il principio di classe, se lo intendi non in modo idealista ma marxista, non esclude ma, al contrario, implica l’autodeterminazione nazionale. E intendiamo anche quest’ultimo non come un principio sovrastorico, sul modello dell’imperativo categorico di Kant, ma come l’insieme delle condizioni di vita reali e materiali che permettono alle masse delle nazionalità oppresse di raddrizzare la schiena, avanzare, imparare e svilupparsi, accedendo alla cultura mondiale. Per noi, per tutti i marxisti, deve essere fuori discussione che solo un’applicazione coerente, cioè rivoluzionaria, del «principio» di classe può assicurare la massima realizzazione del «principio» di autodeterminazione nazionale.
A – Ma non hai detto tu stesso, spiegando il nostro intervento in Transcaucasia, che la difesa rivoluzionaria ha per noi la priorità sul principio nazionale?
B – Forse l’ho fatto – certamente anzi – ma in quali condizioni e in quale senso? Nella lotta contro gli imperialisti e i menscevichi che trasformano l’autodeterminazione nazionale in un assoluto metafisico, nella misura in cui questa autodeterminazione è diretta contro la rivoluzione, mentre gli stessi menscevichi, naturalmente, calpestavano l’autodeterminazione nazionale. Abbiamo risposto ai pietosi eroi della Seconda Internazionale che gli interessi della difesa della rivoluzione contano per noi più dei feticci giuridici; gli interessi reali delle deboli nazionalità oppresse sono per noi più importanti di qualsiasi altra cosa.
A – Ma il mantenimento delle Forze Rosse in Transcaucasia, Turkestan e Ucraina non è una violazione dell’autodeterminazione nazionale? Non vi è una contraddizione? E questo non si spiega col fatto che la rivoluzione è per noi superiore alla questione nazionale?
B – Quando i lavoratori di questi paesi capiscono (e quando noi facciamo tutto il possibile per aiutarli a capire) che queste forze sono sul loro territorio solo per rafforzare la loro sicurezza contro l’imperialismo, non vi è contraddizione. Quando queste forze non si crogiolano nell’insultare i sentimenti nazionali delle masse indigene ma, al contrario, mostrano una preoccupazione puramente fraterna per loro, non vi è contraddizione. Infine, quando il proletariato della Grande Russia farà tutto il possibile per aiutare gli elementi nazionali più arretrati dell’Unione a partecipare alla costruzione dell’Armata Rossa in modo cosciente e indipendente, affinché possano difendersi anzitutto con le proprie forze, allora questo deve significare la scomparsa della benché minima ombra di contraddizione tra il nostro programma nazionale e ciò che facciamo in pratica. Tutte queste questioni saranno risolte naturalmente non solo sulla base della nostra buona volontà, ma è necessario avvalerci della massima buona volontà per la loro genuina risoluzione in una maniera proletaria… Ricordo di aver letto due anni fa i rapporti di un certo ex-generale zarista al servizio del potere sovietico su come i georgiani fossero paurosi sciovinisti, su quanto poco capissero l’internazionalismo di Mosca, sull’enorme numero di reggimenti rossi che erano necessari per contrastare il nazionalismo georgiano, azero, e ogni altro tipo di nazionalismo transcaucasico. Era piuttosto palese che nel caso di questo generale l’atteggiamento da grande potenza prepotente d’un tempo era sottilmente mascherato sotto la nuova terminologia. Ed è inutile nascondere il peccato: questo generale non è un’eccezione. Nell’apparato amministrativo sovietico, compreso quello militare, le tendenze di questo tipo sono spiccate in misura estrema, e non solo tra gli ex-generali. Se dovessero prendere il sopravvento, la contraddizione tra il nostro programma e la nostra politica reale porterebbe inesorabilmente a una catastrofe. Per questo abbiamo sollevato con forza la questione nazionale, per concentrare gli sforzi del partito sulla neutralizzazione di questo pericolo.
A – Va bene. Ma come si spiega il fatto che quegli stessi compagni che comprendono appieno il significato del legame coi contadini prendano, allo stesso tempo, come me, una posizione molto più riservata sulla questione nazionale, e considerino questa questione come esagerata e gravida di pericolo di distorsioni a favore della periferia arretrata?
B – Come posso spiegare questa contraddizione? Logicamente si deve spiegare col fatto che non tutti pensano bene alle cose. Ma una spiegazione logica non è sufficiente per il nostro scopo. La spiegazione politica è che il ruolo di primo piano all’interno del nostro partito è svolto – e nell’immediato non può che esser svolto – dal suo nucleo di Grande Russia, che attraverso l’esperienza degli ultimi cinque anni è stato completamente turbato dalla questione delle relazioni tra il proletariato della Grande Russia e i contadini della Grande Russia, e l’ha elaborata a fondo. Per semplice analogia estendiamo queste relazioni a tutta la nostra Unione Sovietica, dimenticando o non considerando affatto che nella periferia della Russia vivono altri gruppi nazionali con una storia diversa, un diverso grado di sviluppo, e – ciò che è più importante – con molte ferite per quello che hanno subìto. Il nucleo Grande Russo del partito è, centralmente, ancora poco cosciente dell’aspetto nazionale della questione del nesso, ed è ancor meno cosciente della questione nazionale in tutta la sua portata. Da questo derivano anche le contraddizioni di cui tu parli – che sono a volte ingenue, a volte sciocche, a volte abnormi. Ed è per questo che le decisioni del Dodicesimo Congresso del partito sulla questione nazionale non sono esagerate. All’opposto, rispondono ai bisogni più profondi della nostra vita, e noi dobbiamo non solo adottarle ma svilupparle ulteriormente.
A – Mentre i comunisti del centro della Grande Russia portano avanti una politica corretta nella Grande Russia, ci sono sicuramente in altre parti della nostra Unione comunisti locali che portano avanti lo stesso lavoro in diverse circostanze nazionali? Questa è solo una divisione naturale e inevitabile del lavoro. I comunisti della Grande Russia devono combattere e combatteranno contro lo sciovinismo da grande potenza, mentre i comunisti delle altre nazionalità combattono contro il proprio nazionalismo locale, che è diretto soprattutto contro i russi.
B – Quello che dici contiene solo una parte di verità, e le mezze verità a volte portano a conclusioni interamente errate. Il nostro partito non è affatto una federazione di gruppi nazionali comunisti con una divisione del lavoro secondo le rispettive caratteristiche nazionali. Se il partito fosse così costruito, ciò costituirebbe un estremo pericolo.
A – Non sto proponendo niente del genere…
B – Certo che no. Ma la tua idea, se sviluppata, porterebbe a questa conclusione. Tu insisti che i comunisti della Grande Russia debbano lottare contro il nazionalismo da grande potenza, e i comunisti ucraini contro il nazionalismo ucraino. Questo ricorda la formula degli spartachisti all’inizio della guerra: «Il nemico principale è nel tuo stesso paese». Ma in quel caso si trattava di una lotta dell’avanguardia proletaria contro la propria borghesia imperialista, il proprio Stato militarista. Lì questo slogan aveva un contenuto profondamente rivoluzionario. Naturalmente il compito dei rivoluzionari tedeschi era quello di lottare contro l’imperialismo degli Hohenzollern, di denunciare il militarismo francese, e così via. Ma sarebbe una completa distorsione delle prospettive trasferire questo principio alle parti costituenti dell’Unione Sovietica, poiché abbiamo un esercito unico, una diplomazia unificata e, soprattutto, un partito centralizzato. È certamente corretto che quelli meglio attrezzati per combattere il nazionalismo georgiano siano i comunisti georgiani. Ma questa è una questione di metodo, non di principio. Alla base della questione c’è la necessità di capire chiaramente le origini storiche del nazionalismo aggressivo delle grandi potenze dei grandi russi e del nazionalismo difensivo dei piccoli popoli. È basilare cogliere le vere proporzioni tra questi fattori storici, e questa comprensione deve essere la stessa nelle menti dei grandi-russi e dei georgiani e degli ucraini, perché queste stesse proporzioni non dipendono dall’approccio soggettivo – locale o nazionale – ma corrispondono (e devono corrispondere) al reale equilibrio delle forze storiche. Il comunista azerbaigiano che lavora a Baku o nelle campagne musulmane, e il grande comunista russo che lavora a Ivanovo-Voznesensk, devono avere la stessa concezione per quanto riguarda la questione nazionale.
E questa concezione uniforme deve consistere in un atteggiamento non uniforme verso il nazionalismo della Grande Russia e verso il nazionalismo musulmano: nei confronti del primo, lotta implacabile, disprezzo inappellabile, soprattutto nei casi in cui si manifesta nella sfera governativa e amministrativa; nei confronti del secondo, si deve fare un lavoro educativo paziente, attento, accurato.
Se un comunista nella sua posizione chiude gli occhi di fronte alla questione nazionale in tutto il suo peso, e comincia a combattere il nazionalismo (o, spesso, ciò che gli appare come nazionalismo) con metodi grossolani e troppo semplificati – rifiuto intollerante, persecuzione, denuncia, ecc. -, allora può raccogliere intorno a sé una gioventù attiva, «di sinistra», rivoluzionaria, soggettivamente dedita all’internazionalismo, ma non ci fornirà mai un legame affidabile e durevole con le masse contadine locali.
A – Ma sono proprio le «sinistre» delle repubbliche di frontiera che esigono una soluzione più rivoluzionaria, più vigorosa della questione agraria. E non è questo, in fin dei conti, il principale ponte verso i contadini?
B – Certo la questione agraria, soprattutto nel senso dell’abolizione di tutti i residui feudali, deve essere risolta ovunque. Dato che ora abbiamo uno Stato dell’Unione saldamente costituito, possiamo portare avanti questa soluzione della questione della terra con tutta la determinazione che richiede; ovviamente la soluzione della questione della terra è un compito importantissimo per la rivoluzione… Ma l’abolizione della grande proprietà terriera è un atto che si realizza in un colpo solo, una volta per tutte, mentre quella che chiamiamo la questione nazionale è un processo molto lungo. Dopo che la rivoluzione agraria sarà completata, la questione nazionale non degraderà. Al contrario, solo allora verrà alla ribalta. E la responsabilità di tutte le negligenze e tutti i difetti, di tutte le ingiustizie e dei casi di trascuratezza e brutalità nei confronti delle masse indigene sarà attribuita nelle menti dei popoli prima oppressi, e non senza ragione, a Mosca. È quindi necessario che Mosca, come centro della nostra Unione, sia invariabilmente l’iniziatrice e la promotrice di una politica attiva permeata lungo tutta la linea con attenzione fraterna a tutte le nazionalità che compongono l’Unione Sovietica. Parlare di esagerazione in questo contesto è davvero mostrare una completa mancanza di comprensione.
A – In quello che dici c’è molto di vero, ma…
B – Sai cosa? Dài un ripasso alla risoluzione del Dodicesimo Congresso, ora che abbiamo fatto questo discorso, e poi forse, un giorno di questi, torneremo a discutere su questi argomenti!
Traduzione a cura di Salvo Lo Galbo
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