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1917-2007:L’ATTUALITA’ DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE.

Il 7 novembre di quest’anno ricorre il novantesimo anniversario della rivoluzione d’ottobre e non è difficile prevedere che i mezzi di informazione nostrani seguiranno principalmente due strade: la prima sarà quella dell’indifferenza totale ignorando la ricorrenza, la seconda quella della mistificazione e della menzogna, ricordando l’avvenimento e legandolo indissolubilmente (additandolo addirittura come causa) agli episodi che poi hanno visto in Russia il dilagare della guerra civile, l’affermarsi dello stalinismo e di dittature analoghe nei paesi cosiddetti satellite dell’URSS.

Nei casi più cronici di revisionismo storico addirittura come causa dell’ascesa del fascismo prima e del nazismo poi.

Il nostro partito ritiene che sia giusto e doveroso far sentire una voce alternativa (seppur di minuscola portata in paragone alla potenza di televisioni e giornali), in quanto la storia è giusto analizzarla con serenità e con un approccio dialettico, non sicuramente dando un taglio criminale a determinati episodi solamente per ideologia o convenienza (come pochi giorni fa è avvenuto in uno speciale su Rai Due riguardante la rivoluzione).

I fatti che avvennero in quei giorni del secondo decennio del 900 sono noti e riportati su molti testi, ma pochi episodi hanno avuto un destino così tormentato e strumentalizzato, tanto da essere argomento di dibattito ancora oggi (se ne è parlato di recente anche al Senato). Il problema è che oggi i detrattori sono praticamente senza contraddittorio.

I fatti appunto.

La storia ci racconta di una Russia in ginocchio, distrutta e umiliata dalla prima guerra mondiale che in tre anni aveva fatto patire indicibili sofferenze alla popolazione ed era costata milioni di morti (1.700.000 soldati morti, quasi 7.500.000 tra feriti, dispersi e prigionieri, 3.000.000 di vittime civili). In assoluto il paese che ha pagato il prezzo maggiore.

Non era la prima volta che l’autocrazia zarista si imbarcava in scellerate avventure di questo tipo. Già la guerra tra Russia e Giappone (1904-1905) costò parecchio in termini di vite umane (diverse decine di migliaia di uomini) alla Russia che ne uscì sconfitta. Fu questa tra le cause che portarono alla rivoluzione del 1905 che portò alla concessione di una Costituzione ma fallì nello scopo di cacciare la monarchia. Il 1905 vide episodi come “La domenica di sangue” (22 gennaio) e la nascita dei primi Soviet (consigli) cioè rappresentanze popolari elette sui luoghi di lavoro e costituite da membri continuamente revocabili, secondo un principio di democrazia diretta ispirato all?esperienza della Comune di Parigi.

La repressione che lo Zar attuò in occasione dei moti popolari di quell’anno, i quali chiedevano pace e pane, creò un distacco insanabile tra regnanti e popolo.

La partecipazione alla Grande guerra mostrò però il lato più brutale del regime; apparve palese che davanti agli interessi e alle mire imperialiste della famiglia regnante (sarà Lenin a dimostrare da un punto di vista teorico gli indissolubili legami tra capitalismo e guerre imperialiste) poca importanza avevano le rivendicazioni di pace da parte di contadini, soldati e operai, usati semplicemente come carne da macello e nulla più.

In questo clima ormai insostenibile nel febbraio del 1917 (calendario russo) lo Zar venne costretto ad abdicare in seguito ad uno sciopero generale degli operai di Pietrogrado che si trasformò in una gigantesca manifestazione. Quando i soldati si rifiutarono di sparare sulla folla e fraternizzarono con i dimostranti, la sorte della monarchia fu segnata.

Si insediò un governo di ispirazione liberale presieduto dal principe Georgij L?vov, governo che commise un errore fatale, l’errore degli errori. Decise di continuare la guerra al fianco delle potenze dell’Intesa, tradendo così le aspettative popolari.

Fu così che, dopo diverse vicissitudini, il 25 ottobre del 1917, secondo il calendario allora vigente in Russia, i Bolscevichi capeggiati da Lenin e Trotskij rovesciarono il governo provvisorio (alla cui guida si insediò nel frattempo Aleksandr Krenskij) e presero il potere.

Fu questo l’episodio che prese il nome di rivoluzione d’ottobre.

Per la prima volta un partito politico che traeva legittimità dagli operai, dai contadini, dai soldati umiliati, era al potere.

Per la prima volta coloro che figuravano nella storia come gli oppressi e gli sfruttati, avevano rovesciato le sorti del loro infausto destino.

Fin qui, raccontata in modo schematico, la storia.

Da questo momento in poi i fatti saranno nel corso degli anni soggetti a mille interpretazioni diverse da tutte le ideologie politiche, girati, rigirati, ribaltati, narrati con l?aggiunta o l?omissione di particolari (non certo secondari) in base alle esigenze del momento.

Noi non pensiamo di essere i detentori della verità, ma vorremmo fare un po’ di chiarezza.

Giunti al potere i Bolscevichi attuarono due importantissimi decreti.

Quello sulla nazionalizzazione delle terre, soddisfando così le aspirazioni di milioni di contadini, e il decreto sulla pace, ponendo così fine alla partecipazione russa alla guerra, una pace ‘giusta e democratica, senza annessioni e senza indennità’.

Finalmente qualcuno teneva fede alle promesse fatte.

La fuoriuscita russa dalla guerra comportò la perdita di grandi territori, circa un quarto dei territori europei dell?Impero russo (fu la condizione imposta dal trattato di Brest-Litovsk sottoscritto il 3 marzo 1918), ma a Lenin e ai bolscevichi stava a cuore porre fine alle sofferenze del loro popolo. Quante vite salvò questa decisione è facile immaginarlo. Dunque le cose erano davvero cambiate; da un governo come quello zarista che mandava al macero i suoi sudditi per le proprie mire imperialiste, ad un governo che pur di porre fine ad un inutile massacro era disposto a perdere territori!

Questo è il primo punto che mai nessuno oggi quando parla della rivoluzione riconosce alla politica dei bolscevichi.

Il ritiro russo dalla guerra fu mal digerito dai propri alleati e vissuto come un tradimento. Inoltre il pericolo rappresentato da un governo che si basava sui principi del marxismo era intollerabile, creava un precedente troppo pericoloso.

Così, a guerra terminata, le democrazie borghesi d’occidente, loro sì attente ai bisogni dei propri popoli, spedirono truppe d’invasione (stiamo parlando di parecchi eserciti stranieri) al fianco delle armate ancora fedeli allo Zar con lo scopo di destabilizzare e abbattere il governo sovietico, con la conseguenza di innescare una guerra civile che si protrasse per due anni e che provocò nuove enormi sofferenze alla popolazione.

L’intento era quello di strangolare alla nascita lo Stato bolscevico, anche se ufficialmente doveva avere i connotati di una ‘spedizione disinteressata e imparziale per aiutare un popolo ad ottenere la sua libertà’ affermò il ministero della guerra degli USA che manifestò la propria imparzialità con l’invio di tredicimila soldati!

Dichiarò Winston Churchill (certamente non sospettabile di simpatie comuniste) a tal proposito:

<Il modo in cui i russi avrebbero risolto le loro questioni interne, ripetevano, era per loro assolutamente indifferente. Erano imparziali?.bang!>>

Giusta è la riflessione di William Blum, giornalista e storico statunitense:

<>.

A conferma di queste parole un altro fatto che viene ignorato è l’attacco che la Polonia sferza alla Russia bolscevica nell’aprile del 1920, con l’intento di recuperare territori appartenuti alla ‘Grande Polonia’ due o tre secoli prima.

Ne nasce una guerra che si concluse quasi un anno dopo.

Oggi la corrente di pensiero dominante riesce a scaricare le colpe della guerra civile sui bolscevichi troppo crudeli ed ideologizzati (ripeto, sentire il dibattito che si è tenuto alcuni giorni fa al Senato per credere).

Ora, da che mondo e mondo chiunque deve riconoscere che non è possibile mettere sullo stesso piano invasori ed invasi.

Cosa avrebbe dovuto fare il governo russo? Porgere l?altra guancia e veder tramontare la speranza di un governo davvero dalla parte del popolo?

Come si può avere il coraggio di accusare il governo bolscevico di aver ?ucciso una democrazia nella culla? accusa mossa da Buttiglione tanto per citarne uno?

Di che democrazia stiamo parlando?

Lenin ha sì chiuso l?assemblea costituente, ma perfettamente in coerenza con una nuova idea di democrazia, una democrazia basata cioè su consigli di deputati di operai, contadini e soldati a tutti i livelli, una democrazia che ha molte più possibilità di farsi portavoce delle reali esigenze del popolo lavoratore rispetto alle nostre democrazie così lontane dalle problematiche della gente, così servili verso i poteri forti e fautrici del delegare ad altri le scelte al posto nostro.

La rivoluzione d?ottobre ha secondo noi rappresentato un punto di svolta nella storia del ?900, un momento nel quale la classe lavoratrice russa ha spezzato le proprie catene e si è avviata verso orizzonti fino ad allora impensabili.

Assurda, davvero ai limiti della follia è l?accusa secondo la quale la nascita di regimi come il fascismo e il nazismo sono imputabili alla rivoluzione russa in quanto nascono in risposta ad essa. Ma che diavolo significa?

Con questo principio si potrebbe legittimare ogni genere di sistema politico, anche il più criminale come il nazismo appunto, purchè nasca in opposizione ad un sistema politico da esso differente.

Inoltre è vero il contrario, cioè l?esistenza di legami (I paid Hitler scritto dal magnate tedesco Fritz Von Thyssen ne è un documento) tra capitalismo e nazismo. In questo libricino sono elencati i nomi, gli indirizzi e le malefatte di tutti gli industriali tedeschi che finanziarono i nazisti e li insediarono al governo e che sfruttarono così il lavoro schiavistico dei deportati.

Sono accuse surreali, che tendono a dare una legittimazione a quei regimi.

Ma l?obbiettivo è in realtà più sottile e infimo, cioè quello di porre sullo stesso piano comunismo e nazifascismo, in un legame di causa – effetto, in modo da delegittimare ogni concezione politica ed economica differente da quella dei sistemi capitalisti nei quali viviamo.

Se passa l?idea che comunismo e nazifascismo sono uguali da un punto di vista ideologico e che entrambi sono da buttare nella spazzatura della storia, l?unico sistema che ne esce legittimato è quello capitalista, con i suoi dogmi economici liberisti e la sua democrazia delegata.

Il paradosso è che da quando il muro di Berlino è caduto, gli attacchi al comunismo sono divenuti più frequenti.

Perché continuare a sparare su qualcosa che è già morto?

Questo avviene perché il vero obbiettivo non sono i sistemi del socialismo reale già sconfitti dalla storia (seppur servirebbe un confronto sereno sulle condizioni di vita di quei popoli ai tempi del socialismo reale ed oggi), ma il pensiero comunista in quanto tale, da Marx ed Engels in poi, passando appunto per la rivoluzione d?ottobre, nell?ottica di delegittimare una corrente di pensiero che, questo è innegabile, è riuscita grazie alle estenuanti lotte di milioni di uomini e donne a far conquistare ai lavoratori diritti che sembravano fantascienza fino a meno di cento anni fa.

In questo senso si colloca la proposta dell?UDC di introdurre il reato di apologia di comunismo.

Ed è così che i politici nostrani non hanno nessuna convenienza a spiegare la storia in modo chiaro e trasparente, ma conviene loro creare più confusione possibile, dichiarando lo stalinismo come in perfetta continuità con la rivoluzione d?ottobre, dichiarando i regimi dell?Europa dell?est pre 1989 come l?espressione delle idee di Marx e Lenin, ignorando decenni di storia nel corso della quale il movimento comunista ha conosciuto lacerazioni e divisione epocali, travisamenti di pensiero che con gli ideali originari della rivoluzione nulla avevano più a che fare.

Cosa centra Marx con Pol Pot? Nulla!

Cosa centra Lenin con Ceausescu. Un bel niente!

I comunisti si sono sempre posti domande sul loro agire, lo provano le tante frammentazioni che il movimento ha subito nei decenni. I comunisti devono rispondere alle accuse a loro mosse con voce alta e ferma, in quanto non hanno scheletri nell?armadio. I comunisti hanno fatto i conti con la storia. Semmai colpisce l?arroganza dei sistemi capitalisti che si dichiarano privi di colpe, immacolati, quando anche un bambino sa che così non è.

Per esempio basta leggere ?Il libro nero degli Stati Uniti? o ?Con la scusa della libertà? del già citato William Blum per farsi un?idea dei crimini e degli stermini compiuti dai governi americani (governi che del sistema capitalista hanno sempre fatto la propria bandiera).

Noi difendiamo i valori dei quali la rivoluzione d?ottobre è divenuta icona, perché ci rendiamo conto che oggi sono messe in discussione quelle conquiste che dalla rivoluzione in poi i lavoratori hanno ottenuto.

Il vero obbiettivo degli anticomunisti d’oggi è ‘il corpo vivo pulsante delle conquiste sociali ed etico – politiche ottenute anche e soprattutto grazie alle lotte e ai sacrifici dei comunisti’ scrive Moni Ovadia nel suo ultimo libro.

?Sono i diritti del lavoro, i diritti delle minoranze, l?emancipazione degli umili e degli oppressi, la difesa degli sfruttati, la solidarietà ai popoli schiacciati da ogni forma di colonialismo e imperialismo. Gli anticomunisti dell?ultima ora vogliono riportare indietro le lancette dell’orologio della storia sociale, vogliono di nuovo fare tabula rasa per sgomberare il campo al capitalismo da rapina, all?iperliberismo più selvaggio? continua lo scrittore.

Ed è vero. Lo dimostrano le politiche intraprese dai vari governi da vent?anni a questa parte, in Italia come nel resto d?Europa.

Fino a che v?era lo spauracchio dell?Unione Sovietica e di un sistema alternativo, è stato possibile ottenere delle conquiste.

Dal 1989 in poi si è imposta una sola corrente di pensiero, il liberismo, ed abbiamo assistito ad una continua erosione dei diritti. Dal costante innalzamento l?età pensionabile allo scippo del TFR, dall?introduzione del lavoro precario ai continui tagli alla spesa pubblica. Di contro si è allargata la forbice tra ricchi e poveri, si è creata una casta di privilegiati (banche, assicurazioni, compagnie finanziarie, grandi imprese?) veri detentori delle leve economiche.

Ed il problema della classe politica (servi senza dignità di questi poteri) non è quello di eliminare queste disuguaglianze bensì di eliminare alla radice il pensiero comunista, senz’altro la più grande possibilità di riscatto sociale e di emancipazione che l’umanità abbia conosciuto.

Per questo il Partito Comunista dei Lavoratori ritiene giusto mantenere viva la memoria storica affinchè la rivoluzione d?ottobre non cada nel dimenticatoio ma sia uno dei momenti storici ai quali ispirarsi e dai quali ripartire, un patrimonio di pensiero e di esperienza alla quale riallacciarsi per chiunque, come noi, non crede che l’evoluzione umana sia finita con i sistemi capitalisti ma crede che i lavoratori, i popoli di tutto il mondo debbano aspirare a qualcosa di più, ad un mondo dove possano essere artefici del proprio destino, ugualmente degni e titolari degli stessi diritti.

Viva il 7 novembre.

Viva la grande RIVOLUZIONE D’OTTOBRE!

Vittorio Caimi

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