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Sulla sentenza per le torture a Bolzaneto

La sentenza del tribunale genovese per i crimini commessi da poliziotti e c. nella caserma di Bolzaneto nel luglio 2001 è una vera schifezza. Condanne ridicole, solo per 15 persone, e una comoda prescrizione tra sei mesi. Possono aver torturato, incarcerato senza motivo, insultato, vessato, ma non pagheranno nulla per tutto questo, anzi, questi comportamenti di poliziotti e annessi ne escono legittimati.

Ma certo da questo stato non si poteva aspettare di meglio, viste anche le premesse. Nessuno dei poliziotti imputati era stato sospeso dal servizio, nemmeno per un giorno, ma tutti nel frattempo hanno continuato a far carriera.

E non ci si può nascondere, come fa Amnesty, dietro al fatto che in Italia non c’è il reato di tortura, perché ciò che è accaduto a Genova nel 2001 poteva essere sanzionato comunque. È mancata, ovviamente, la volontà da parte della magistratura e del potere politico, che hanno coperto, autorizzandoli nei fatti, le mattanze di quei giorni di G8.

Da tutta la vicenda ne esce rafforzata l’impunità di cui godono gli appartenenti alle forze dell’ordine; a questo punto possono ben sperare anche gli agenti che due anni fa a Ferrara hanno ammazzato a bastonate il diciottenne Federico Aldrovandi.

A fronte di salari bassi, come in tutto il pubblico impiego, e condizioni di vita di sicuro non eccellenti per la “truppa”, viene da chiedersi come facciano poliziotti, carabinieri, ecc, ad accontentarsi della propria impunità. Ma, forse, è semplicemente che il cane del padrone morde più forte quando è affamato.

In definitiva ha ragione Marco Ferrando, quando, commentando la sentenza di Genova, ha detto “lo Stato assolve la propria criminalità”. Così da un lato si lanciano campagne sulla “sicurezza” criminalizzando rom e migranti, dall’altro si autorizza a posteriori quella che è stata definita “la più grande sospensione del diritto nel dopoguerra”. Mentre il giustizialista Di Pietro, assunto ormai al ruolo di moralizzatore di stato, tace sull’intera vicenda.

Nulla di nuovo in definitiva, la magistratura di classe dello stato italiano è sempre la stessa e forse la sentenza dell’altro ieri sarà destinata a restare nella torbida storia di questo paese, come quella che nel 1975 decretò la morte di Pino Pinelli, volato da una finestra della questura milanese, causata da un “malore attivo”. Il giudice di allora si chiamava Gerardo D’Ambrosio, “eroe” di manipulite, da due legislature senatore del Pd.

Chissà che tra qualche hanno anche i magistrati genovesi non arrivino in parlamento.

Michele Terra Esecutivo nazionale Pcl

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